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ULTIME NEWS

NAPOLI, LUNEDÌ 26 GENNAIO – ore 18.00

Libreria Ubik (via Benedetto Croce 28) si discute di EPICHE, altre storie altre narrazioni (Iacobelli editore 2014) con le curatrici Paola Bono e Bia Sarasini. Saranno presenti alcune delle autrici: Lidia Curti, Serena Guarracino, Marina Vitale.

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Primopiano / Elena Ferrante

Napoli, Statua del Nilo, nell’omomima piazzetta

L’UNA E L’ALTRA 

Il quarto e ultimo volume de L’amica geniale chiude il cerchio aperto dal Prologo del primo. La quadrilogia è una narrazione-mondo che si e ci interroga sul senso dell’esperienza di una intera generazione

di Anna Maria Crispino

Se in Italia avessimo l’ossessione del “grande romanzo nazionale” come negli Usa, dove si cerca di scrivere (e di leggere) il “grande romanzo americano”, forse potremmo affermare che Elena Ferrante ci è riuscita. Non perché la sua quadrilogia de L’amica geniale sia stilisticamente perfetta, ma perché riesce a incarnare nella sua scrittura la storia degli ultimi settant’anni del nostro Paese nell’impasto tra una vicenda privata (narrata, per di più, in prima persona) e il suo contesto politico, sociale e culturale. E lo fa con grande autorevolezza, e non a caso da un punto di vista femminile, nel senso alto che il femminismo ha dato a questa parola, vale a dire narrando ciò che accade in ogni episodio fino al più piccolo dettaglio in termini relazionali. Elena Greco, l’io narrante, non è mai sola, singola, auto-centrata. Con lei c’è sempre, nella realtà o nell’immaginario, l’altra, la sua amica Lila: «C’entriamo sempre e soltanto noi due», si legge nell’ultima pagina dell’ultimo volume. E l’ultimo libro che scrive Elena Greco ha per titolo “Un’amicizia”: lei non si rassegna alla “sparizione” di Lila – e neppure noi – e così, quando si giunge alla fine del quarto volume, bisogna tornare indietro, rileggere il Prologo del primo volume per capire che la saga di Lila e Lenù non ha, non può avere un finale. Perché le 1.500 e passa pagine dei quattro volumi sono state una provocazione, un ultimo disperato tentativo di Elena di far ricomparire la sua amica Lila – e tutto ciò che ha perso con lei – attraverso la magia della scrittura. Con il computer che proprio Lila le ha insegnato ad usare, il lungo racconto delle loro due vite poteva essere modificato, riscritto, arricchito senza che ne restasse traccia, facendole finalmente combaciare. Ma Lila non entra nel computer di Lenù, la lascia scrivere, dire quello che vuole, quello che sa e può ricordare del loro rapporto – e dunque, quanto rimane indicibile? – lei preferisce il tasto “cancella” e non arriverà mai a rispondere, controbattere, smentire o convalidare quello che la sua amica ha raccontato.

