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APERTURA / FRANCESCA GUERISOLI

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SCARPE ROSSE CONTRO LA VIOLENZA

L’istallazione creata nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet per denunciare le migliaia di femminicidi a Ciudad Juárez, da processo creativo locale è diventato un fenomeno globale. Moltissime le iniziative anche in Italia. Ce lo racconta, con parole e immagini, la giovane storica dell’arte Francesca Guerisoli

di Carla Sanguineti

Le figlie nascono dove il vento porta i semi, dicevo a proposito delle nuove generazioni di femministe, ma le figlie muoiono anche, purtroppo, e uccise. Ni una más di Francesca Guerisoli è un “libro” che dà la vertigine, perché ci butta nella realtà del femminicidio, in paesi come il Messico (vedi Francesca Gargallo Celentani su Leggendaria n. 84/2010), ma anche il Guatemala e l’Ecuador, dove stato e istituzioni, tra corruzione, impotenza e collusione con gli autori dei crimini, negandone l’esistenza lo rendono lecito; dove media e stampa non hanno libertà; dove le vittime vengono colpevolizzate e chi denuncia o chiede giustizia rischia la vita.

La ricchezza di documentazione cui l’autrice ha attinto, attraverso inchieste di giornalisti che hanno poi dovuto espatriare, rapporti dell’ONU, di Amnesty International, di Human Rights Watch e soprattutto attraverso la ricostruzione dell’opera delle Madres e dei circoli di attivisti culturali e politici contro il femminicidio, è sconvolgente. La lunga disamina inizia con un capitolo agghiacciante su Ciudad Juárez, la città che uccide le donne come dicono i Messicani, perché dagli anni Novanta, ormai più di 4500 tra ragazze e bambine sono state stuprate e uccise nell’impunità più totale.

Nel febbraio scorso, a Ciudad Juárez, poco prima che Papa Francesco avanzasse tra la folla parlando in difesa dei migrantes e contro traffico di organi e droga, la polizia ricopriva le tante croci rosa che famigliari e attivisti avevano posto nei luoghi in cui erano stati ritrovati i cadaveri delle giovani donne scaricate in zone desertiche o buttate seminude per strada, con orrende mutilazioni. La polizia occultava e gli altri scoprivano e ridipingevano, aspettando dal Papa una parola che non è venuta. Ciudad Juárez è piena di croci rosa, il colore del Messico, di murales con le foto e i nomi delle scomparse, per lo più studentesse di scuole tecniche o lavoratrici precarie, operaie di maquiladoras, le fabbriche di assemblaggio di proprietà di multinazionali nate dopo l’entrata in vigore del NAFTA (l’accordo di libero commercio tra Messico Canada e USA, 1994). Ragazze in fuga dalla miseria delle campagne, accorse in massa in città per uno stipendio bassissimo, senza protezione alcuna, ammassate in periferie desolate e senza servizi, preda fin troppo facile di bande di narcotrafficanti in guerra tra loro per il controllo dell’80 per cento della cocaina che dalla Colombia va verso gli USA, dedite all’esibizione del proprio potere attraverso il sacrificio rituale di vittime, all’uccisione di donne come atto comunicativo, a riti satanici e traffico di organi.

Qui, come in Argentina e in Cile è nato il movimento delle Madres, anche se «qui alle Madres si spara – ha detto Francesca Guerisoli presente a Firenze per la mostra “Arte e Femminismo negli Anni ‘70” – come è accaduto a Marisela Escobedo, durante un sit-in davanti al palazzo del Governatore dello stato mentre chiedeva giustizia per la propria figlia uccisa nel 2009, a 17 anni. Come è accaduto a Norma Andrade, sopravvissuta a due attentati, colpevole di aver fondato con Marisela Ortiz un’associazione per far luce sulle sparizioni e gli assassini delle ragazze di Juárez, di cui una, Lilia Aleandra, è stata uccisa nel 2001 dopo orrende sevizie e mutilazioni all’età di 17 anni. O a Susana Chávez, la poetessa trentaseienne autrice del motto “Ni una muerta mas!” – i cui versi venivano letti nelle manifestazioni in onore delle vittime – uccisa il 6 gennaio 2011 e il cui corpo è stato gettato seminudo per strada, con la testa avvolta in un sacchetto di plastica nero e mutilata della mano sinistra. Un turbine di orrori.

