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VIAREGGIO E LERICI

5-6-7 SETTEMBRE 2014

LUOGHI DEL CUORE E DELLA MEMORIA

Percorsi di costa e di mare

Mary e Percy Shelley

 

Dopo la tappa a Genova di giugno scorso, gli Itinerari Shelleyani nella memoria e nella poesia si spostano a Lerici. Mary e Percy Shelley viaggiarono in Italia fin dal 1818 e nel 1822 approdarono a San Terenzo di Lerici dove visiteremo la villa in cui vissero fino a quando, in luglio, una tempesta travolse la barca del poeta. Lui fu cremato sulla spiaggia di Viareggio, dove lo ricorda un monumento, rimosso dai nazifascisti nel ’43, poi tornato al suo posto. Alla cerimonia assistettero Mary, Byron e altri poeti e patrioti italiani e inglesi. Dopo la triste sosta a Genova, Mary rientrò a Londra, dove visse fino al 1851 del proprio lavoro di scrittrice. Il passaggio breve e tragico degli Shelley ha orientato i miti e i sogni dell’amore universale nella cultura socialista e anarchica della seconda metà dell’800. In loro onore l’insenatura di mare tra Lerici e Portovenere fu chiamata Golfo dei Poeti. L’itinerario – visita di Villa Magni e Villa Marigola a Lerici, spostamento in barca a Viareggio dove si visiterà Piazza Shelley e Villa Paolina –  il convegno nella sala consiliare di Lerici e la mattinata di domenica al Castello di San Terenzo, lo spettacolo di venerdì sera sono organizzati da Sil  (Società delle Italiana delle Letterate) e dall’associazione “Amiche e amici di Mary Shelley”. Relatori Massimo Bacigalupo, Anna Maria Crispino, Lilla Crisafulli, Carla Sanguineti.

Per info e prenotazioni vedere il sito della Sil e rivolgersi a silvia.neonato@gmail.com

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APPUNTAMENTI LEGGENDARI

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Luoghi del cuore e della memoria da Genova a Viareggio e Lerici

Percorsi di costa e di mare, 

Mary e Percy Shelley

 

Lerici e Viareggio 5 – 6 – 7 settembre 2014

 

Venerdì 5 settembre

ore 13,00 – Accoglienza

ore 16,00 – Visita a Villa Magni e al suo giardino, dove abitarono gli Shelley nel 1822, con Carla Sanguineti e lo storico dell’architettura Roberto Ghelfi. Storie e leggende di Mary e Percy con lettura di brani in prosa e in versi.

ore 18,00 – Visita a Villa Marigola, meta delle passeggiate di Mary e luogo ispiratore di arte e poesia.

ore 20,30 – Cena e serata  al Castello di Lerici, musiche originali sui testi di Mary e Percy di Caterina Lazagna e Alberto Alcozer. Proiezione del filmato realizzato a Genova a Villa Negrotto, dove Mary soggiornò un anno.

 

Sabato 6 settembre

ore 9,15 – Convegno nella Sala Consiliare di Lerici

Saluto di Olga Tartarini e Glauco dal Pino, assessori alla cultura di Lerici e Viareggio, e di Giuliana Misserville, presidente della Sil

La narrativa di Mary Shelley fra problemi di genere letterario e questioni di gender. Lilla Maria Crisafulli, direttora del Centro studi romantici dell’Università di Bologna

Nell’immaginario di Mary: Valperga, vita e avventure di Castruccio principe di Lucca. Carla Sanguineti, studiosa

Mary Shelley a Genova. Massimo Bacigalupo, docente di letteratura inglese all’Università di Genova

ore 15,00 – In battello da Lerici a Portovenere e Viareggio con studiosi di Mary e Percy. Attrici e attori leggono le loro opere.

ore 17.30 – Arrivo a Viareggio. Visita a Piazza Shelley con la guida di Cristina Chiantelli, responsabile del Settore Politiche Culturali del Comune a Villa Paolina.

ore 20,00 – Buffet a Villa Paolina con visita della dimora.

ore 21.30 – Rientro da Viareggio a Lerici in bus.