Nella parte finale di Storia della bambina perduta Elena Greco è ormai una scrittrice affermata, ma ancora teme che Lila possa aver scritto “il grande romanzo” che la sua fiaba infantile preannunciava e che farà apparire i suoi mediocri ed effimeri: riemerge l’invidia che è l’altra faccia sempre presente dell’ammirazione che prova per Lila, un gioco dell’ambivalenza che è a mio parere una delle chiavi per entrare nel rapporto tra le due amiche che sorregge l’intera impalcatura della quadrilogia. Solo che in questo quarto e ultimo volume, si legge in trasparenza come l’invidia sia il prodotto della paura: paura del vuoto, del baratro su cui si teme di affacciarsi, vale a dire sull’inconsistenza di un io sgretolato che echeggia in modo potente lo sgretolamento di un intero Paese. A libro chiuso ci si rende conto che, raccontando di Lila e Lenù, Elena Ferrante ha ripercorso l’intero arco della storia italiana dal dopoguerra i nostri giorni. Che lo ha fatto da un luogo che (io credo) le appartiene – ma che comunque conosce assai bene – che è la Napoli della prima Anna Maria Ortese, non la cartolina con il golfo e il Vesuvio, ma quella che il mare non arriva a bagnare. Una Napoli delle periferie, misera e disperata, che spera e cerca il suo riscatto. Una città-mondo, vitale e creativa ma allo stesso tempo cinica e disincantata, sempre in bilico tra rivolta e rassegnazione, legalità e criminalità. Un luogo topico, da cui bisogna fuggire per mettersi in salvo. Napoli come metafora dell’intero Paese? C’è chi fugge e c’è chi resta, ci aveva detto Ferrante nel terzo volume. Ma chi fugge a volte ritorna, come Elena che per vivere l’amore con Nino Sarratore lascia il marito e con le figlie torna a Napoli ma si sistema in un appartamento ben lontano dal “rione” dove Lila  è restata. Un amore, quello di Elena, che nel tempo si consuma per la pochezza dell’uomo, sciupafemmene mai pentito, serial lover compulsivo e furbo amministratore di relazioni femminili utili alla sua carriera: mediocre come accademico, finirà per entrare in politica, in una parabola di opportunismo che disegna alla perfezione il passaggio dall’estremismo giovanile al socialismo, al craxismo, al berlusconismo.

La parabola involutiva di Nino, che copre gli anni Ottanta, Novanta e oltre, corrisponde agli anni della maturità delle due amiche: hanno entrambe – «lontanissime in tutto e però vicine» – avuto una figlia a 36 anni, Elena da Nino e Lila da Enzo – l’antico compagno di scuola che l’ha salvata dalla fabbrica di insaccati e le è rimasto accanto, insegnandole – a lei, figlia di uno “scarparo” con la quinta elementare ma “geniale” – a conoscere il nuovo mondo dell’informatica. La vita per le due amiche sembrerebbe aver preso il suo corso, sebbene Lila resti inquieta – e per molti inquietante – e Lenù continui a barcamenarsi tra le sue incertezze di amante-moglie e di scrittrice che non riesce a scrivere. E tra le due «Il nuovo affiatamento era indubbiamente reale [ma] Evidentemente restavo quella che se ne’era andata e che, se anche era tornata, aveva ormai un altro sguardo, viveva nella Napoli alta, non poteva essere pienamente riaccolta. Che avessi una sorta di doppia identità era vero». Nei mesi delle contemporanee gravidanze Elena e Lila fanno la sconvolgente esperienza del terremoto – «[…] un vento sotterraneo stava levando contro il pavimento onde di un mare segreto […] Il rumore era insopportabile, faceva rumore tutta la città, il Vesuvio, le strade, il mare, le case vecchie dei Tribunali e dei Quartieri, quelle nuove di Posillipo». Elena ha paura, ma Lila è letteralmente terrorizzata e la scrittura di Ferrante descrive con una precisione estrema quella condizione di “smarginatura” di cui Lila soffre da tutta la vita ma che solo in questa occasione riesce a nominare. Il mondo sembra andare in frantumi. «Il terremoto – il terremoto del 23 novembre 1980 con quel suo frantumare infinito – ci entrò dentro le ossa» (e La frantumaglia s’intitola il libro che ci racconta qualcosa del laboratorio di scrittura di Ferrante) ma a posteriori si è visto che era entrato nelle ossa dell’intero Paese: un fiume di denaro arrivò in Campania per la ricostruzione, mangiatoia bassa per il ceto politico locale e nazionale, la corruzione da eccezione divenne una norma che neanche le inchieste giudiziarie di un decennio dopo riuscirono a bloccare. Il terremoto «Cacciò via la consuetudine della stabilità e della solidità, la certezza che ogni attimo sarebbe stato identico a quello seguente, la familiarità dei suoni e dei gesti, la loro sicura riconoscibilità». Poi, dopo il parto, Elena si trova a dover fronteggiare una doppia catastrofe personale: la malattia e poi la morte della madre – momento di verità di una relazione sempre assai sofferta – e la separazione da Nino, rivelatosi infine per quel che è: un inaffidabile opportunista. La soluzione è tornare al “rione”, e proprio in una casa nella stessa palazzina di Lila: le due si ricongiungono così nella situazione identica di madri di due bambine che cresceranno insieme.

