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ULTIME NEWS

• A Roma – SABATO 15 NOVEMBRE

alla Casa Internazionale delle donne

via della Lungara , dalle ore 11 alle 17.

Il Gruppo delle femministe del mercoledì

Ha invitato a dialogare

Leggendaria (numero 107,

Speciale dossier cura)

e Via Dogana numero 110.

Saranno con noi autrici/autori

degli articoli usciti sulle due riviste.

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PRIMOPIANO / JANE AUSTEN

I sei romanzi austeniani riletti e interpretati da Liliana Rampello come una lunga ricerca autoriale intorno ad un unico tema: la formazione di una giovane donna e il suo romanzo

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LE RAGAZZE DI MISS JANE

di Anna Maria Crispino

Jane Austen, ancora. Sì, perché se è nella natura dei “classici” prestarsi a continue nuove letture e interpretazioni, c’è in quella “zitella illetterata” autrice di sei “romanzi perfetti” – come li definisce Liliana Rampello nel suo libro appena uscito per il Saggiatore – qualcosa che ne rende la lettura fonte di piacere non solo per gli studiosi ma per schiere sempre maggiori di appassionati/e. A quasi duecento anni dalla sua morte (1775-1817) il fenomeno delle/degli Janeites, veri e propri fan della scrittrice, iniziato già alla fine dell’Ottocento e diventato “culto” negli ultimi decenni, ha dato luogo ad una proliferazione di club di lettura, fan fiction, siti, e associazioni a lei dedicate (in Italia, la Jasit, Jane Austen Society of Italy – www.jasit.it ma ce ne sono in tutto il mondo, dall’Australia alla Germania fino al Brasile). Oltre che di film e produzioni televisive più o meno fedeli ai testi originali.

La domanda non è oziosa: perché leggere e rileggere Jane Austen ci procura ancora così tanto piacere? Parte proprio da qui Liliana Rampello per proporci la sua rilettura dei romanzi austeniani – e sarebbe bello, per godersi appieno la lettura del suo appassionato e appassionante saggio, potersi liberare la mente, almeno temporaneamente, dalle molte letture critiche precedenti che tanto hanno influenzato la ricezione dell’opera di Jane Austen nei due secoli dalla loro pubblicazione, da quelle “conservatrici” dei vittoriani a quelle “rivoluzionarie” del Novecento. Una rilettura, quella di Rampello, che cerca dei fili di continuità tra le protagoniste di una trama che è più o meno sempre la stessa: come si compie quel passaggio decisivo tra adolescenza e età adulta per una ragazza che è alla ricerca della felicità. Perché è vero che il matrimonio formalmente segna il lieto fine di ognuna delle sue storie, ma non è questo l’essenziale. Collocando la produzione austeniana nel dibattito sul “canone letterario”, e riprendendo il famoso testo di Franco Moretti sul romanzo di formazione, Rampello ne discute i punti di contatto e le distanze: se per Moretti infatti ciò che contraddistingue il protagonista – di sesso maschile – nel suo percorso verso l’età adulta è la ricerca di una soggettività di un individuo libero, mobile e colto, per Austen «La narrazione non si struttura, secondo il canone maschile, come “avventura dell’io”, ma come trasformazione di sé in relazione con l’altra e l’altro». E dunque “l’azione” prende la forma del dialogo e il viaggio non percorre itinerari di lontananza dal luogo (e dalla famiglia) di origine ma si disegna come «lo spazio ristretto di un perimetro definito e lo trasformano in un’ampia geografia morale, dal salotto al giardino, dalla casa paterna alla casa maritale, dalla campagna alla città». Tanto che il romanzo di formazione, o Bildungsroman – che Moretti, come è noto, fa coincidere con il Wilhelm Meister di Goethe – si trasforma per le ragazze di Miss Austen in “romanzo del divenire” (per riprendere la definizione di Bachtin, a sua volta ripreso nel titolo di una raccolta di saggi a cura di Paola Bono e Laura Fortini, Iacobelli 2007).