 

Domenica 7 settembre

ore 9.30 Castello di San Terenzo

Dal gotico al cyborg. Anna Maria Crispino, direttora di Leggendaria, dialoga con la studiosa Laura Sarnelli. Coordina Silvia Neonato, giornalista

ore 11,30 – Discussione

ore 13,00 – Fine dei lavori

 

Per iscrizioni e info: silvia.neonato@gmail.it

www.societadelleletterate.it

 

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LE MOLTEPLICI METAMORFOSI DI FRIDA

La grande mostra a Roma dedicata all’artista messicana: nei suoi autoritratti la costruzione di un’identità che dice di un io plurale, fluido, mutevole che ritesse continuamente la propria storia.

di Anna D’Elia

Lo stretto intreccio tra arte e vita, la riscrittura pittorica di sé come colei che ritesse la propria storia e si rimette al mondo fa dell’artista messicana Frida Kahlo (1907-1954) una pioniera dell’arte di genere. «Venerata anticipatrice del movimento femminista», la definisce Helga Prignitz Codam che ne ha curato la mostra alle Scuderie del Quirinale di Roma (fino al 31 agosto 2014).

L’io che Frida esibisce è un io plurale, fluido, mutevole ed è il gioco delle sue metamorfosi che spinge a ripensare il senso di una identità multipla in cui mondo vegetale, animale e minerale si fondono. In mostra due importanti dipinti  aprono alle tematiche dell’incontro tra culture e del suo vivere sulla soglia tra più frontiere. Il primo è: Autoritratto al Confine tra il Messico e Gli Stati Uniti (1932) in cui  Frida mette in relazione cultura azteca e mondo  industriale americano: simboli, radici, fiori e reperti da una parte, macchine, ciminiere, ruote e grattacieli dall’altra. Al centro, statuaria e ieratica si erge lei. «Se devo dire la verità – aveva scritto al dottor Eloesser in luglio – no me hallo [qui mi trovo a disagio]!..ma devo fare leva sul mio coraggio e rimanere perché non posso lasciare Diego».

Il secondo è L’abbraccio d’amore dell’universo, la terra (Messico), Diego, io e il signor Xolotl (1949) in cuiFrida si autorappresenta in stretta continuità con le Dee Madri, collocando la sua storia nel più ampio racconto del mondo in cui luna e sole sono assunti quali simboli aztechi della guerra eterna tra luce e oscurità, vita e morte. Aprendo il suo corpo al cosmo, Frida non solo capovolge la visione separata e alienata che lo ha trasformato in un oggetto di consumo, ma ripone la genealogia femminile all’origine del creato.

In mostra, tra dipinti e disegni, sono esposti 160 lavori che mettono in relazione l’opera di Frida Kahlo con quella di Diego Rivera e di alcuni esponenti del Movimento Surrealista – un testo a firma di Andrè Breton rievoca i magici momenti del loro incontro avvenuto il 20 aprile del 1938. Ma se il racconto biografico coinvolge e ammalia, quello storiografico è un’impresa ardua poiché la pittrice è, e resta, una outsider. Non che gli storiografi sbaglino nel cercare relazioni: è possibile rintracciare nella sua pittura alcuni collegamenti sia con il Movimento dei Muralisti messicani, sia con le Avanguardie europee, ma si tratta di spunti, Frida sfugge a catalogazioni, sfugge all’inserimento in correnti e scuole. Più suggestivi sono certi abbinamenti iconografici con la storia della pittura occidentale, a partire da Sandro Botticelli fino a Edvard Munch, esplorati in catalogo da Salomon Grinberg.

Tra le opere esposte, c’è lo schizzo a matita per il dipinto Ospedale Henry Ford, quadro del 1932 che apre ad un’altra chiave di lettura oggi molto attuale: il rapporto tra arte e terapia. Nel dipingere i suoi autoritratti Frida è stata spesso spinta dalla necessità di resistere a un dolore, di aggirare una sofferenza, di non consentire al male di avere il sopravvento, la pittura è lo strumento magico e miracoloso per sfidare la morte e ricominciare. Tutto iniziò quando aveva diciassette anni. Il 17 settembre 1925 era stata trafitta alla schiena da un corrimano dell’autobus su cui viaggiava che si era scontrato con un tram. Dopo essere stata operata (ma nella vita subì 32 interventi chirurgici per i postumi di quell’incidente), fu costretta all’immobilità per un lungo periodo e durante quella degenza la madre fece installare sotto il baldacchino del suo letto un grande specchio. Costretta a guardarsi, Frida cominciò a dipingersi, avviando quella storia  che avrebbe preso corpo nei suoi autoritratti.