Il tema del doppio resta centrale anche in questo volume di Ferrante: un doppio che si incarna nelle due amiche – e in una sorta di schizofrenia, la “smarginatura”, che si manifesta nella testa di Lila – o ancora nella ricerca del tempo perduto che muove Elena a scrivere a 66 anni la storia delle due bambine che erano state – o della parte di sé che ha perso per strada: dove? quando? Un doppio che si ricongiunge e si divarica nella sua continua ricerca di senso – e forse anche di una narrati. va possibile. Delle due bambine nate dalle due amiche, una a 4 anni si è “perduta”: è quella di Lila – che però in una foto è stata attribuita a Elena – che resterà da allora perennemente “smarginata”, mentre Elena dopo qualche anno va a vivere a Torino: ha l’occasione di occuparsi di una casa editrice, lascia il rione, la città e l’amica. È sola ormai: le due figlie maggiori si sono entrambe trasferite negli Stati Uniti per stare col padre, la minore studia a Parigi. Poi, mentre la vecchiaia si avvicina, sarà facile per un trentenne rampante “rottamarla” e mettersi al suo posto: Elena fa un passo di lato e scrive un ottimo libro, il suo migliore, e poi la quadrilogia che dovrebbe far riapparire Lila, e «darle una forma che non si smargini, e batterla, e calmarla, e così a mia volta calmarmi».

Nell’Epilogo, non a casa intitolato “Restituzione”, Elena racconta di un ritrovamento che non sa interpretare. Perché, dice «A differenza che nei racconti, la vita vera, quando è passata, si sporge non sulla chiarezza ma sull’oscurità». Ma oscuro resta anche per noi il doppio movimento tra verità e finzione che la Elena narratrice di una storia firmata da Elena ci affida come un enigma di cui occorrerebbe non smettere di cercare la soluzione. Perché è l’enigma di una generazione che sembrava destinata a capovolgere il mondo, ma che in molti case ha dovuto vivere tra le macerie di molteplici sconfitte.

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ELENA FERRANTE

Storia della bambina perduta

Edizioni e/o, Roma 2014
453 pagine, 19,50 euro

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La frantumaglia

Edizioni e/o, Roma 2007, 2014
218 pagine, 10,50 euro

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ULTIME NEWS

GENOVA, VENERDÌ 16 GENNAIO – ore 17.00

Sede Udi via Cairoli 14 parleremo dell’ultimo numero di Leggendaria dedicato a Mariella Gramaglia. E torneremo a discutere del suo epistolario privato e politico con la figlia Maddalena Vianello, “Fra me e te”.

 

NAPOLI, DOMENICA 18 GENNAIO – ore 18.00

In occasione dell’uscita del n. 108 di Leggendaria, Anna Maria Crispino Maria Serena Palieri e Titti Marrone discuteranno della quadrilogia di Elena Ferrante “L’amica geniale”. Libreria Iocisto, via Cimarosa 20 (p.zzetta Fuga, funicolare di Chiaja).

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Primopiano / Elena Ferrante

IN DEBITO CON IL FEMMINISMO

La saga di Lila e Lenù innesta un gioco del doppio che si riverbera sull’autrice e il suo avatar. Le due amiche sono reciprocamente “l’altra necessaria”: è in questa relazione che si svela quel pensiero prodotto dalle donne senza il quale questa storia non avrebbe potuto essere raccontata

di Maria Serena Palieri

 

«Ho amato molto Freud, che ho letto abbastanza: mi pare sapesse più dei suoi seguaci che la psicoanalisi è il lessico del precipizio. Conosco poco Jung. Ho letto con molta passione Melanie Klein. Non so quasi niente di Lacan, so parecchio di Luce Irigaray, seguo il confronto e le guerriglie in Italia tra linee diverse di pensiero femminile. Quanto queste letture e altre ancora e gli interventi e le discussioni abbiano influito sui miei libri per me è un mistero, sono una lettrice che dimentica velocemente quello che legge. Mi auguro però che i debiti che ho contratto siano di scarsa entità, non mi piacciono i racconti che sono la messinscena programmatica della teoria del gruppo d’appartenenza». Così Elena Ferrante scrive a giugno 2003 nella lunga risposta alle domande per un’intervista mandatele dalle redattrici dell’Indice, testo che costituirà il nucleo della Frantumaglia, raccolta di scritti autobiografici ed epistolari pubblicata da e/o dopo il successo dei Giorni dell’abbandono.