Ma altrettanto inimmaginabile è la sublimità delle azioni solidali e eroiche dei tanti collettivi antiviolenza e antifemminicidio sorti nella città, supportati, anche economicamente, da giornalisti, avvocati, investigatori, docenti, musicisti, cantanti, attori, registi (Bordertown di Gregory Nava 2006 e Senorita extraviada di Lourdes Portillo 2001), scrittori (2666 di Roberto Bolano 2004). E soprattutto a C.J. operano artiste che hanno come una bandiera le lotte e le rivendicazioni del primo femminismo riprendendo anche visivamente temi e stili degli anni Settanta. Tornano le sfilate di donne a lutto contro lo stupro come era stato in Mourning and in Rage di Susan Lazy e Leslie Labovitz a Los Angeles nel 1977 quando per la prima volta si portava allo scoperto quanto era stato sempre tenuto nascosto e si dichiarava che il privato è politico.

Giovani donne vogliono rivivere sul proprio corpo le ingiurie e le mutilazioni subite da altre e si espongono nude e indifese allo sguardo di tutti. Ana Mendieta, coperta di sangue, mimava uno stupro nell’Università di Iowa nel ‘73, e oggi Regina José Galindo rivive, su letti di contenzione e obitori, le torture e le sevizie subite dalle donne in Guatemala autoinfliggendosele. Ema Villanueva si offre al pubblico nuda, legata imbavagliata, citando le performance di Yoko Ono nel 1964 e di Marina Abramovic nel 1974. Lorena Wolffer, usando i materiali dei rapporti forensi, pratica sul suo corpo nudo con un pennarello i segni delle mutilazioni, dei tagli e dei colpi d’arma da fuoco inferti alle vittime, nominandole una per una (Mientre dormiamos 2002). Musei e gallerie d’arte di tutto il mondo, dagli USA all’Asia e all’Europa, hanno visto arrivare casse di terra del deserto dove venivano scaricati corpi di ragazze uccise, mattoni di un muro coi segni dei proiettili di esecuzioni, muri di targhe ricamate da migliaia di persone coi nomi delle vittime con e senza nome, contenitori dell’aria degli obitori, flaconi di sangue umano e resti organici, abiti di ragazze buttati nel cemento…

Questa l’arte sulla realtà del femminicidio di Ciudad Juárez, contro lo stupro, contro la militarizzazione, contro la guerra, contro le istituzioni del crimine.

Vorrei sapere quali esperienze di vita hanno portato Francesca Guerisoli, classe 1980, storica dell’arte e attivista dei diritti delle donne, autrice di questo straordinario lavoro e curatrice di Zapatos Rojos, così lontano e per vie così pericolose. Le pongo varie domande, parliamo.

Come sei arrivata al femminismo? le chiedo, e la risposta mi spiazza e al tempo stesso mi esalta.

Mi sono avvicinata al femminismo attraverso alcuni testi. È stata Carla Lonzi la mia chiave d’accesso, con il suo Autoritratto (1969), che ho trovato illuminante. Un modo tutto diverso di fare critica d’arte, che rompeva con i canoni precedenti e introduceva con determinazione il rapporto personale, la soggettività. Quel libro mi ha aperto le porte al femminismo: ho quindi analizzato il Manifesto di Rivolta Femminile

E come hai scoperto il dibattito intorno al termine “femminicidio”?