Ragazze, quelle di Miss Jane, che non sono mai sole: possono essere orfane, oppure avere madri «sciocche o incompetenti», ma ci sono sorelle e/o vice-madri che camminano al loro fianco. La loro “avventura” corrisponde alla graduale presa di coscienza «di come stare al mondo, e nel proprio mondo, in modo appropriato».  Dove il termine “appropriato” non significa conformista, ma capacità di scegliere liberamente la felicità possibile in un dato contesto. Ed è per questo che il contesto, sociale ed economico, è così importante nei romanzi di Jane Austen: non tenerne conto infatti può portare a quella “sciagura” che si incarna non nello zitellaggio in sé, ma nel diventare una zitella povera. Il denaro è imprescindibile, ancora più in quella fase di passaggio epocale, che la scrittrice coglie e descrive, tra “vecchio denaro” – come l’avrebbe poi definito Edith Wharton – e nuove fortune procurate dalle “professioni” emergenti (industriali manifatturieri, commercianti, marinai). Un passaggio ovviamente non privo di conflitti perché la trasformazione delle «basi materiali, mostra insieme il mutare dei valori morali, dei costumi e delle collocazioni di classe». Non è dunque un mondo “immobile”, non toccato dalla Storia – come spesso alla Austen è stato rimproverato – quello in cui si muovono Elinor e Marianne, Jane ed Elizabeth, Emma, Fanny e Anne, bensì un mondo in piena trasformazione cui il romanzo serve, come giustamente nota Moretti, a dare rappresentazione attraverso una narrazione all’altezza della nuova classe che avanza e dei nuovi rapporti di forza e di potere che si vanno delineando.

Già nelle notazioni introduttive di Rampello si conferma l’originalità assoluta di una scrittrice che «[…] mostra straordinarie capacità di invenzione, che non poggiano su alcuna tradizione femminile già consolidata, e sarà proprio lei, dunque, la prima scrittrice maestra di molte e molti». Ed è da questa prospettiva che rilegge i sei romanzi collocandoli su tre piani: personaggio, trama e spazio. Tendendo il suo arco lungo i sei romanzi, Rampello utilizza il primo (Ragione e sentimento, 1811) e l’ultimo (Persuasione, 1818 postumo) per disegnare e argomentare quella che a suo avviso è la «lunga ricerca autoriale che riguarda la formazione di una giovane donna e il suo romanzo». Lo stesso tema dunque per sei trame, vale a dire «la necessità di acquisire la capacità di giudizio sufficiente a scegliere liberamente e bene un buon marito, di imparare a distinguere forme e figure in cui si presenta l’amore, di volere per sé la felicità di amare ed essere amata». Siamo lontanissime, ovviamente, dal sentimentalismo o dalle tempeste della passione romantica in nome della quale una donna pensa che tutto le sia consentito (a costi altissimi, come ci racconterà tutto l’Ottocento e oltre).  Perché qui la questione è la misura che solo la libertà può dare. E perché nell’amore delle protagoniste di Austen in campo ci sono due soggetti incarnati: anche l’uomo deve cambiare – e cambia sempre, come il Darcy di Elizabeth Bennet, come il capitano Wentworth di Anne Elliot, o come Edmund in Mansfield Park tutti passati per una “educazione sentimentale” che permette loro di affidarsi alla relazione amorosa con una ragionevale attesa di felicità.  E dunque, il primo passo nell’innamoramento non è la passione dei sensi, ma la stima reciproca, da conquistare o riconquistare superando orgoglio e pregiudizi in una relazione di scambio che può, e spesso diventa, vero amore. Appare qui chiarissimo come l’attitudine anti-romantica di Austen non sia il risultato della negazione dei sentimenti, anzi. È la consapevolezza di sé la chiave della felicità che si può ottenere da un buon matrimonio.

