Primopiano / Violenza

A CHE PUNTO È LA QUESTIONE MASCHILE? 

La violenza degli uomini sulle donne è un fenomeno che segnala una mutazione antropologica. Un volume a più voci riflette sul “lato oscuro” degli uomini e offre una mappatura A che punto è la questione maschile? delle iniziative di contrasto in Italia e all’estero Un breve, denso saggio di Sergio Manghi si interroga invece sulla relazione tra maschi

di Enzo Palmisciano

Ormai da alcuni anni il problema della violenza sulle donne sembra aver coinvolto anche uomini che si sono schierati contro questi comportamenti e che hanno aperto un dibattito “di genere”, chiedendosi cosa fare per attenuare se non eliminare il fenomeno. È per questo che è nata la rete Maschile Plurale, è su questo che si incontrano regolarmente gruppi di uomini in varie città italiane: lo scopo è quello di prendere coscienza del fatto che la violenza sulle donne è consumata dagli uomini ed è quindi decisivo che siano essi a spingere verso cambiamenti di comportamento. Qui risiede il nodo problematico: cosa possano e debbano fare gli uomini perché altri uomini arrivino a modificarsi, imparino a riconoscere il genere femminile come l’altro con cui stabilire relazioni non “malate”, siano in grado di accogliere la differenza come ricchezza e non come rapporto di potere. È per questo che accanto a convegni, seminari e interventi su varie riviste, tra il 2007 e il 2012 sono stati pubblicati numerosi studi: Berrettoni, Ciccone, Deiana e Greco, Paolozzi e Leiss sono alcuni degli autori che vale la pena segnalare.

Il volume dal titolo Il lato oscuro degli uomini è una delle pubblicazioni più esaurienti sul tema della violenza maschile; si tratta di un lavoro curato e voluto da LeNove Studi e ricerche, che dagli anni Ottanta si occupa di indagini in ottica di genere. Negli ultimi anni una parte consistente del lavoro si è sviluppata sulla violenza contro le donne con ricerche, approfondimenti e con la gestione, insieme ad altre associazioni, del numero nazionale antiviolenza 1522. Il testo, di oltre 400 pagine, è strutturato in tre parti. La prima prende in esame le varie procedure di intervento e recupero su uomini maltrattanti adottate in Italia e nel mondo. Nel primo caso si offre una mappatura dei servizi esistenti e dei centri dedicati. Nell’altro si prendono in considerazione alcuni programmi internazionali nel contesto delle politiche di contrasto e prevenzione alla violenza di genere. La situazione italiana registra a tutt’oggi ritardi rispetto a quanto già messo in atto negli Stati Uniti, in Europa e in Australia. In ogni modo si ricostruisce l’iter di formazione dei Centri, esaminando il loro funzionamento sia per quanto riguarda i punti di forza, sia per gli aspetti da migliorare.

Nella seconda parte sono raccolti i contributi di pensatori diversi per estrazione, esperienze, attività professionali. In questa sezione sono messe in rilievo questioni ancora irrisolte come i limiti dei tentativi di recupero di uomini maltrattanti, la necessità di lavorare su nuovi protocolli di intervento, l’importanza di una presa di coscienza e dell’apertura di un dibattito tra gli uomini non maltrattanti, l’incidenza dei modelli culturali nella fondazione di una identità maschile.

Nella terza parte vengono presentate riflessioni su alcune esperienze attualmente in corso di realizzazione in Italia (i CAM), sugli interventi nell’ambito della sanità pubblica, sull’importanza di costruire reti tra soggetti impegnati sul tema della violenza di genere, su percorsi di presa di coscienza d parte di uomini violenti.

La prima e la terza parte sembrano rivolte soprattutto agli addetti ai lavori, anche se rimangono utili le informazioni contenute nei vari interventi per tutti coloro che vogliono sapere cosa si sta facendo e come. La seconda parte ci sembra quella più ricca di spunti di riflessione, presenta motivi di approfondimenti e di confronto tra uomini e tra uomini e donne. È utile innanzitutto interrogarsi sulle basi culturali della violenza maschile e avviare una riflessione sui codici culturali della violenza. La sfida a questo punto non risiede nel cambiare alcuni uomini maltrattanti, ma di intervenire sui contesti che favoriscono la cultura della violenza come fondamento di identità maschile.

