PER ANNA MARIA ORTESE

A fine settembre, appuntamento a Napoli per la giornata di studio su Anna Maria Ortese (e passeggiata letteraria nei suoi “luoghi”), omaggio della SIL (www.societadelleletterate.it) nel centenario della nascita. Leggendaria contribuisce all’evento con l’intera Apertura del suo numero 106: nel pezzo di Maria Vittoria Vittori la sua produzione poetica, una costellazione simbolica che registra la vulnerabilità delle creature in quell’incanto pauroso che è il mondo

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PER UN RITRATTO DELL’ARTISTA DA POETA

di Maria Vittoria Vittori

Molto è stato scritto, negli ultimi anni, su Anna Maria Ortese: biografie e saggi, monografie e introduzioni critiche alla sua opera hanno contribuito a portare in piena luce la poetica e il mondo espressivo di questa figura che è una delle più grandi e significative del nostro Novecento. Ma forse permane ancora un aspetto meno illuminato, che si può rintracciare nella sua ricca produzione poetica.

Scorre carsicamente lungo tutta la sua parabola artistica la poesia, come un fiume sommerso: ma solo in alcune occasioni riaffiora alla luce, tra i mille dubbi e le perplessità della scrittrice che spesso, nelle lettere agli amici e agli editori (riportate da Luca Clerici nel suo fondamentale Apparizione e visione) adopera toni di autosvalutazione. Più volte progetta di riunire quelli che definisce «scritti in forma di poesia», di farne una raccolta: e precisamente fin dagli anni Trenta, quando inviò 33 poesie dattiloscritte a Massimo Bontempelli, affinché «ne togliesse il fieno»; eppure, le raccolte poetiche Il mio paese è la notte e La luna che trascorre usciranno solo nella seconda metà degli anni Novanta: in particolare, l’ultima uscirà nel febbraio 1998 poco prima della sua scomparsa.

Non bisogna però lasciarsi fuorviare da una così tenace e contraddittoria resistenza perché l’espressività di Anna Maria Ortese è profondamente nutrita di poesia e nella sua attività artistica prosa e poesia procedono insieme, una in piena luce, l’altra più defilata e quasi in ombra. Si prenda in considerazione il trittico dedicato a Manuele, il fratello scomparso nel Mar delle Antille, e tuttavia presenza che torna, «pallido nocchiere», insieme al respiro del vento. La scrittura ortesiana si inscrive dunque, fin dal suo ingresso in scena, nel segno della perdita e insieme del ritorno; la perdita non si riferisce soltanto al lutto per l’amatissimo fratello perché il dolore riguarda anche l’inattingibile natura del mondo e delle creature umane. Il mondo si lascia toccare solo per un attimo, serbando il suo mistero; le persone amate oscillano tra luminosa presenza e inspiegabili eclissi: ma poi c’è, come per Manuele, il ritorno, vale a dire il recupero nella dimensione della memoria e dell’immaginazione.

Nel corpus delle poesie degli anni Trenta, pur tra residui “scolastici” e ingenuità, sono già presenti gli elementi fondamentali della sua costellazione simbolica: la ricorrente presenza del mare che, come voleva Baudelaire, è garanzia di libertà e insostituibile premessa allo slancio immaginativo; la comparsa di una figura amata che è dapprima accogliente e poi spesso crudelmente remota, ma sempre, nella sua profondità, imperscrutabile; la vulnerabilità delle creature del mondo. E in mezzo alle reminiscenze stilnovistiche dei «deboletti spiriti» e le molteplici suggestioni di Leopardi «il giovane favoloso» lungamente letto e amato fino all’introiezione, prende forma un linguaggio poetico di emozioni e di limpida immediatezza, che si distende in immagini dal gusto talvolta fanciullesco e però spezzate dall’iperbato, la dislocazione dei termini che vale a seminare turbamento.