All’altro estremo dell’arco narrativo, in Persuasione, Anne Elliot sembra pericolosamente vicina ad un quasi certo zitellaggio: non è più una ragazza, ha 27 anni, e in gioventù si è fatta persuadere dell’inopportunità del matrimonio con un giovane ufficiale di marina senza patrimonio né rango. Quando dopo sette anni la vita glielo rimettere davanti, lei dovrà riflettere a fondo e avviare in sé – e provocare nel capitano Wentworth – quei sostanziali cambiamenti di visione che metteranno a nudo l’esausto mondo dell’aristocrazia e la vitalità della nuova classe perché, ci dice Rampello «ancora una volta, la traccia sotterranea del denaro, ereditato o fresco, guadagnato, degnamente o indebitamente amministrato, diventa nella sua lingua (di Austen, ndr) il misuratore esatto di quei due mutamenti». Mutamenti possibili, dell’uno e dell’altra, senza snaturarsi, perché la relazione tra uomini e donne possa avvenire nella loro differenza.

Nota giustamente Rampello, riprendendo un saggio di Virginia Woolf, che in Persuasione si registra anche un cambiamento nella scrittura di Jane Austen che anticipa forse il passaggio ad uno stile diverso, che la morte non le consentì di sperimentare fino in fondo. « certamente, come è stato più volte notato, Persuasione è un romanzo più autunnale, crepuscolare – moderno, direi – non solo per l’età della protagonista ma perché più ampia sembra la scala delle sfumature. Tutta la vicenda si svolge sotto «lo sguardo serio e composto di Anne» ed è lei a narrare la storia anche se non in prima persona, sempre presente in scena e nei dialoghi, anche se magari con il suo silenzio. Perché «è lei la protagonista del suo saper stare nel tempo del suo passato, del suo presente e del suo futuro». Lei, che resta fedele a se stessa pur nel mutamento del sentire e nella determinazione di una raggiunta maturità.

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LILIANA RAMPELLO

Sei romanzi perfetti
Su Jane Austen

Il Saggiatore, Milano 2014
160 pagine, 15 euro

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A LONDRA, FINO AL 26 OTTOBRE

Lettere, manoscritti, diari, quadri e fotografie per celebrare e raccontare la vita e l’opera di Virginia Woolf (1882-1941), la leggendaria scrittrice inglese animatrice del Bloomsbury Group. La National Portrait Gallery di Londra ha inaugurato la grande mostra “Virginia Woolf. Art, Life and Vision”, che resterà aperta fino al prossimo 26 ottobre. L’esposizione lega, in particolare, i suoi ritratti fotografici ad alcuni avvenimenti della biografia, con l’obiettivo di mostrare al visitatore la ricchezza immaginativa dell’autrice di “Gita al faro” e “La signora Dalloway” e sottolineare la potenza evocativa del suo uso delle parole, come spiega la curatrice Frances Spalding.

Alla National Portrait Gallery sono esposti oltre 140 oggetti legati alla vita della Woolf, che si suicidò dopo l’ennesima crisi depressiva, illustrando le mille facce dell’autrice di “Orlando”. Sono presentati per la prima volta diversi quadri raffiguranti i familiari e gli amici letterati e artisti della scrittrice, numerose fotografie scattate alla Woolf e molti autografi, comprese due lettere scritte poco prima di togliersi la vita. In mostra sono presenti anche rarità, come il bastone con cui la romanziera amava passeggiare e che venne ritrovato per caso su una spiaggia dal marito Leonard, dopo una sparizione misteriosa della moglie. Gli autografi sono stati prestati dalla British Library e consentiranno ai visitatori di scoprire che “non esiste una sola Woolf”. Una sezione della mostra propone un focus sul Bloomsbury Group e i suoi principali rappresentanti, tra i quali John Maynard Keynes, Roger Fry e Lytton Strachey.

