PRIMOPIANO / JAMAICA KINCAID

Lui, lei e le infinite differenze che prima li attraggono poi diventano occasione di conflitto: cosa accade, cosa cambia, nello spazio temporale tra allora e adesso? Kincaid indaga e scardina il mito della famiglia felice e dei ruoli di genere, il disagio diasporico e il desiderio di una condivisione non compromissoria da scrivere a quattro mani.

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SE L’AMORE DI UN TEMPO DIVENTA ODIO

di Giovanna Covi

Chi ha già letto e amato Jamaica Kincaid non può che accogliere con entusiasmo la pubblicazione, a poco meno di un anno dall’uscita dell’originale See Now Then (2013), di Vedi adesso allora. Qui, Kincaid ancora una volta giustappone cultura caraibica e statunitense, in maniera molto meno esplicita eppure non meno incisiva che nei suoi precedenti racconti, per esporre la mistica contemporanea dell’amore romantico ed eterno della famiglia felice. Come in tutti i suoi testi, la narrazione si dispiega intorno a una domanda da bambini, disarmante per la sua apparente semplicità e ineludibile profondità: come può l’amore tra due persone trasformarsi in odio? Sondata fino all’osso, questa domanda esplicita il tema del racconto, il passare del tempo, focalizzato sull’esame di come allora diventi adesso. La trama insiste nel ricercare quando, come e perché le piacevoli differenze che attraggono moglie e marito a un certo punto diventino ragioni di conflitto.

Quante persone con in mano solo le briciole di un amore improvvisamente infranto si chiedono: come ho mai potuto amare chi mi ha tanto odiata e chi ora detesto? L’interrogativo è drammaticamente ineludibile per ogni vittima di violenza domestica che sia entrata per innamoramento in un rapporto perverso.

La Signora Sweet moglie del Signor Sweet, dal nome sdolcinato come la favola dell’amore-per-sempre, pondera il proprio essere nera e l’essere bianco di lui, le reciproche diversità culturali, sociali e d’istruzione, il padre potente di lui e il proprio del tutto assente, l’ammirazione di lui per gli artisti dell’Alto Modernismo e la propria passione per il giardinaggio, la disciplina del marito musicista nell’eseguire i classici e la dedizione totale della moglie a scrivere e riscrivere la propria vita: sono eventi paratattici che diventano divisivi, non tanto quando l’attenzione di lei per i figli si contrappone a quella di lui per la propria allieva, ma ancor di più nel momento in cui l’atto di parola “ti amo” si muta nel suo opposto “ti odio”, quando s’interrompe la comunicazione, quando gli affetti si fanno completamente intraducibili attraverso il cambiamento temporale situato tra allora e adesso.

Ecco dunque che con una storia apparentemente banale – la fine di un matrimonio, il proprio – Kincaid ancora una volta ci restituisce un’elaborazione teorica che può cambiare il modo in cui gestiamo i nostri vissuti. Gli affetti in questa storia di divorzio sono rigorosamente pratiche politiche; in quanto tali costringono l’etica a farsi pensiero critico, la scrittura ad accettare il rischio di un linguaggio interlocutorio e di un’ontologia incerta. Il confronto con il potere degli schemi sessuali che regolano il matrimonio approda a un ripensamento fondamentale della cultura stessa: lo sfacelo dell’amore tra il Signor e la Signora Sweet è lo sfacelo non solo dell’idea di famiglia felice, ma anche dei ruoli di genere, delle definizioni di parentela e della cultura che le sostiene. Per questo la lettura di Vedi adesso allora offre molto di più di quanto promesso nel retro di copertina, più dell’inimitabile raffigurazione di un inferno interiore. Kincaid non solo, per sua stessa ammissione, supera lo sfogo autobiografico per riflettere filosoficamente sul trascorrere del tempo, ma soprattutto porta il privato nel pubblico per decolonalizzare la lingua e lo schema di pensiero entro cui è costretto, per perseguire una società più equamente, per quanto precariamente, condivisa.

A partire dal 1982 con In fondo al fiume, la narrativa di Kincaid è stata ripetutamente accusata di non essere autentica, di non sapersi esprimere in creolo, di parlare invece la lingua dei colonizzatori. Sono critiche che desiderano l’alterità dei Caraibi e non sanno apprezzare la ricchezza di una scrittura che invece sa mettere in discorso il disagio diasporico, mettendo in rapporto fra loro Caraibi, Regno Unito, USA ed Europa in modo assolutamente non compromissorio. Un discorso che Spivak sostiene svolgersi in maniera paratattica. Kincaid non cede mai alla seduzione di dirsi altra per noi, ma attraverso l’espressione di sé dà voce a un’umanità che tutti dovremmo condividere.

Esemplare in tal senso è Un posto piccolo, un saggio lirico che conduce la turista dentro il racconto dei Caraibi imponendole di cessare di essere tale e farsi semplicemente essere umano. Contrappone dapprima colonizzato e colonizzatore e finisce con offuscare la dicotomia, lasciandoci intravedere una zona in cui le due voci possono esprimersi insieme, a patto che entrambe sappiano abbandonare le loro posizioni d’origine, senza mai fondersi né prevaricarsi, ma stando l’una accanto all’altra. Due voci “in traduzione” le si potrebbe chiamare, che abitano aporie, si muovono tra poesia e dottrina, nutrono la resistenza intellettuale a ciò che è dato e appare confortevole per sforzarsi di comunicare attraverso lingue diverse e indicare così la via verso una condi visione del pianeta. Neces sariamente, così facendo inau gurano il cambiamento, evi denziano le tensioni, fanno esplodere le contraddizioni. Il loro messaggio è coinvolgente e ci tocca intimamente: come può l’allora coloniale essere trasformato nell’adesso turistico?