Ma noi sappiamo che Elena Ferrante è un nom de plume. È l’avatar con cui si muove sulla scena letteraria la vera autrice. E dunque per ogni affermazione di Ferrante vale la domanda: essa è veritiera anche per la scrittrice “reale”? Quando ci si inoltra nell’officina di Elena Ferrante ci si trova di fronte a un minuetto come questo – tra l’autrice e il suo avatar – che spiazza. E che diventa doppio in questa tetralogia L’amica geniale dove Ferrante, avatar, si dà un alter ego,  Elena come lei, figlia dell’usciere Greco, come lei scrittrice. E quindi se, come abbiamo intenzione di fare, ci inoltriamo nell’officina di Ferrante cercando di valutare il suo rapporto col femminismo, dobbiamo sapere che è in questo gioco di specchi che andiamo a muoverci.

Elena Greco, uscita dal gorgo dialettale del rione partenopeo in cui è nata e approdata con volontà indefessa a Pisa, alla Scuola Normale, in questa sua nuova vita alfabetizzata incrocia molti ismi. Perché sposatasi con Pietro Airota, schiatta di borghesi intellettuali, ha fatto il suo ingresso in un mondo dove le idee, e in quell’epoca le ideologie, hanno un posto assodato. E perché è fresca sposa e giovane madre negli anni Settanta del Novecento. E quindi se alla sua porta possono bussare una sera, furtivi e invadenti, due “compagni” napoletani – Nadia e Pasquale – che hanno scelto la clandestinità, lei stessa, uscendo di casa, magari andando a Milano da sua cognata Mariarosa, può incontrare gruppi di donne impegnate nell’autocoscienza.

Elena Greco vive con fastidio il piccolo gruppo. «Mi pareva di sapere abbastanza bene cosa significava essere nata femmina, non mi appassionavo alle fatiche della coscienza di sé. E non avevo nessuna intenzione di parlare in pubblico del mio rapporto con Pietro, con gli uomini in generale, per dar testimonianza di ciò che sono i maschi d’ogni ceto e d’ogni età», spiega. Cosa la spinge a lesinarsi? Di certo una specie di orgogliosa aristocrazia della povertà, che la fa sentire fuori posto tra le altre.  Però Elena comincia a leggere Carla Lonzi e ne rimane folgorata: «Com’è possibile, mi dissi, che una donna sappia pensare così? Ho faticato tanto sui libri, ma li ho subìti, non li ho mai veramente usati, non li ho mai rovesciati contro se stessi. Ecco come si pensa contro» annota chiuse le pagine di Sputiamo su Hegel.  Lonzi ha qualcosa in sé di definitivo, proprio come ai suoi occhi lo ha la sua amica Lila. Ed è lì, non a un contesto astratto di “altre donne”, ma a quella simbiosi e quella lotta con il suo doppio, Raffaella Cerullo detta Lina o Lila, a quell’agone essenziale per il suo personaggio, che Elena Greco tende. Tant’è, che appresa da quelle altre donne, comunque, “un’urgenza di autenticità”, non le dà seguito nel gruppo, ma decide di impiegarla nel confronto con l’amica.

