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IN MEMORIAM / MARIELLA GRAMAGLIA

A UN’AMICA GENIALE

di Annamaria Crispino

La foto di Laura Salvinelli che vedete nella pagina accanto era sul letto di Mariella Gramaglia l’ultima volta che, con il cuore in gola per l’emozione e il dolore, sono andata a trovarla. Pochi giorni dopo, il 15 ottobre 2014, lei ci ha lasciato per sempre. È una foto che dice molto di chi era Mariella, del suo amore per la vita, per l’India e soprattutto per le donne. Quando, nel 2007, si era dimessa dal suo incarico di assessora al Comune di Roma ed era partita per l’India per collaborare con Sewa, importante sindacato indiano di sole donne, nell’ambito di Progetto Sviluppo e della CGIL – sul suo blog “Ordito e trama”, diceva «[…] mi sto facendo un bellissimo regalo di libertà». E come tale ha vissuto quell’esperienza, un dono della libertà che si era conquistata, lo si percepisce con molta chiarezza leggendo il bel libro Indiana. Nel cuore della democrazia più complicata del mondo (con l’emozionante reportage fotografico di Salvinelli).

Nel 2009, ricordando Roberta Tatafiore, aveva scritto: «Io […] ho sempre portato due passaporti in tasca, quello del femminismo e quello della ricerca sulla democrazia e le sue regole, e della pratica delle istituzioni. (“Un senso di incompiutezza”, in Leggendaria, n.75/2009 – p. 39). Il femminismo – si legge ancora sul suo blog e molti/e l’hanno già ricordato – è stato «la grande scoperta della mia vita: quando i cuori delle donne hanno cominciato a cantare solo quando ne avevano voglia loro». Erano i primi anni Settanta: Mariella si era trasferita da Torino (dove si era laureata in filosofia nel 1972) a Roma. Io arrivavo da Napoli a Roma ogni mese per le riunioni nazionali di quelli che al tempo si chiamavano “Collettivi femministi comunisti”: eravamo entrambe – e, con tante altre, anche Bia Sarasini e Silvia Neonato, che scrivono in queste pagine – “militanti” del Manifesto. Ma io, che ero la più giovane d’età – anche se già madre di Alessandro – le più grandi le guardavo con ammirazione e il cuore, davvero, mi cantava quando le sentivo parlare: allora si può, pensavo.

Mariella aveva un modo di intervenire che già allora la rivelavano per quella che poi è stata: una finissima analista, una “politica” nel senso più bello del termine, capace di condurre a sintesi i discorsi infuocati delle più movimentiste, di proporre mediazioni alte, sempre. Perché quella forma particolare di democrazia “assembleare” – senza rappresentanza, senza votazioni, senza schieramenti di maggioranze e minoranze – era non solo inedita per noi, ma difficilissima da praticare. Per le ragazze che allora eravamo, si trattava – in quei luoghi affollati che non erano ancora in grado di riconoscere le “disparità” né di concedere autorevolezza alla parola dell’altra – di far convivere e rendere produttive plurime ambivalenze: di formazione politica, di classe, di provenienza geografica, di fedeltà alla “linea” del gruppo misto di appartenenza (in quel caso, il manifesto) con la ricerca ancora embrionale di una soggettività di donne non subalterne – anzi, spesso apertamente conflittuali – al pensiero e alle pratiche dei“compagni”. L’escamotage che quel pezzo di femminismo adottò fu quello della “doppia militanza”, incomprensibile per la maggior parte degli uomini del gruppo, ma che noi testardamente perseguimmo fino all’uscita di moltissime dal Manifesto (nel 1976). Lo stesso processo aveva attraversato Lotta Continua, lo stesso problema si trovarono davanti le donne del Pci negli anni Ottanta, ma lì, nel Partito (come allora si chiamava) c’era già stata l’esperienza di doppia militanza delle donne dell’Udi.

Già in quegli anni dunque Mariella palesava le due grandi passioni della sua vita: il femminismo e la ricerca – l’interrogazione – sulle forme della democrazia. Due fili robusti che si sarebbero continuamente intrecciati anche quando, dopo una decina d’anni di lavoro giornalistico in varie testate (il manifesto, la Rai, il Lavoro di Genova, varie riviste e infine come direttrice di NoiDonne), nel 1987 fu eletta alla Camera dei Deputati come indipendente nelle liste del Pci. Le nostre vite sono tornate ad incrociarsi da vicino proprio nella redazione di NoiDonne: dopo anni di pendolarismo, mi ero definitivamente trasferita a Roma nel 1982 e, a seguito della crisi dell’allora settimanale dell’Udi (1983-84) – che a sua volta seguiva il distacco dell’Udi dal Pci nel famoso XII Congresso del 1982 (vedi “Quando si perde una parte di noi”, Leggendaria n.75/2009, pp. 36-37) – avevo con altre contribuito al l’uscita di un supplemento di Paese Sera che fece sopravvivere la testata nel periodo di chiusura. Nel 1985, a Mariella venne affidata la direzione di una NoiDonne tutta da ripensare e ricollocare sul mercato politico ed editoriale.