Molti anni dopo, mentre si trovava ricoverata a Detroit, volendo rielaborare il dolore per il suo bambino non nato, Frida si ritrae distesa sul letto, in apnea, in uno spazio vuoto senza profondità, su una branda sospesa nel nulla, sullo sfondo di una città estranea: sola. La plumbea corte di nuvole esaspera la desolazione, accentuata dall’inquadratura dall’alto, che schiaccia il suo corpo. A Detroit, Frida si sente straniera, non ama quella città di ciminiere e cavi elettrici, per reagire chiama in raccolta natura e macchina, cielo e terra. Usando i pezzi rotti della sua vita ne tesse la nuova trama. Contro il suo ventre tende sei nastri rossi ai cui capi fluttuano: un busto ortopedico, un feto, un pezzo delle sue pelvi, un motore, un’orchidea di colore livido e una lumaca, simbolo della potenza rigeneratrice dell’arte.

Ma è nel dipinto La mia Nascita (1932), realizzato subito dopo la morte di sua madre, che Frida fa il racconto più toccante sull’umana caducità. La tela ha come sfondo una stanza spoglia al centro della quale, in un grande letto, una donna sta partorendo, il corpo del bambino è ancora dentro quello della madre, la testa del nascituro spunta dalle gambe divaricate che giacciono in una pozza di sangue. Il capo del neonato è reclinato, inerte, il collo esile, gli occhi chiusi, le sopracciglia folte e unite rassomigliano a quelle di Frida. Un lenzuolo bianco copre il volto e il petto della partoriente, come fosse un cadavere, sulla parete sovrastante il letto c’è l’immagine di un’altra madre addolorata, una madonna attonita, la Vergine dei Dolori trafitta di spade. La sofferenza della nascita rimanda alla sofferenza della creazione. La potenza ri-generatrice di ogni opera è inscindibile dal carico di dolore necessario per la sua gestazione e per il suo venire alla luce. Lo sforzo del travaglio si lega  all’impegno di dare vita alla lingua e allo stile.

In tutte le sue opere Frida è riuscita a tradurre in stile l’instabilità dell’umana condizione, mostrandola come essenza stessa del vivere. Oggi, in un momento di incertezza collettiva, sul piano etico oltre che su quello economico e politico (incertezza dei valori, delle istituzioni, dei credi religiosi), nelle sue opere si trova  il coraggio e la forza di non arrendersi. Restituendo all’instabilità e alla vulnerabilità lo scettro detenuto da certezza e invulnerabilità, Frida  libera dalle prigioni in cui il mito della prestazione e dell’efficienza  rinchiudono, rimuovendo l’immagine della malattia.

Il corpo di Frida è aperto, mette a nudo vene, arterie, cuore. La sua ostensione è paragonabile a quella dei santi martiri, lo ribadiscono, in catalogo, gli accostamenti a molte immagini votive tratte sia dall’iconografia cristiana che da quella dei retablo (ex voto) messicani, ma Frida va oltre. Anticipa quello che  molte artiste, a partire dalla Body Art, ci hanno fatto conoscere: le ferite, le mutilazioni, le amputazioni. Metafore queste ultime di un corpo tradito e negato, cancellato, un corpo poco amato, sbattuto a pezzi in prima pagina, come esca per il pubblico voyeur e come arma a doppio taglio per il pubblico femminile. Il sangue che cola dalle ferite di Frida Kahlo anticipa il sangue che cola dalle ferite di un’altra artista: Gina Pane che, negli anni Settanta, mostra, col corpo oltraggiato, un corpo antagonista al sistema culturale egemonico, un corpo che si sottrae alle  logiche mercantili. Il corpo multiplo e collettivo di Frida  attraversato da piante, steli, radici, rovi, zampe, scheletri, fili,  anticipa il corpo post-umano di Orlan che, negli anni Ottanta, dà visibilità al corpo post organico in cui le protesi – contro ogni determinismo genetico – ricostruiscono un io nomade e mutevole. Il corpo smembrato, a pezzi di Frida, il cuore a vista, il piede amputato, il petto aperto nel testimoniare la violazione e lo scempio di cui il suo corpo è oggetto, anticipa la denunzia che Jana Sterbak porta avanti attraverso la dissezione degli organi anatomici, resti o inizi, offerte votive o funerarie, ma sempre tracce del divenire del corpo. Questi ultimi sono, però, capitoli tutti ancora da scrivere.