Non sono queste pagine – appaiono nel terzo volume della quadrilogia, Storia di chi fugge e di chi resta – le migliori scritte da Elena Ferrante. Sono pagine, infatti, che sfiorano il caricaturale. Come spesso succede da che romanzo  è romanzo quando si cerca di trasformare in narrazione uno scontro di idee. Ma è Elena Greco o è Elena Ferrante oppure è la figura reale a cui rimandano entrambe, a vedere la pratica femminista dell’autocoscienza in questo modo? Se quello che indaghiamo è il rapporto della scrittrice, non del suo personaggio e neppure del suo avatar, con il pensiero delle donne, ci soccorrono altri elementi. Andiamo ai Giorni dell’abbandono. Trentacinque anni separano Una donna spezzata di Simone de Beauvoir, raccolta di racconti così intitolata nell’edizione italiana Einaudi,  e il romanzo di Elena Ferrante, uscito per e/o nel 2002. Se tre decenni e mezzo li dividono, cosa li lega? Il fatto che I giorni dell’abbandono renda esplicito omaggio a Una donna spezzata, senza nominarne titolo e autrice, fin dall’inizio. Avviene quando Olga, dopo aver estirpato al marito Mario la frase fatidica, «Sì, c’è un’altra», esorta se stessa: «Evita di assomigliare alle donne in frantumi di un libro famoso della tua adolescenza». Olga è ancora sul ciglio dell’esperienza interiore dell’abbandono che le devasterà la vita nei mesi successivi, un abbandono che in lei agirà con la potenza, viene da dire erotica, con cui in genere agisce la passione amorosa, cioè il cataclisma speculare. Si ricorda, dunque, di aver letto il libro “famoso” vent’anni prima, da liceale, e di averlo ridato all’insegnante di francese con “una frase superba”: «Queste donne sono stupide». Ciò che sperimenterà ora, da adulta, è però proprio il viaggio disorientante in quella “stupidità”, la vertiginosa e nauseante esperienza di sentirsi come quelle «signore colte, di condizione agiata» che la liceale giudicava, con un’alterigia della povertà simile a quella poi della sua consorella Elena Greco, si rompono «come ninnoli nelle mani dei loro uomini distratti». 

L’impennata di superbia dell’adolescente, però, non resterà senza conseguenze: l’Olga adulta, trascinata come il soldatino di stagno di Andersen per la cloaca di se stessa, nelle ultime righe saprà appigliarsi con la mano a una nuova terraferma. De Beauvoir, la scrittrice che ha fatto della propria identità un pubblico libro di testo per le future generazioni, e la nostra misteriosa autrice di cui non conosciamo neppure il reale genere sessuale, hanno scritto due libri dall’esito opposto ma entrambi, uno dopo l’altro, di importanza capitale per quanto concerne la moderna esperienza amorosa femminile. E proprio ribaltando l’esito, da figlia di un’epoca nuova, la seconda  ha ribadito una filiazione ideale dalla prima: de Beauvoir spinge nel baratro la sua moglie abbandonata dal marito (donna che lei detesta), Ferrante dà alla sua la forza di ritrarsi da quel ciglio.

Ma torniamo alla saga dell’Amica geniale. Perché è qui stesso che, se superiamo il fastidio di quella rappresentazione un po’ caricaturale dei gruppi di autocoscienza, troviamo un architrave della poetica di Elena Ferrante, chiunque si nasconda dietro questo nome. Elena Greco, dopo avere scritto un romanzo che le ha dato notorietà, decide di cimentarsi con un saggio sul  tema dei «maschi che fabbricano le femmine». Cioè dei personaggi di donne scaturiti da menti di uomini, fino dal primo di tutti i racconti, la Bibbia… Per il tramite  di Elena-Lenù l’autrice dell’Amica geniale, così, enuncia la propria stessa necessità di scrivere di donne pensate – “fabbricate” – da una donna. Da lei. Come ha fatto fin dall’esordio, con la madre scomparsa nell’Amore molesto e con la Olga moglie rifiutata dei Giorni dell’abbandono. E come fa in questo singolare, progressivo romanzo, qui con l’essere bifronte cui Lila e Lenù danno vita. Il tema in queste 1600 e più pagine è quello del Doppio. È quello della simbiosi: Ombra e Luce, Amore e Odio… È quello dei duellanti di Conrad. E dunque è un tema millenario. Però qui ha un sapore in più, che deriva dalla specularità di sguardi con cui, magari proprio in quei gruppi che Elena Greco guarda con sospetto, delle donne hanno imparato a guardarsi vicendevolmente. Ecco perché L’amica geniale è una saga che paga in modo lontano molte miglia dall’ideologia un  debito col femminismo: senza, non leggeremmo questa tetralogia, questo spesso magnifico romanzo in progress.