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TRAME DI GIOVINEZZA

Adolescenti, giovani adulti: che cosa si raccontano, come si percepiscono e si rappresentano, come socializzano al di là dei selfie e dei profili a volte veritieri a volte inventati, sui social? E dove vanno, quando “navigano” sulla Rete, un grande mondo – virtuale come l’isola che non c’è – che la maggioranza degli adulti non conosce affatto e di cui in molti casi, non è in grado di decodificare il linguaggio? 

di  ANNAMARIA CRISPINO

 

A 13 anni, secondo una ricerca della Società Italiana dei Pediatri (SIP, www.sip.it) una maggioranza assai rilevante (93%) delle/degli adolescenti ha già fatto il salto dallo schermo del computer di casa a quello dello smartphone: il che significa aver messo una ulteriore distanza dal mondo degli “adulti”. Se infatti ancora pochi fa, la situazione tipo della prima adolescenza era di stare chiuso/a nella propria stanza collegato/a a blog e chat, videogiochi o siti con la scusa delle ricerche scolastiche, ora la cosiddetta “Generazione I Like” può restare connessa in modo permanente tramite il cellulare, fuori da qualsiasi controllo di genitori o insegnanti.

La mutazione è avvenuta in modo rapidissimo, spiega la ricerca della Sip: nel 2008 solo il 48% del campione usava Internet ogni giorno, oggi la percentuale è dell’81%. Ancora più rapido il passaggio dal computer fisso allo smartphone (dal 65% del 2012 all’attuale 93%). Siamo dunque già oltre la generazione degli “sdraiati” – come li definisce Michela Serra – e non è facile fare delle previsioni su come saranno questi 13enni, maschi e femmine, a 20 anni e oltre.

Che cosa si raccontano, come si percepiscono e si rappresentano, come socializzano al di là dei selfie e dei profili, a volte veritieri a volte inventati, sui social?  E dove vanno, quando “navigano” in Internet (prevalentemente nelle ore serali e notturne) in un mondo virtuale che – come l’isola che non c’è – la maggioranza degli adulti non conosce affatto e di cui in molti casi non è in grado di decodificare il linguaggio?

Domande difficili, risposte poche per il momento. Perché se “il” giovane è stato il protagonista emergente della modernità – tanto che il romanzo deve raccontarne l’uscita dall’infanzia e la ricerca di una propria identità attraverso un genere specifico, il Bildungsromano romanzo di formazione – nella tarda post-modernità che stiamo vivendo la “formazione” avviene per canali che sono piuttosto nebulosi, quando non pericolosi, e soprattutto irriconoscibili per gli adulti. Senza dimenticare che, se pure sono molto evidenti dei tratti comuni, tra maschi e femmine ci sono anche molte differenze. Come si potrebbe dedurre indirettamente dai dati di lettura: se la fascia d’età che in Italia legge di più in assoluto è quella tra gli 11 e i 14 anni (57,2%

contro la media nazionale del 43%) le adolescenti-lettrici in questa fascia sono il 63% contro il 39,4% dei coetanei maschi.

Leggere è un’attività complessa: implica innanzitutto una scelta, una capacità di ascolto della parola (scritta) altrui, una possibilità di auto-riflessione e di rispecchiamento, un’idea che la vita abbia una “trama” al di là della contingenza. Il grande successo delle saghe fantasy (Harry Potter) o di quelle fantascientifiche come il recente Hunger Games (libri e film) ci dice anche che la “trama” adolescenziale (e non solo) viene preferibilmente collocata in un mondo altro, atemporale o proiettato nel futuro distopico, segnali entrambi, probabilmente, di una fuga dalla realtà di un presente dominato dalla paura (nella ricerca SIP, persino tra i 13enni si avvertono gli effetti della crisi economica: il 48,8% ritiene che abbia avuto effetti sulla propria famiglia, il 61% dei maschi e il 68% delle femmine ha poca fiducia sulla possibilità di trovare lavoro al termine degli studi).