Avvicinandomi al problema del femminicidio di Ciudad Juárez, attraverso il progetto d’arte partecipativa Zapatos Rojos (2009-in corso) dell’artista Elina Chauvet. Là è nato il concetto di femminicidio: l’antropologa femminista e deputata messicana Marcela Lagarde lo ha introdotto nel 1997 – ampliando il termine “femicide” coniato alcuni anni prima da Diana Russell per definire gli omicidi di donna “in quanto donna” – riferendosi proprio agli omicidi di donne nella città di frontiera, caratterizzati da diffusa impunità e omertà. Lo Stato, nel concetto di femminicidio teorizzato da Lagarde, è responsabile di questi delitti per non aver garantito la vita delle donne nonostante fosse a conoscenza del problema. Il termine, dunque, non è una mera categoria giornalistica, come spesso si è pensato e ancora alcuni pensano in Italia, ma il nome di un preciso crimine che denota un problema strutturale, che comprende misoginia, superiorità dell’uomo sulla donna e responsabilità dello Stato. Nominare un problema specifico è il primo, imprescindibile, modo per poterlo affrontare.

Sei andata a Ciudad Juárez?

Avrei voluto intraprendere quel viaggio, sarei stata guidata e accompagnata in città da attiviste e giornalisti locali e di El Paso (la città statunitense che confina con Juárez) con cui sono in contatto. Quando fai ricerca su un contesto specifico vorresti essere là, poter studiare il contesto dall’interno, incontrare chi lo abita, attraversare i luoghi visti in fotografia, descritti e immaginati, far parte della vita del posto, anche se per un periodo limitato. Purtroppo non ho potuto farlo. Non sono andata a Ciudad Juárez perché è troppo pericoloso, quel viaggio mi è stato sconsigliato da più parti, in particolar modo da alcuni membri della Sezione America Latina di Amnesty International, in quanto il problema della violenza nelle strade è alle stelle: «È meglio che ne scrivi da qui, piuttosto che andare là e rischiare di non poterne più scrivere», mi disse l’ex coordinatrice.

Come curatrice, hai lavorato con altre artiste sul tema della violenza contro le donne?

Ne ho avuto l’occasione a Milano, alle Colonne di San Lorenzo, a novembre 2012. Si trattava di un progetto curatoriale sostenuto dal Comune di Milano in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Al centro del progetto vi erano due elementi: l’intervento artistico nello spazio urbano, che intercettasse, dunque, cittadine e cittadini e non solo chi frequenta l’arte contemporanea; e la considerazione della donna non come vittima da commiserare ma come soggetto attivo, capace di innescare un cambiamento attraverso forme di resilienza. Nello stesso spazio pubblico cittadino, avvenivano le azioni di Chiara Mu, Stigma; Marta Lodola, Senza Titolo; e l’installazione di Elina Chauvet, Zapatos Rojos. Tre lavori molto diversi l’uno dall’altro che, attraverso dinamiche relazionali proprie, erano volti alla sensibilizzazione della cittadinanza.

E infine parliamo di Zapatos Rojos, questa installazione che è diventata un simbolo contro il femminicidio, e che, sorpresa finale, ha trovato in Italia il più alto numero di esecuzioni e grandissima partecipazione.

Zapatos rojos, in spagnolo. Scarpe rosse, in italiano. Un oggetto d’uso comune e un aggettivo che ne qualifica il colore. Eppure oggi le scarpe rosse non sono più semplicemente una cosa, come erano prima che le utilizzasse un’artista messicana per una singolare installazione in uno spazio pubblico: una marcia di scarpe rosse lungo una strada di Ciudad Juárez. Da allora, non sarebbero mai più state solo scarpe di colore rosso. Le scarpe rosse sono divenute, infatti, Zapatos Rojos: un progetto d’arte partecipativa contro il femminicidio che nella sua fase finale prende la forma di un’installazione di centinaia di calzature femminili rosse, disposte ordinatamente a tracciare un percorso, una marcia nello spazio della città. Realizzato a Ciudad Juárez nel 2009 ad opera dell’artista Elina Chauvet (Casas Grandes, Chiuhauha, 1959 – vive a Mazatlan, Sinaloa), Zapatos Rojos è un processo creativo che veicola contenuti politici; è un motore di aggregazione, di consapevolezza e di azione culturale e sociale. Il progetto ha una dimensione locale, in quanto denuncia il sistema politico e giudiziario di Ciudad Juárez, in merito al fenomeno del femminicidio, e allo stesso tempo globale, perché tratta il problema diffuso internazionalmente della violenza contro le donne per il solo fatto di essere donne. Principale caratteristica di Zapatos Rojos è la sua natura processuale, incentrata sulla costruzione di una rete di solidarietà e di relazioni tra singoli, soggetti pubblici e organizzazioni no profit che condividono la stessa battaglia culturale della lotta alla violenza alle donne, sia sulla diffusione della conoscenza del fenomeno del femminicidio di Juárez. Questa peculiarità del progetto, manifesta chiaramente la volontà di generare una pressione sul governo locale e federale messicano, affinché siano applicate le leggi che puniscono il reato, assicurando i colpevoli alla giustizia.