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TerreMutate

The Women’s Building (TWB), San Francisco, Murales La Maestra della Pace (particolare)

DAI WOMEN’S BUILDING ALLA CASA DELLE DONNE

di Claudia Mattogno e Maria Cristina Marchetti

Era il 1893 e la venticinquenne Sophia Gregoria Hayden, fresca della sua brillante laurea in architettura presso il MIT di Boston, si aggiudica il concorso per il Women’s Building all’interno delle Colombiadi che celebrano a Chicago i quattrocento anni della scoperta dell’America. Altri Women’s Building erano stati già costruiti in precedenza nelle esposizioni universali di Vienna nel 1873 e di Filadelfia nel 1876. Altri lo saranno in seguito, come accadrà per i Palais des Travaux Féminins nel 1900 a Parigi e nel 1910 a Bruxelles. Servono a mettere in mostra, attraverso una rappresentazione didattica e illustrativa, quei saperi e quelle tradizioni attribuite all’universo femminile, destano ammirazione per le pregevoli opere d’arte che contengono, ma subiscono anche contestazioni perché di fatto sottendono ed esprimono aspetti fortemente segregativi.

La rappresentazione di un mondo separato, prezioso quanto circoscritto, collocato in posizione defilata e periferica rispetto ai magniloquenti padiglioni che ospitano i prodotti emergenti delle varie Nazioni, ribadisce il confinamento della posizione femminile che la cultura ottocentesca attribuisce al privato e suscita non poche opposizioni, sia da parte di attiviste politiche, sia da parte di affermate artiste che ritenevano tali padiglioni più simili a variegati bazar che a luoghi espositivi. Il Padiglione femminile di Chicago non si limita, però, ad accogliere al suo interno raffinate collezioni musicali e artistiche, né a mettere in mostra eleganti raccolte di manufatti artigianali, ma rappresenta invece l’emergere di nuove istanze che postulano l’uguaglianza dei diritti e un ruolo attivo per donne nella sfera pubblica.

È fortemente voluto dal potente Board of Lady Manager, un’influente commissione formata da ricche e colte rappresentanti dell’upper class nordamericana, che finanziano l’opera e decidono le modalità di espletazione del concorso, riservato esclusivamente alle donne. Una formulazione, questa, che non mancherà di sollevare polemiche per l’approccio giudicato protezionistico, ma che al contempo rende palese l’affermarsi di nuove professionalità in un campo, come quello dell’architettura e dell’edilizia, dominato dalla presenza maschile. Venticinque sono le progettiste che rispondono all’appello, in parte motivate dalla visibilità dell’opera nell’ambito di una prestigiosa manifestazione internazionale, in parte scoraggiate dal modesto compenso (pari a mille dollari) previsto per la vincitrice, inferiore di ben dieci volte quello attribuito ai colleghi uomini per gli altri padiglioni dell’Esposizione.

Le ambiguità e le contraddizioni della cultura borghese dell’epoca, sollecitata dalle pressioni di rinnovamento poste dalle donne americane, appena affacciate allo studio universitario e all’indipendenza economica, e al contempo il proposito di mantenerle incanalate nell’alveo domestico, sono manifeste nella decisione stessa di edificare a Chicago un Padiglione femminile che, tuttavia, si connota per due importanti innovazioni di contenente e contenuto. Non solo è il primo ad essere interamente progettato e realizzato da una donna, ma è anche il primo ad accogliere al suo interno una panoramica delle arti e delle scienze che travalica i lavori femminili,tradizionalmente intesi, per accogliere importanti manifestazioni culturali dove le donne sono protagoniste. Una biblioteca con seimila volumi di scrittrici provenienti da tutto il mondo, opere d’arte, una cucina e un asilo nido modello, spazi per convegni e conferenze, ristoranti e camere d’albergo, si sovrappongono alla presenza dei settori merceologici esposti dai vari paesi e richiamano un vasto pubblico. Il successo è enorme, certamente non pari alle ripercussioni sul movimento delle donne che ne trarrà solo qualche riverbero di visibilità. 