Hunger Games, primo volume della trilogia di Suzanne Collins (una infinità di premi e riconoscimenti, 92 settimana nella classifica del best sellers del New York Times), potrebbe fornirci un buon osservatorio sui tratti prevalenti del tipo di immaginario che appassiona gli adolescenti e i giovani adulti (catchy è la definizione nei media americani: che prende, cattura l’attenzione). La protagonista della saga, Katniss (nel film di Gary Ross su sceneggiatura della stessa Collins, che nel mondo ha incassato quasi 700 milioni di dollari, è la straordinaria Jennifer Lawrence, migliore interpretazione femminile agli MTV Movie Awards del 2012) è una ragazza di 16 anni che vive con la madre e la sorella minore nel Distretto 12 (il più povero) di un paese denominato Panem (gli Stati Uniti) ridotti alla fame da una non meglio identificata catastrofe. È

intelligente, sveglia e coraggiosa, molto brava nel tiro con l’arco, abilità che le consente di procurare cibo alla famiglia cacciando nei boschi. Una élite di ricchi che usano tecnologie avanzatissime governa Panem e, per punire e non far dimenticare una ribellione che ha portato alla distruzione del distretto 13, ogni anno nella capitale si organizzano gli hunger games, una competizione (contest ma con le caratteristiche

del reality show, perché le telecamere seguono ovunque i concorrenti) cui partecipano un ragazzo e una ragazza di ciascuno dei 12 distretti. I 24 prescelti (detti “tributi”) devono uccidersi fra loro e – come nella saga di Highlander (ma anche dei televisivi talent o reality show tipo Master Chef o X-Factor), ne rimarrà solo uno. Ma sarà un/una sopravvissuta – alla paura, alle debolezze, ai sentimenti.

Una storia quindi che mette in un grande calderone molte e diverse suggestioni letterarie, cinematografiche, televisive e di videogiochi, ma quello che emerge chiarissimo da Hunger Games è che i/le giovani non si limitano a costruirsi un mondo parallelo e separato (come ancora in Harry Potter) ma sono impegnati in un vero scontro con gli adulti. Il mondo adulto è ovviamente quello che regge il potere dispotico di Panem, ma anche quello dei “mentori” che cercano di addestrare i concorrenti per la competizione anche suggerendo trucchi poco ortodossi, e della TV che è la rappresentazione di ciò che “non” vogliono essere.

Nel distretto 12 poi, i padri sono assenti, la madre di Katniss è una figura scialba e bisognosa, per sopravvivere, della forza della figlia, gli adulti, gli altri genitori, puri spettatori della cerimonia in cui i due ragazzi vengono scelti per gli Hunger Games. Una trama in cui è l’iniziativa individuale, il talento, la capacità di relazione fra pari e di comprensione degli “altri” a far premio e dare senso.

All’estremo opposto sembrano collocarsi dei programmi televisivi (visibili ovviamente anche in streaming via computer) di estremo realismo: come 16 anni e incinta, reality show andato in onda per la prima volta su MTV nel 2009, che mette in scena adolescenti che “sbadatamente” restano incinte e ne segue la gravidanza e il parto, le difficoltà dei primi mesi di vita del bambino/a e i conflitti con la famiglia (più spesso le madri) e i rispettivi compagni. Il fenomeno delle gravidanze precoci è, com’è noto, molto diffuso nei paesi  anglosassoni (Usa e Gran Bretagna) ma MTVItalia lo trasmette da anni e ne ha prodotto anche una versione italiana. Il tratto più rilevante è che le ragazze si trovano ad affrontare un evento che cambia radicalmente

la loro vita senza che, in genere, ne abbiano piena coscienza: soffrono per la loro “diversità” (non riescono più ad andare a scuola, a frequentare le amiche, a fare una vita “normale”) e si scontrano spesso con la durezza di genitori che le aiutano, ma ricordando loro che «hai fatto una scelta e ora devi pagarne le conseguenze ». E drammatico, in questi casi, diventa il rapporto con i compagni, che di rado si assumono il peso del bambino continuando a fare la vita di normali adolescenti maschi, ovviamente disoccupati e a volte con problemi di droga. Comunque irresponsabili. Mentre loro, le ragazze, alla responsabilità che comporta il

diventare madri non si possono sottrarre. A meno che, come in un altro reality (Partorirò tuo figlio, LeiTV su Sky 129) non decidano di dare il figlio in adozione, quasi sempre perché madri sole. In questo caso, i maschi non sono solo irresponsabili per la scarsa cura che dedicano alla compagna e al/alla neonata, ma perché proprio scompaiono. O ancora, in un infinita moltiplicazione di specchi, al contrario, può esserci una esaltazione stucchevole del matrimonio come meta inevitabile e ambita di una vita femminile, come nei molti reality che riempiono la programmazione di Real Time (ad esempio Abito da sposa cercasi) il cui unico pregio, se tale si può definire, è di mettere in scena persone reali: grasse e magre, bianche, nere e ispaniche, giovani e meno giovani e persino qualche coppia gay.