E in Italia dove le donne sono sottoposte a un continuo femminicidio simbolico incitate come sono a considerare la seduzione come l’unico mezzo di accettazione sociale, Zapatos Rojos ha avuto il più elevato numero di realizzazioni, nelle città ma anche in paesi e zone periferiche, si è trasformato in un evento virale. Ha favorito l’elaborazione del lutto attraverso il gioco dell’assenza (le scarpe vuote) e della memoria (la colorazione di rosso del cuore e del sangue), i gesti liturgici (il posizionamento delle scarpe) e la condivisione del dolore. Partito nel 2009 dalla “città che uccide le donne”, si è fatto grido di denuncia nel nostro Paese e si sta espandendo nel mondo, pur non avendo un’organizzazione strutturata che lo sorregge, pur non potendo contare su finanziamenti, ma basandosi unicamente su comunità temporanee che il progetto genera, aggregando donne e uomini che si uniscono al coro «Ni una más, Ni una más, Ni una más…».
Questa la vertigine che le giovani generazioni di femministe ci sanno dare, uno spaccato di mondo in cui sembrano concentrarsi tutto il male ma anche tutto il bene di cui siamo capaci trasformando «l’arte in strumento per contrastare silenzio e omertà » come ha dichiarato Amnesty International dando il proprio patrocinio al libro di Francesca Guerisoli.

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LEGGENDARIA N. 117/2016

FEMMINICIDIO

MAGGIO 2016 – 76 PAGINE

 

« L’Editoriale »