Assume un ruolo importante il campo semantico legato alla dimensione estatica; s’affaccia, conquistando spazi sempre più ampi, il primo sigillo espressivo squisitamente ortesiano. Non può esserci altra risorsa espressiva che l’ossimoro per rappresentare, nello stretto ambito di due termini contrastanti, quell’ «incanto pauroso» che è il mondo. Nei suoi vagabondaggi per la città la giovane Anna Maria si imbatte, all’interno di una povera chiesa di porto, in una madonna nera, l’infanta sepolta che dà il titolo a uno dei suoi racconti più significativi. Diventerà, questa icona reclusa, il simbolo di chi è privato di luce e di parola. E questo percorso simbolico si dipana incessantemente attraverso il duplice tracciato di prosa e poesia; è con la consapevolezza che «la storia dell’Anima è finita», come viene detto in una poesia dei primi anni Cinquanta, che la scrittrice si accosta al lebbroso quartiere napoletano in cui vive la protagonista di “Un paio di occhiali” e s’inoltra in quella cella remotissima in cui è rinchiusa Nunzia Faiella, bambinello sconsacrato a cui nessuno renderà omaggio, oppure, in altri luoghi affrancati dalla miseria come la Lombardia, va ad esplorare il mondo degli operai dimenticati – come il padre di Masa finito in un mastello d’acciaio – e dei ragazzi del riformatorio di Arese «con una pietra sul cuore». Dove esiste ancora il rispetto per le creature? si chiede sgomenta.

L’infatuazione per l’Inghilterra, madre dei suoi amatissimi Keats, Shelley e Coleridge,  terra di civiltà «con la testa fuori dall’acqua abbracciata a qualche bestiola» è rintracciabile sia nel racconto “Inglese a Roma” (1961) sia nel gruppo di poesie dedicate a questo paese. In quegli anni Sessanta, tempi di boom economico e di incipiente consumismo che Anna Maria Ortese attraversa da giornalista con numerosi reportage e da scrittrice con la grande fiaba allegorica dell’Iguana (1963), simbolo dell’innocenza offesa, vede la luce su La fiera letteraria un poemetto intitolato “Ragazzo iberico”. Composto nel 1967 – in contemporanea con Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, in una ideale sintonia per l’attenzione riservata al potenziale anarco-fantastico delle creature adolescenti –, questo poemetto dal sapore epico e insieme elegiaco che, come afferma la stessa Ortese «doveva essere un racconto», vede come protagonista lei stessa nei panni del giovane. È interessante notare come la parabola esistenziale del ragazzo iberico e insieme la vita dell’autrice vengano ripercorse secondo una duplice visuale, individuale e collettiva, all’interno di un’evoluzione storica che, mentre prometteva sviluppo e giustizia, tradiva il rispetto per gli elementi più fragili della natura e della società. In una lettera del 1948 all’amico Pasquale Prunas, con cui aveva condiviso l’esperienza di Sud, aveva sostenuto che non basta instaurare un ordine nuovo: «Bellissimo: ma nulla si può fare di nuovo, che non sia ridare all’uomo il rispetto di sé come di una divinità serena», avvertendo che ciò che si vuole opporre al materialismo contro cui si combatte, è un altro materialismo. La rivoluzione può cambiare le carte, ma non il gioco: ed è a un cambiamento del gioco, cioè ad un autentico rinnovamento dell’essere umano che punta la scrittrice.

