Tema / La Questione

Neapolitan

a cura di Annamaria Crispino e Maria Vittoria Vittori 

NEAPOLITAN, sostantivo e aggettivo, come “napoletano” d’altronde. Ma da quando la quadrilogia di Elena Ferrante è stata ribattezzata negli Stati Uniti “Neapolitan Novels” incontrando un successo di critica e di pubblico senza precedenti, la forza di un’etichetta è tornata a risaltare con grande evidenza: c’è qualcosa, ci sono alcuni/e, che hanno un marchio di fabbrica, un brand, un logo: quel qualcosa, quegli alcuni/e, è, sono, Neapolitan. La tentazione di esser d’accordo è molto forte: meglio un’identità riconoscibile, anche col rischio che comprenda nefandezze e bellezze, piuttosto che l’anonimato, l’omologazione che marginalizza, l’inessenzialità nel discorso e nella percezione pubblica. Ma – e molti dei contributi a questo nostro “Tema” ce lo confermano – non è più vera, se mai lo è stata, quell’affermazione di Pier Paolo Pasolini: «I Napoletani resteranno fino all’ultimo Napoletani, cioè irripetibili, irriducibili ed incorruttibili». Irripetibili, forse. Perché pochi luoghi al mondo come Napoli sono il risultato di un processo storico millenario che ha accumulato strato su strato civiltà e popoli, lingue e costumi, metabolizzando le diversità in un composto che non ha eguali. Irriducibili?

Non proprio: più dotati di capacità di adattamento, dopo fiammate di rivolta sempre fallite, con uno spirito filosofico che cuce e intreccia razionalità e superstizione, religiosità e vitalismo pagano. Incorruttibili certamente no: la corruzione scorre nelle vene della città, ha il sapore del cibo guasto e l’odore del marciume. Eppure, è al tempo stesso humus fertilizzante di una creatività diffusa, artistica ed esistenziale. Se “incorruttibile” è sinonimo di purezza, Napoli e i napoletani sono corruttibilissimi, nel bene e nel male, perché hanno antenne assai sensibili a ciò che accade nel divenire del mondo e degli umani. Sempre apparentemente sull’orlo di un baratro, Napoli mette in campo doti massicce di resistenza, anzi di resilienza. La “città porosa” – che convive con le infiltrazioni che ne modificano continuamente i tratti – la “capitale mittelmediterranea” che è specchio rovesciato di un universo-mondo che si vorrebbe arroccato nei suoi privilegi e nelle sue miserie tutte occidentali, la Partenope grecoromana – dove il mare sì che bagna Napoli! – ma che non si lascia soffocare dal barocco magnifico e mortifero, ecco questa città non smette di raccontare e raccontarsi nelle sue molte facce , diverse e spesso contraddittorie, “ossimoriche” e a volte provocatorie quando non apertamente beffarde. La materia c’è, i narratori e le narratrici pure: non resta che ascoltare, approfittando dell’effervescenza.