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Non sarà certo un caso se il filo rosso che emerge con tanta forza da tanti diversi articoli di questo numero di Leggendaria è la violenza: simboleggiata dal corpo nudo della performer guatemalteca Regina José Galindo, che abbiamo messo in copertina, o dalle scarpe rosse – zapatos rojos – che per la prima volta nel 2009 l’artista messicana Elina Chauvet mise in fila per una istallazione che da allora continua a essere replicata in tutto il mondo per protestare contro il femminicidio. Innanzitutto quello delle migliaia di donne e ragazze uccise a Ciudad Juárez come nel resto del Centro e Sud America: perché donne in contesti di machismo imperante. Ma anche perché ambientaliste, oppositrici e leader di comunità native contro lo sfruttamento della terra e dell’acqua, come ci raccontano Alessandra Riccio, Francesca Gargallo Celentani e Francesca Caminoli nel nostro “Speciale”. Dalla efferata violenza del Circeo è partita la trentennale storia del Centro Donna “Lilith” di Latina, di cui ci parla nelle nostre “Pratiche” Sara Pollice, e di violenza contro le donne hanno discusso un gruppo di detenuti nel carcere di Sulmona, una straordinaria esperienza che ci racconta Maria Rosaria La Morgia. La violenza della miseria che colpì gli Stati Uniti dopo la crisi del 29 è documentata nelle foto di Dorothea Lange (Patrizia Larese) mentre Carla Sanguineti riprende il filo di continuità nelle rappresentazione del corpo femminile violato che si rintraccia nelle opere delle artiste femministe dagli anni Settanta all’oggi.
Non è certo un caso che siano due scrittrici come Dubravka Ugreši´c (intervistata da Maria Vittoria Vittori) e Svetlana Aleksieviˇc (ritratta magistralmente da Maristella Lippolis) a raccontarci la violenza delle guerre che hanno travolto le vite di donne e uomini della (allora) Unione Sovietica e della (allora) Jugoslavia ma anche il dolore straziante del dover fare i conti con la fine di una grande utopia, giusta o sbagliata che fosse.
Non è certo un caso: perché questi sono i nostri tempi. Ma raccontare e leggere di queste vicende serve non solo a riflettere ma fa anche emergere figure di donne straordinarie, coraggiose e fiere, capaci e indomabili, come le attiviste e le artiste, le combattenti e le magistrate, le operatrici dei centri e delle associazioni, le studiose e le scrittrici. Ma anche come le anonime contadine guatemalteche che dichiarano: Estoy viva, ispirando il titolo della performance della Galindo. Estoy viva: sono viva. Anche se molte muoiono, uccise. Protagoniste di pensiero e pratiche all’altezza della complessità del nostro tempo.
Pubblichiamo anche un’intervista di Giovanna Pezzuoli ad Anna Vanzan, che si riallaccia ai tempi del nostro numero sulle donne d’Islam (n. 116). E due articoli di Marina Vitale che, attraverso le opere di Annie Ernaux e Valeria Viganò, mettono a fuoco il tema del tempo, delle nostre vite e della nostra memoria, e della sua possibile narrazione. E la seconda intervista di Costanza Boccardi alle protagoniste del teatro: questa volta è il turno della regista Annalisa Bianco. E molto altro, in Primopiano e Letture.
Non vi resta che leggere!

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LEGGENDARIA N.117/2016

FEMMINICIDIO

MAGGIO 2016 – 76 PAGINE

 

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APERTURA / FEMMINICIDIO

Scarpe rosse contro la violenza di Carla Sanguineti … pag. 06

SPECIALE / CENTROAMERICA

Il coraggio della donne centroamericane di Alessandra Riccio … pag. 09

≡ GUATEMALA

Jasmín Barrios e le molte altre di Alessandra Riccio … pag. 11

≡ HONDURAS

Berta Cáceres difendeva un fiume di Francesca Gargallo Celentani … pag. 14

≡ NICARAGUA

Doña Chica contro i giganti di Francesca Caminoli … pag. 16

PRATICHE

≡ CARCERE

Voci di detenuti sulla violenza contro le donne di Maria Rosaria La Morgia … pag. 20

≡ CENTRI DONNA

Buon compleanno, Lilith! a cura di Sara Pollice … pag. 21

≡ MIGRAZIONI

C’è un’altra Europa che sa accogliere e prendersi cura di Franca Fortunato e Anna Di Slavo … pag. 23

≡ TEATRO

Sulla scena e tra le quinte 2 – Il teatro è un luogo abitato. Intervista con Annalisa Bianco a cura di Costanza Boccardi … pag. 24