È importante vedere le connessioni tra violenza interpersonale e violenze strutturali, anche in campo politico ed economico. È importante evidenziare e analizzare gli stereotipi che generano poi episodi ed espressioni comportamentali di singoli soggetti. D’altra parte troppo spesso anche le donne, di fronte a episodi di violenza, attribuiscono la responsabilità alla vittima. Si tratta dunque di affiancare al lavoro delle donne con le donne un lavoro degli uomini con gli uomini e sulle categorie del maschile.

Di taglio del tutto diverso il recente volume di Sergio Manghi, L’altro uomo, contributo interessante di un pensatore egregio, docente di Sociologia dei processi culturali all’Università di Parma. L’altro uomo, dice Manghi, per un uomo, c’è sempre; insieme all’altro donna. «Ombra, testimone, esempio, erede, soglia, sponda, rivale, amico, altro ancora. Per tutto quello che mi viene di sentire, fare, pensare».

Le rivolte generazionali e femminili non si sono limitate a guadagnare margini di libertà rispetto alla Legge dei Padri: ne hanno intaccato la matrice stessa, soprattutto quelle femminili. Diventa dunque necessario imparare ad accogliere i cambiamenti ma non saremo in grado di farlo senza la volontà di affrontare un nodo centrale, quello della violenza. L’idea da cui parte Manghi è che dietro ogni atto di violenza maschile nei confronti delle donne c’è sempre un terzo, assunto come rivale. Si tratta di una presenza fantasmatica, prodotto del sistema simbolico che caratterizza l’identità maschile.

Il testo si sviluppa su quattro argomentazioni: trappole relazionali, la donna d’altri, il terzo incluso, oltre il tabù della violenza. Echeggiano, nel linguaggio di Manghi, le teorie di Gregory Bateson (la relazione viene prima; la danza interattiva ecc.) di cui Manghi è tra i più importanti interpreti in Italia. Secondo l’autore i comportamenti violenti hanno le loro radici in complesse dinamiche di ordine relazionale, considerazione che rende riduttive le spiegazioni di tipo psicologico relative ai singoli individui maltrattanti. È opportuno allora iscrivere certi comportamenti dentro dinamiche segnate da «un desiderio maschile assoggettato, senza avvedersene, al desiderio di un altro uomo, inconsapevolmente eletto a rivale ammirato e al tempo stesso temuto» (p. 18).

La cornice significativa è costituita dalla mutazione antropologica che segna il nostro tempo, giocata tra due poli: l’immaginario di volontà di potenza egocentrica e le nuove opportunità di sviluppo delle libertà individuali. In qualche modo il modello gerarchico-patriarcale è stato messo in crisi soprattutto dalle libertà acquisite dal genere femminile, soprattutto in tema di libertà sessuale. Tutto questo richiede da parte degli uomini un ripensamento totale alla ricerca di un nuovo ordine simbolico “pater-materno” come opportunità di rigenerazione. Certo fa pensare il fatto che nel misurarsi di ogni uomo con i fantasmi del modello di riferimento la figura femminile appare sfocata e ancora una volta resa oggetto nel triangolo.

Si tratta, comunque, di un testo breve ma densissimo, che offre continui motivi di riflessione e confronto tra uomini, anche laddove le argomentazioni suscitano perplessità o critiche, ma riportando la ricerca nell’alveo più adatto e produttivo. Solo un appunto, in questa sede: nella bibliografia non risultano riferimenti a testi usciti in questi anni per mano di uomini che si sono schierati contro la violenza sulle donne né riferimenti al pensiero della differenza, salvo un richiamo a Luisa Muraro attraverso la sua opera L’ombra della madre.