Ben altra visibilità sociale e impatto urbano sarà, invece, chiamato a svolgere il The Women’s Building (TWB) che nel 1979 apre le sue porte nel Mission District di San Francisco. Si tratta di un edificio acquistato dal movimento delle donne che quindi ne sono proprietarie e che, dopo aver seguito direttamente la ristrutturazione e l’adeguamento antisismico, ora ne gestiscono spazi ed eventi attraverso la compresenza di undici associazioni. I proventi di alcune attività a pagamento, quali l’affitto delle sale per feste e convegni, l’organizzazione di fiere periodiche di arte e artigianato femminile, concorrono all’autofinanziamento e generano anche occupazione, anche se determinante rimane comunque il contributo volontario di molte. Completamente rivestito da un imponente murales dal titolo Maestra della Pace dipinto da sette artiste come evento collettivo condiviso, è fortemente radicato nel quartiere, dove è diventato un punto di riferimento anche per le più giovani in cerca di lavoro, si riverbera nello spazio cittadino con attività sociali, culturali e ricreative, costituisce un frequentato polo aggregativo per l’intera Bay Area fino ad aver risonanza internazionale.

Qualche anno dopo, siamo nel 1983, la giunta comunale di Roma assegna l’ex convento del Buon Pastore in Via della Lungara ai gruppi femministi di Via del Governo Vecchio, ma la Casa Internazionale delle Donne aprirà i suoi spazi, compreso un bel giardino, solo nel 2001, dopo lunghe vicissitudini amministrative e consistenti lavori di restauro. Nel frattempo altre esperienze vanno in porto un po’ dovunque in Italia e in Europa, di solito frutto di accordi e rivendicazioni serrate con gli enti locali, che in genere arrivano a mettere a disposizione gli immobili e, in alcune situazioni, come a Bologna, contribuiscono alle spese e distaccano personale di segreteria. Alcune Case si connotano per una spiccata offerta culturale, diventano luoghi di aggregazione e del tempo libero, dove si alternano corsi di teatro e incontri politici: come l’Espace Simone De Beauvoir a Nantes che è dotato di un’aggiornata mediateca, produce periodici e pubblicazioni in proprio, mette a disposizione una scrivana pubblica, proprio come si faceva in tempi di analfabetismo, per aiutare fattivamente le donne a redigere documenti ufficiali e richieste di lavoro. Accoglie anche gruppi di azione femminista, tra cui La Barbe, diffuso nelle più grandi città francesi, ben conosciuto perché organizza irruzioni nei luoghi delle istituzioni e del potere, come la Borsa, la riunione del Comitato Olimpico o la sessione inaugurale dell’Académie Française, al fine di denunciare l’onnipresenza maschile e «seminare la confusione dei generi». Altre, come la Maison des Femmes a Montreuil, nell’est parigino, sono indirizzate a favorire il percorso di autonomia delle donne e dunque concentrano la loro attività nell’offerta formativa assieme ad un forte impegno militante, che del resto sembra essere una delle costanti di molte associazioni francesi. Altre ancora sono orientate ad offrire un luogo di rifugio e di protezione a quelle donne che sono vittime di violenza oppure che soffrono di condizioni sociali svantaggiate, come la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna. Offerti in maniera quasi costante dovunque sono le consulenze legali e i corsi di alfabetizzazione per straniere, o per chi vuole familiarizzare con il computer, l’orientamento al lavoro, il sostegno psicologico, cui spesso si aggiungono corsi di teatro e musica, mentre pressoché dovunque troviamo sale per convegni e seminari.

Gli esempi qui brevemente ricordati ci portano a riflettere sul ruolo di catalizzatore sociale e culturale, nonché sull’offerta di servizi, e quindi di welfare, che possono garantire le Case delle Donne, la cui presenza dovrebbe essere sostenuta in ogni città quale luogo di centralità urbana, ben riconoscibile in termini spaziali, morfologici e di significato politico. Far riferimento alla riconoscibilità di queste strutture significa sviluppare nelle nostre città la visibilità e l’autorevolezza dei movimenti delle donne, contribuire a rafforzare le reti, mettere a disposizione spazi adeguati per il confronto e l’accoglienza, condividere problematiche e ricerche, coltivare e diffondere nuove idee, rendere possibile la memoria e la diffusione della cultura di genere anche in favore delle nuove generazioni.