L’intimità viene esplorata alla radice in tutte le opere di Kincaid, tutte in vario modo centrate sulla famiglia: Annie John si concentra sul rapporto madre-figlia nell’infanzia; Lucy su quello tra una giovane sia con sua madre che con la madre della famiglia statunitense con cui vive come ragazza alla pari; Autobiografia di mia madre letteralmente crea attraverso la scrittura una madre ignota; sempre con la scrittura Mr. Potter crea invece un padre talmente inesistente da non conoscere nemmeno se stesso; pure Mio fratello, scrivendolo dà vita a chi sta morendo. Le narrazioni mostrano affiliazioni creolizzate e queer che demoliscono i fondamenti tradizionali e filiali della comprensione delle relazioni di parentela, le quali divengono riconoscibili anche senza la struttura della famiglia patriarcale, così come la famiglia dell’infanzia ai Caraibi è riconoscibile senza matrimonio.

Non un semplice mostrare famiglie alternative, caraibiche o progressiste che siano, ma dimostrare che la famiglia è sempre stata una bella finzione, che la contingenza è sempre più complessa del racconto. Le relazioni di parentela sono negoziazioni in zone di contatto in cui, forse, se si accetta il rischio, potrebbe anche darsi condivisione, nei Caraibi così come negli USA. Lo si vede bene in My Garden (Book): dove l’ambiente domestico viene invaso dall’intimità di un giardino in cui coesistono creatività e resistenza, dove la casa viene privata della propria essenza per farsi esperienza perturbante, Unheimlich/senza casa, della diaspora postcoloniale. Il giardino è il luogo in cui si produce sapere sia tramite la memoria dei Caraibi che per mezzo della tensione irrisolvibile tra famiglia e intimità.

Vedi adesso allora colpisce al cuore la costruzione della categoria “famiglia” e ci dice che moglie e marito felici esistono soltanto nel momento in cui si scrivono a quattro mani. Il perfetto quadretto del matrimonio d’amore della famiglia nucleare benestante statunitense va in frantumi e mostra l’orrore delle umiliazioni e degli inganni. Eppure non è una storia sulla metafisica dell’amore e dell’odio, ma quella di una voce caraibica situata nella campagna del Connecticut. I Caraibi penetrano nella lussuosa domesticità americana per farne saltare in aria le contraddizioni interne, a livello non della trama – che è la prevedibile vecchia storia del marito in crisi di mezza età – ma epistemico. Mostra quanto Toni Morrison ha bene argomentato nel suo L’occhio più azzurro: l’amore non è mai nulla di più di quanto le e gli amanti, al plurale, sanno fare di esso. L’amore, come il genere, è ciò che esso fa, mai da solo, sempre insieme ai suoi altri. Allo stesso modo la parentela: la famiglia, la moglie, il marito si dissolvono appena uno dei due cessa di amare. Innamorarsi e disinnamorarsi è cosa quotidiana nel contesto di una storia che racconta di come molte vicine di casa abbiano lasciato i loro mariti per delle donne, di come un uomo abbia lasciato la moglie per cambiare sesso e poi sposarsi con un’altra donna. Dunque quanto accaduto agli Sweet è convenzionale, comune, non richiede spiegazione, nemmeno merita di essere raccontato.

La forza dirompente di Vedi adesso allora è in questa normalità, che non lascia spazio ad alcuna famiglia felice da contrapporre a questa in pezzi. Kincaid mette in campo soggetti femministi relazionali e temporali, che nel 2003 ho chiamato “prismatici”, e nel 2006 e poi 2008 mi hanno fornito la materia per articolare il concetto di “dividua”. Ci costringono a ridefinire famiglia, parentela, casa, e matrimonio quando le identità fisse non ci sono più. Mostrano che resta solo la pratica politica, con la sua incertezza e provvisorietà, che la parentela non strutturata è solo l’azione di farsi reciprocamente parenti.

Tutto cambia a questo punto, come chiaramente spiega Judith Butler: non troviamo più la linea di sangue, la tribù, il clan, la famiglia su cui fondare la nostra cultura. Solo imprevedibili affetti. Le dividue prismatiche, in traduzione e in transito, vulnerabili e precarie, sanno mettere la diaspora in discorso e con essa affrontare intimità e “segreti familiari” che fanno scoppiare le categorie, mettere nei guai generi, parentele e agitare culture, perché le dividue non si danno al di fuori di alcuna scena, sono qui oppure là, adesso oppure allora: si interpellano, traducono, de-soggettivizzano e creolizzano mentre agiscono.

Così la narratrice che allora fu la Signora Sweet, adesso può chiedersi insieme quale sia l’essenza dell’amore e che cosa sia stato il commercio degli schiavi africani. Questa domanda paratattica sottolinea che l’amore decontestualizzato, isolato nella sua idealizzazione romantica, non lo si può capire. Dunque di esso non ci si può fidare. Non si può essere più d’accordo.