A/MARGINE

≡ DOROTHEA LANGE

Immagini di denuncia … pag. 26

≡ ARTE

Femminismo nell’arte, ieri e oggi di Carla Sanguineti … pag. 28

INCONTRI

≡ DUBRAVKA UGREŠIĆ

Porto d’armi per satira tagliente di Maria Vittoria Vittori … pag. 31

≡ SELENE CALLONI WILLIAMS

Un viaggio dentro se stessi di Nadia Tarantini … pag. 33

≡ ANNA VANZAN

Ma il Corano non è patriarcale di Giovanna Pezzuoli … pag. 34

PRIMOPIANO

≡ SVETLANA ALEKSIEVIˇC

Le voci di Svetlana di Maristella Lippolis … pag. 37

≡ ANNIE ERNAUX

Nel flusso del tempo di Marina Vitale … pag. 41

≡ VALERIA VIGANÒ

Il breve respiro di un’ora di Marina Vitale … pag. 43

≡ GIULIA PERRONI

Una cascata di versi di Marilena Menicucci … pag. 45

≡ STORIA

Nuove figure di “nonnità” di Barbara Mapelli … pag. 46

≡ GABRIELLA SICA

L’idea di Europa di Daniela Matrònola … pag. 48

≡ LILLY IPPOLITI

Nel cerchio magico delle relazioni di Marilena Menicucci … pag. 49

≡ BARBARA MAPELLI

L’androgino è tra noi di Silvia Neonato … pag. 50

≡ ELSA MORANTE

La memoria, sortilegio contro i demoni della menzogna di Cristina Bracchi … pag. 52

≡ BIANCA STANCANELLI

Un omicidio che racconta il marcio di una città di Giuliano Capecelatro … pag. 54

≡ LUCIA BERLIN

Nomade nell’America di un dio minore di Anna Maria Crispino … pag. 55

≡ MIRIAM MAFAI

Perché ricordare Miriam di Luciana Di Mauro … pag. 57

≡ MELITA CAVALLO

Una giudice dalla parte dei piccoli di Mariapia Achiardi Lessi … pag. 58

LETTURE

≡ ALICIA GIMÉNEZ BARTLETT

Nudità dei corpi e nascondigli dell’anima di Nadia Tarantini … pag. 60

≡ GABRIELLA MUSETTI

Un’estrema permeabilità al mondo di Maria Vittoria Vittori … pag. 61

≡ LOUISA MAY ALCOTT

Un bel mammut per Louisa di Sara Bennet … pag. 61

≡ CHIARA GAMBERALE

Amarsi un po’ di Maria Vittoria Vittori … pag. 62

≡ LAURA CIANCIO ZACCO

Lettere di un patriarca di Anna Mainardi … pag. 62

≡ MARTINA DONATI

Vivere da vegani di Anna Mainardi … pag. 63

≡ GUERRINI/GILLI

La mente dietro lo scatto di Patrizia Larese … pag. 64

≡ RICCI/RAVO

Grani di saudade di Ornella Cioni … pag. 64

≡ DANIELA FRASCATI

A bordo del Paradiso di Maria Vittoria Vittori … pag. 65

≡ ALICE MUNRO

Senso di perdita di Maria Vittoria Vittori … pag. 66

≡ MARINA NOVELLI

La bomba incombe di Emma Rolla … pag. 66

RUBRICHE

≡ IN/VERSI

≡ Un malessere acuminato a cura di Maria Clelia Cardona … pag. 60

≡ TOP/FIVE a cura di Maristella Lippolis … pag. 67

≡ NEWS a cura di Giulia Crispino … pag. 68

≡ Campagna abbonamenti 2016 … pag. 70

≡ Le nostre Leggendarie Madrine … pag. 72

≡ Elenco Librerie … pag. 74

≡ ABSTRACTS vai su/go to>>> www.leggendaria.it

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FEMMINICIDIO

MAGGIO 2016 – 76 PAGINE

SVETLANA ALEKSIEVIˇC • LUCIA BERLIN • ANNIE ERNAUX • DOROTHEA LANGE • ELSA MORANTE • GIULIA PERRONI • DUBRAVKA UGREŠI´C • ANNA VANZAN
ARTE E FEMMISMO • NONNI E NONNE • L’ANDROGINO

«SPECIALE CENTROAMERICA»

Legg.117-2016 CoverNon sarà certo un caso se il filo rosso che emerge con tanta forza da tanti diversi articoli di questo numero di Leggendaria è la violenza: simboleggiata dal corpo nudo della performer guatemalteca Regina José Galindo, che abbiamo messo in copertina, o dalle scarpe rosse – zapatos rojos – che per la prima volta nel 2009 l’artista messicana Elina Chauvet mise in fila per una istallazione che da allora continua a essere replicata in tutto il mondo per protestare contro il femminicidio…

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