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TEMA / LA QUESTIONE

DEPRESSE NON SI NASCE

I dati sono impressionanti: le donne si ammalano più del doppio degli uomini. Secondo Elvira Reale e le altre studiose, la depressione femminile è la risposta alle violenze subite, a tutto quello che impedisce a una donna di godersi autonomia, potere, autostima. Le piste dei tanti artisti e artiste che l’hanno vissuta e descritta

di Silvia Neonato

In principio fu l’isteria, con le sue paresi, le crisi epilettiche, la cecità – e Freud ne fece la patologia mentale femminile per antonomasia. Poi, nel Novecento, ha preso la scena un altro disturbo psichico – femminile e maschile – definito depressione, che è una sorta di implosione rabbiosa verso di sé e verso gli altri.

In Italia, nel 1964, è stato Giuseppe Berto per primo a raccontare ne Il male oscuro la propria esperienza di depresso cronico, rompendo il silenzio nel quale si barricava la società del tempo. A dire il vero Paola Masino, già nel 1938, nel romanzo in parte autobiografico Nascita e morte della massaia – censurato dal fascismo perché disfattista e cinico – aveva narrato la storia tragicomica di quella che oggi chiameremmo una casalinga maniaco depressiva, una personaggia che fin da bambina «va catalogando pensieri di morte». Ma è comunque Berto a imporsi nel dopoguerra quando, dopo la morte del padre con il quale aveva un rapporto molto difficile, scrive Il male oscuro spinto dal proprio psicanalista. Il titolo, ispirato alla definizione che della depressione aveva dato un altro scrittore, Carlo Emilio Gadda, contribuì al suo incredibile successo (è stato appena ristampato). Depressione era ancora una parola tabù, a malapena si ammetteva un “esaurimento nervoso” e ricorrere a psichiatri, farmaci e psicanalisti era vergognoso e sconveniente.

Ciò che colpisce è il divario che esiste in Occidente tra uomini e donne nei disturbi depressivi. Secondo l’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, noi ci ammaliamo più del doppio degli uomini. Come scrive Paola Leonardi, citando svariate fonti nel suo nuovo saggio Depresse non si nasce, si diventa, i maschi si deprimono di più quando sono vedovi o celibi, mentre le depresse sono in stragrande maggioranza sposate e con figli. E già questa informazione ci aiuta a seguire Paola nel suo ragionamento: le depressioni femminili, in tutte le loro forme, corredate di stati ansiosi e crisi di panico, nascono dalle diseguaglianze tra uomo e donna, dalla violenza cui siamo sottoposte, dal voler piegare i nostri desideri a quelli maschili, dalla scarsa autostima indotta dalla società patriarcale. Per questo il suo nuovo testo, recensito qui di seguito puntualmente da Maria Castiglioni, e la sua scuola di Framura hanno ispirato Leggendaria a tornare su un tema che ci riguarda tanto da vicino.

«Il cuore sanguina, si perde il cuore…» scrive Patrizia Valduga. Anche il cuore maschile sanguina, ma in modo diverso, gli uomini generalmente non riconoscono di essere depressi e solo da poco cominciano a imparare a chiedere aiuto. Schematizzando possiamo dividere in questo modo i sintomi per genere: l’uomo depresso beve, si stordisce con gli stupefacenti, oppure diventa irritabile, nei casi estremi violento. La donna invece sostanzialmente si rannicchia, si annichilisce.

Emily Dickinson sentiva «un funerale nel cervello» (I felt a Funeral, in my Brain è il titolo di una sua poesia). Natalia Ginzburg, nel celebre Discorso sulle donne in cui dialogava con Alba De Cespedes1 spiegò che le stesse hanno la cattiva abitudine di «cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla. […] La tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata gli uomini non la conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi col lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne cominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide […]».

Gli uomini sono più padroni del proprio corpo e più liberi, nota lucidamente Ginzburg, mentre le donne si sentono sempre inadeguate. Conferma a Leggendaria Elvira Reale, psicoterapeuta e studiosa, che «la depressione femminile è completamente speculare alla violenza subita, è l’altro aspetto della violenza, è l’impedimento all’espansione vitale, al vivere con autonomia, con potere, con stima di sé». Per l’Oms questa è la patologia del secolo, spiega, ma non si dice abbastanza quanto per le donne nella fascia riproduttiva sia la prima causa del burden of desease (il carico di malattia), un indicatore di disabilità, ovvero degli anni di salute psicofisica perduti. «Il carico di malattia viaggia sulle gambe delle donne. È senza alcun dubbio un carico di genere»2. La depressione femminile, aggiunge Elvira Reale, «non è una malattia sociale. È un’epidemia sociale, come lo è la violenza sulle donne. Ma la comunità psichiatrica internazionale lo nega, affermando il carattere epidemico della depressione. In un gruppo internazionale dell’Oms in cui lavoravo è stato negato il mio approccio, facendo una sorta di pareggio tra depressione femminile e alcolismo maschile». Nell’ultimo secolo anche molte scrittrici e poete si sono misurate con il male oscuro narrando di sconforti e abbandoni amorosi, particolarmente traumatici per noi donne incardinate al destino matrimoniale da secoli. Del resto sembra che i traumi privati siano la maggior causa di dolore per tutti e tutte: lo psichiatra intervistato per noi da Maria Rosaria La Morgia chiarisce che più delle catastrofi naturali (come ad esempio i terremoti) ci turbano e ci devastano i danni causati dagli umani, la perdita di un amore o di un lavoro, e questo vale per uomini e donne.