Se lo schermo (della Tv, del computer, del telefonino) è il veicolo principale per costruire il proprio “romanzo”, si spera che ragazzi e ragazze, possano ancora interrogare qualche volta uno specchio, magari in segreto e rimettendone insieme i frammenti, per chiedersi chi sono e cosa desiderano diventare.

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LEGGENDARIA N. 107/2014

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Ripresa d’autunno con questo ricco numero di Leggendaria che in Apertura affronta alcuni aspetti di una questione su cui abbiamo già spesso riflettuto nelle pagine della rivista ma che ci pare sempre più problematica da affrontare: le relazioni generazionali. A monte, esplicitamente collocate nella nostra dimensione di adulte, la domanda su chi sono le/i “giovani” e che cosa davvero sappiamo di loro. Quando e come si passa dall’infanzia all’adolescenza, dall’adolescenza alla giovinezza e poi all’età adulta, sapendo che i confini sono ormai sempre più porosi e che non sempre le etichette corrispondono alla realtà anagrafica, specialmente nella percezione soggettiva. Tanto che è entrato in voga il neologismo Young Adults (giovani adulti) per dire della dilatazione di un’età che va oltre i vent’anni e non si sa bene dove termini. Così, tre scrittrici di fama interpellate da Maria Vittoria Vittori – Bianca Pitzorno, Angela Nanetti, Lia Levi – ci raccontano delle differenze che comporta lo scrivere per bambini e ragazzi o invece per gli adulti. Giovanna Pezzuoli ci segnala come sia difficile per i padri, e in generale per i genitori, relazionarsi con i figli, in particolare maschi. Matilde Passa legge per noi alcuni libri di scrittrici ebree che ben ci raccontano giovinezze vissute in condizioni estreme, e che hanno segnato indelebilmente intere esistenze.

E, a proposito di ebraismo, nella sezione A/margine, trovate un bell’articolo di Laura Levi che ha visitato per noi la mostra romana sulle “Artiste del Novecento tra visione e identità ebraica”, che ben focalizzo gli incroci e le sovrapposizione delle “differenze” – l’essere donne, l’essere ebree e l’essere italiane – cui 15 artiste hanno saputo dare rappresentazione.

Altro nucleo forte di questo fascicolo è il Dossier dedicato al tema della cura, un filone di ragionamento politico che seguiamo da tempo: curati da Bia Sarasini, riportiamo relazioni e interventi tenuti nel corso dell’iniziativa romana del 10 maggio scorso in cui si è discusso il documento “Dei legami e dei conflitti”. Nel testo, firmato dalle donne del “Gruppo del Mercoledì”, si discute della cura come paradigma della convivenza – nel privato, nel sociale, nel politico – anche in riferimento al contesto europeo.

In Primopiano, insistiamo sui classici, con il gusto della continua ri-lettura e del ri-attraversamento critico (Jane Austen, Colette, Emily Dickinson) ma mettiamo in evidenza anche l’opera di una grandissima contemporanea come Jamaica Kincaid (Giovanna Covi) e di due scrittrici italiane, Romana Petri e Franca Balsamo. Ma pescate a piene mani anche nelle nostre Letture, dove come di consueto non mancano suggerimenti per volumi di poesia, saggistica e romanzi (compresi gialli e noir!)

Per novembre, stiamo preparando una bellissima sorpresa per lettrici e abbonate ma intanto, buone letture!