Nel corso degli anni, al fuoco di molteplici esperienze, questa convinzione si era andata rafforzando e una storia come “Lo sgombero” (in Silenzio a Milano, 1958) svela l’inganno nascosto nelle parole di uguaglianza e libertà quando non si accompagnano a una prospettiva etica. E dunque, in quel disperato dicembre 1967, la scrittrice lancia il suo grido di dolore e insieme un appello per la libertà degli oppressi che trova il suo correlativo nell’azzurro stendardo del ragazzo «solo anelante di stendersi nell’eternità delle onde». Verrà poi l’impegno «matto e disperatissimo» del Porto di Toledo (1975), cartografia del perduto continente adolescenziale in cui poesia e prosa si alleano a comporre un inusitato prosimetro (secondo la definizione di Monica Farnetti) per cercare di salvare l’espressività anche di chi non ha parole. E mentre colloca all’interno del romanzo le poesie degli anni Trenta, ne compone di nuove: cinque poesie di grande impatto che pubblicate nel 1974 su Nuovi argomenti attirano l’attenzione di Amelia Rosselli, colpita dall’originalità del contenuto e dalla «pazzia stilistica». Se il presente appare agli occhi di Ortese come un assordante e grottesco spettacolo circense, l’unico varco di salvezza si apre nella notte, o in una terra oltre il mare, dove tutti gli elementi possiedono un loro respiro. La pazzia stilistica a cui si riferisce la Rosselli è rintracciabile in quel tessuto ritmico e linguistico così vario e sorprendente che a volte si affida a un’incantata musicalità di derivazione lorchiana (“In un giardino profondo”) oppure è lacerato dall’inquietudine degli interrogativi (“Terra oltre il mare”) o ancora si lascia trasfigurare dall’assorta dimensione del ricordo.

Negli anni successivi alla grande delusione relativa all’accoglienza del Porto di Toledo Ortese compone “Cinque bambini della Creazione a me carissimi”, quasi il manifesto di una nuova stagione espressiva. Con toni resi ancora più intensi dalla loro pacatezza, la scrittrice si interroga – e ci interroga – su una scandalosa contraddizione: se questo universo definito paterno, «dal fiorire mite», possa davvero avere inghiottito e dimenticato la luce di quegli «occhietti bellissimi». Quella che si può legittimamente definire la filosofia etica di Anna Maria Ortese, da sempre musica in sottofondo delle sue storie, che troverà nelle prose di Corpo celeste il suo territorio d’elezione, qui si precisa e s’approfondisce, nella piena assunzione del punto di vista dell’indifeso (che sia bambino, cucciolo di animale o folletto). È da questa rinnovata linfa creativa che prendono vita i suoi ultimi grandi romanzi: Il cardillo addolorato (1993) in cui «quelle creature nate morte alla vita, al successo, al mondo, alla luce di qualsiasi città regia» trovano la loro voce nel canto del cardillo; Alonso e i visionari (1996) il cui protagonista è un cucciolo di puma che scompare e riappare con diverse identità, durante gli anni del terrorismo.

Ed è attraverso la voce poetica, ancora una volta, che viene ribadito il valore del soccorso, già introdotto in un componimento pubblicato alla fine degli anni Ottanta, “La carrozza di Jane”, dove la Jane Eyre del romanzo brontiano diventa una sorta di luminosa fata madrina. In “Bandiera del soccorso”, scritta nel 1996 sull’onda dell’indignazione per la condanna a morte inflitta a Scotty Lee Moore, indiano Cherokee, il principio ispiratore è il soccorso – aiuto compassionevole al vivente – ed è in suo nome che la Ortese scandisce un suo particolarissimo atto di fede: «Credo nella Natura prigioniera […] credo nella Natura derelitta […] credo che il dolore non debba più essere».

La disposizione estatica – di chi si colloca al di fuori di sé e uscendo dalla prigione dell’io riscopre e reinventa il mondo attraverso la visione – e l’inclinazione (nel senso tutto nuovo che ha dato Adriana Cavarero al termine) al soccorso – cura e difesa di tutti i viventi – s’innestano su una stessa radice. E questa radice consiste in un’attenzione profonda e inesauribile al mistero del vivere, che scavalca le false sicurezze e le pretese razionali, si sottrae alle coordinate spazio-temporali per proiettarsi in una fertile utopia e trova, per esprimere la sua necessità di dirsi, le risorse complementari, e sempre più permeabili tra loro, della rappresentazione narrativa e dell’espressione poetica.