Furono gli anni di una grande sfida giornalistica ma anche di laboratorio per una pratica di relazioni, personali e professionali, che doveva tenere insieme l’assetto formale di una redazione – con le sue gerarchie – e la gioiosa anarchia di un gruppo di donne abituate dalla politica del femminismo a pensare ciascuna con la sua testa. Non fu sempre facile. Ma nel frattempo eravamo diventate anche “amiche”: lo metto tra virgolette perché – come scrive Bia Sarasini nelle pagine che seguono – quelle amicizie nate nel fuoco di una politica che rivendicava il “partire da sé” e “il personale è politico” significavano qualcosa di molto speciale: la capacità di interloquire senza configgere in modo distruttivo, di condividere il lavoro da pari ma anche di riconoscere autorità a chi si assumeva la responsabilità maggiore, di parlare di tutto ma poi anche di chiudere i discorsi in tempo per l’uscita della rivista, di accettare mediazioni senza sentirsene sminuite, di lasciare autonomia a ciascuna nella sua differenza (di pensiero, scrittura, preferenze) mantenendo una cornice di riferimento comune.

La proposta di far nascere una testata-figlia di NoiDonne, che fu poi Leggendaria è del 1986: Mariella l’approvò, e l’esperimento andò avanti per una decina d’anni proseguendo sotto al direzione di Franca Fossati e poi di Bia Sarasini, fin quando la “creatura” non fu forte abbastanza da camminare sulle sue gambe (1996).

Quando fu eletta deputata e poi dirigente del Comune di Roma e poi assessora per due mandati, le nostre strade tornarono a dividersi ma non ci perdemmo mai di vista. E fu al suo ritorno dall’India che Mariella cominciò a collaborare assiduamente con Leggendaria per poi entrare nel collettivo redazionale. Era già malata, ma combatteva come una leonessa. Abbiamo fatto gran parte delle riunioni di redazione nella sua casa romana, quella stessa casa dove a volte ci vedevamo ai tempi di NoiDonne, con i suoi figli Maddalena e Michele che circolavano tra noi un po’ affascinati (forse), ma anche gelosi (certamente) di quelle donne così chiacchierone che rubavano loro l’attenzione della madre. Su questo doppio sentimento ci sono pagine bellissime nel libro che Mariella ha scritto con la figlia Maddalena: Tra me e te.

Sono stati anni intensissimi, di confronto e condivisione: lei veniva volentieri nella mia casa sul lago, io mi fermavo da lei quando ero a Roma. Quel filo che ci univa da quarant’anni, tra alti e bassi, sembrava ora forte di un valore in più, che riempiva la parola “amiche” di affetto, accudimento reciproco, confidenze privatissime e confronti politici sui massimi sistemi: la crisi della sinistra, lo stato del femminismo, la democrazia. Lei si era appassionata a Se non ora quando, per le potenzialità che poteva avere in termini di “forme” della politica e della sua efficacia, mi pare, più che per l’effettiva pratica, che poi, dopo il grande successo della manifestazione dell’13 febbraio 2011, è risultata divisiva come altre esperienze precedenti. Io e altre della redazioni non riuscivamo a superare lo sconcerto per la leggerezza – per usare un eufemismo – con cui il gruppo promotore di Se non ora quando aveva liquidato il femminismo – non solo il movimento degli anni Settanta – di cui decretava un fallimento simmetrico a quello della sinistra – ma anche quello che tuttora pratichiamo in molteplici modi e svariati luoghi. Ma anche questa diversità di opinioni non ha minato i solidi rapporti tra noi negli ultimi anni.

Forse perché con Mariella si poteva dissentire, ma difficilmente venivano meno la stima e l’ammirazione, vale a dire – almeno per me – le basi su cui si costruisce un rapporto di affetto che è una presenza viva e porta ricchezza nella tua vita. Per questo mi manca, ci manca. Infinitamente. E continueremo il dialogo con lei, con ciò che ha scritto, che spesso, ad una rilettura dell’oggi, rivela una sorprendente capacità di vedere lontano. È stata, davvero, una amica geniale.

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MARIELLA GRAMAGLIA

Indiana. Nel cuore della democrazia
più complicata del mondo

Donzelli, Roma 2008
216 pagine, 16 euro

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MARIELLA GRAMAGLIA
MADDALENA VIANELLO 

Tra te e me. Madre e figlia si scrivono:
pensieri, passioni, femminismi

Edizioni et al., Milano 2013
194 pagine, 14 euro

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One Response to IN MEMORIAM / MARIELLA GRAMAGLIA

  1. Pina ligas says:

    Grazie Annamaria per la sensibilità e gentilezza d’animo, nel descrivere la vita di questa meravigliosa donna.
    Mi spiace non averla potuta conoscere da vicino.

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