La Casa delle Donne dovrebbe essere localizzata in una zona facilmente accessibile a piedi e con i mezzi pubblici, meglio se in un’area centrale, anche nell’ottica di una possibile riutilizzazione del patrimonio edilizio esistente, riconvertendo edifici abbandonati o in disuso. La molteplicità delle funzioni da accogliere fa ritenere adatti, specialmente nei centri storici, quegli antichi palazzi che una volta ospitavano edifici pubblici o istituzioni religiose, come è accaduto a Roma con la trasformazione del convento del Buon Pastore da luogo di reclusione a luogo di accoglienza aperto alle donne di tutto il mondo. Ma anche operazioni di riuso di edifici industriali dismessi potrebbero offrire l’opportunità di fruire di ampi spazi per attività culturali e ricreative e contribuire in tal modo alla riqualificazione di aree periferiche che magari soffrono per la loro monofunzionalità.

Del resto, tutti gli esempi che abbiamo citato, dai più piccoli ai più grandi, sono frutto di operazioni di riutilizzazione di edifici esistenti, anche se non sempre, però, la loro realizzazione porta la firma di un’architetta. Di sicuro, invece, l’elaborazione del progetto dovrebbe costituire un percorso partecipativo che veda protagoniste da una parte le figure tecniche incaricate e dall’altra le rappresentanti delle associazioni e dei gruppi presenti sul territorio, in modo che l’atto stesso della progettazione divenga un momento condiviso di confronto, di apprendimento e divulgazione in grado di accogliere esigenze radicate ma anche nuove istanze.

Quattro potrebbero essere le fasi di questo percorso partecipativo che inizia con la condivisione di un’idea di progetto: è questo il momento dimettere al centro le esigenze e i desideri delle donne nelle condizioni di contesto, prevedere le funzioni da insediare e il quadro delle risorse economiche e finanziarie utilizzabili. E quindi come immaginare una Casa delle Donne? E come immaginarla a L’Aquila in modo da poter contribuire alla rinascita della città e della sua vivibilità proprio là dove gli spazi urbani e sociali sono stati cancellati dalla violenza del sisma e dall’incuria di molti? Come primo passo, la Casa delle Donne deve “avere affaccio” su uno spazio pubblico della città storica e così contribuire ad innestare nuovi usi collettivi laddove ora ci sono solo transenne e macerie: prevedere quindi subito alcune funzioni aperte a tutti, come una caffetteria e un ristorante, ma anche un ostello per offrire ospitalità, uno spazio adeguato per il centro antiviolenza – che a L’Aquila è già attivo da anni – e poi un consultorio medico e giuridico, una banca del tempo per scambiare servizi, degli spazi per lo studio e la formazione accompagnati da una biblioteca e da un archivio della memoria.

Messa a punto l’idea, individuate le funzioni e le adeguate scelte di destinazione funzionale degli spazi disponibili, la seconda fase serve a predisporre il piano di fattibilità, in relazione ai fondi esistenti o da reperire, e a definire un progetto esecutivo pienamente condiviso, mentre la terza coincide con la realizzazione che, nel caso di L’Aquila, comporta la riparazione e il restauro post sisma di un edificio storico dove mettere in atto un cantiere scuola che sperimenti soluzioni alternative e sostenibili. La quarta e ultima fase conclude l’iter di programmazione e prevede una valutazione delle opportunità gestionali per il buon funzionamento della struttura. A questo punto la nuova Casa sarà pronta per aprire i suoi spazi di confronto a tutte le donne e non resterà che organizzare una grande festa di benvenuto! … Ma se c’è ancora molto lavoro da fare per superare le difficoltà politiche ed economiche che impediscono di realizzare una Casa delle Donne in ogni città, a L’Aquila la situazione è ancora più complessa.