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LEGGENDARIA N.107/2014

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APERTURA Tempo Per Crescere: Trame di giovinezza (Anna Maria Crispino, p.06) Narrativa: L’immaginazione tra Storia e vissuto (Maria Vittoria Vittori, p.08) Padri e Figli: Giovani adulti in crisi d’identità (Giovanna Pezzuoli, p.11) Ebraismo: Il coraggio di vivere e crescere (Matilde Passa 13) Gabriella Caramore: Del divenire (Matilde Passa, p.14).

PRATICHE Rassegne: Emily Dickinson protagonista a Frascati (Novella Bellucci, p. 16) Linguaggi: Il neutro non esiste (Giovanna Pezzuoli, p.17).

A/MARGINE Arte: Segni e rappresentazioni di identità complesse (Laura Levi, p.19)

SPECIALE/DOSSIER CURA Europa, Cura e Conflitti: (a Cura Bia Sarasini); L’atto di cura non è mai neutro (Elettra Deiana, p.24); Riprodurre gli individui (Alisa Del Re, p.26); Questa felicità è rivoluzionaria (Andrea Bagni, p.28); L’ombra della madre (Gabriella Bonacchi, p.30); Percorsi di cura della democrazia (Letizia Del Bubba, p.30); Tra vulnerabilità e dominio (Stefano Ciccone, p.31); Paradigma di convivenza (Maria Luisa Boccia, p.32); Un grimaldello politico e simbolico (Gaia Leiss, p.34); L’ambivalenza di un concetto (Ilaria Bussoni, p.35); Come si va al mercato, luogo dello scambio (Alberto Leiss, p.36); Azzardare una pratica (Bianca M. Pomeranzi, p.37).

PRIMOPIANO Jane Austen: Le ragazze di Miss Jane (Anna Maria Crispino, p.38) Colette: Il naufragio del corpo (Chiara Carlino, p.40) Franca Balsamo: Sfida e apprendistato (Mara Fabbri, p.43) Romana Petri: Dalla terrazza (Daniela Matronola, p.45) Jamaica Kincaid: Se l’amore di un tempo diventa odio (Giovanna Covi, p.46) Antonia Cosentino: Quegli spazi conquistati (Angela Scarparo, p.49) Femminismo: Gesto di lotta e di piacere (Silvia Neonato, p.50); La felicità di essere nelle relazioni (Caterina Arcidiacono, p.52) Storia: Una guerra che fu “grande” anche per le donne (Matilde Passa, p.54) Terremutate: Calda assemblea con vista sulla Casa delle Donne (che verrà) (Nadia Tarantini, p.56).

LETTURE Chantal Acevedo: Maria Sirena racconta (Alessandra Riccio 58) Gaia Formenti: La vita da piccola (A.M.C. 62) Antonietta Buonauro: Trauma e visione (Serena Guarracino 62) Lara Santoro: Torrida estate (A.M.C 63) Amare? Mission impossibile (Maria Vittoria Vittori 63).

RUBRICHE TopFive (di Nadia Tarantini, p. 64) News e Buone Notizie (Giulia Crispino, p. 66) Elenco librerie (p.68) Le nostre leggendarie madrine (p.69) Campagna abbonamenti 2014 (p.70)

ABSTRACTS vai su/go to>>> www.leggendaria.it

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LEGGENDARIA N. 107/2014

TEMPO PER CRESCERE

SETTEMBRE 2014, 68 PAGINE, 10 EURO

Ripresa d’autunno con questo ricco numero di Leggendaria che in Apertura affronta alcuni aspetti di una questione su cui abbiamo già spesso riflettuto nelle pagine della rivista ma che ci pare sempre più problematica da affrontare: le relazioni generazionali. A monte, esplicitamente collocate nella nostra dimensione di adulte, la domanda su chi sono le/i “giovani” e che cosa davvero sappiamo di loro. Quando e come si passa dall’infanzia all’adolescenza, dall’adolescenza alla giovinezza e poi all’età adulta, sapendo che i confini sono ormai sempre più porosi e che non sempre le etichette corrispondono alla realtà anagrafica, specialmente nella percezione soggettiva …

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