Il suicidio del giovane Werther insegna e resta un classico. Ma sulla scena contemporanea sono anche le scrittrici a indagare i danni dell’abbandono: è indimenticabile e basilare per riflettere Una donna spezzata, il lungo racconto del 1967 di Simone de Beauvoir. È la storia di Monique, due figlie adulte e un marito cui ha dedicato la vita, che viene lasciata per un’altra, molto più giovane di lei. Terribile il suo annichilito strazio, il vuoto che la pervade, fino all’ultima frase del romanzo, la conclusione lapidaria, quando entra nella nuova casa in cui vivrà da sola: «Ho paura».

De Beauvoir ricorre alla narrativa per mettere in luce quale rischio corrono le donne che si annullano in un uomo, rinunciando alla propria vita, ai desideri, ai progetti, un tema ricorrente nei suoi memoir, nei romanzi e nei saggi. Ed è un’altra grande scrittrice, Elena Ferrante, che mezzo secolo dopo, con I giorni dell’abbandono, fa eco a una delle grandi madri del femminismo.

Lasciata dal marito con due figli piccoli e il cane, Olga passa dalla furia cieca alla disperazione, accudisce malamente i figli e il cane, si propone sessualmente a un vicino di casa, non si lava e finisce per inscenare una sfuriata manesca ai fedifraghi in mezzo alla strada. In tutto questo altalenarsi di sentimenti alienati e dolenti Olga/Ferrante cita espressamente La donna spezzata, che non ha scordato, dichiarando convinta di non voler finire come Monique, schiava di un ruolo sociale che evidentemente le sta ormai stretto: le moderne guerriere cadono ferite sul campo, ma si rialzano con rabbia e speranza.

Nel 1990 il noto scrittore americano William Styron ha avuto molto successo con Un’oscurità trasparente, un piccolo libro molto sincero, in cui narra di sé ormai sessantenne, atterrato da un dolore raccapricciante, un incubo che non riesce a descrivere malgrado gli sforzi per circoscriverlo almeno sulla pagina. Il desiderio violento di rinchiudersi in casa, il disinteresse verso la vita lo inducono a progettare il suicidio, nonostante la dedizione della moglie spesso citata: sarà solo un ricovero in ospedale a restituirlo alla vita.

Anche se riconosce le concause psichiche, Styron descrive la propria depressione come un disturbo essenzialmente organico, uno squilibrio biochimico a cui far fronte con i farmaci giusti, oltre che con la psicoterapia. Una domanda lo attanaglia e gli fornisce un appiglio vitale: c’è un nesso fra depressione e creatività artistica?

È lo stesso quesito che si pone in questo nostro “Tema” Maria Clelia Cardona ricordando che già per Aristotele i melanconici erano persone eccezionali. Oggi lo psichiatra Eugenio Borgna associa alla follia creativa soprattutto la soffe-renza, anche se può accadere che alcune schegge creat ive sfuggano al macigno del dolore. Scrive Cardona a proposito di quel che dice Borgna: «si tratta di un dolore che corrode la mente e resiste, refrattario a ogni lenimento, salvo le insorgenze incandescenti della scrittura, da cui si esce estatici e stremati».

Se si considera il numero di poeti o narratori colpiti da grave depressione e morti suicidi, ci accorgiamo – nota Cardona – che spesso si tratta di donne: da Marina Cvetaeva (1892-1941) a Virginia Woolf (1882-1941), da Antonia Pozzi (1912-1938) a Sylvia Plath (1932-1963), AnneSexton (1928-1974), Amelia Rosselli (1930-1996) e tante altre, l’elenco è impressionante.

Secondo la psicoanalista Claudia Zanardi, che ne scrive da anni e di cui ospitiamo un contributo, anche la figura della madre è centrale sia nella depressione sia nella malinconia, disturbi che lei distingue. La depressione, ovvero il senso di vuoto, può esser legato a una madre incapace di rispecchiare il Sé della figlia, di darle valore. Nella melanconia – che già Dürer nel 1514 rappresenta come una donna alata seduta, con il capo appoggiato al braccio sinistro, concentrata su un rovello interiore – la figlia ha invece avuto la madre, ma poi l’ha smarrita o ha sentito di perdere il suo amore prima di poter acquistare il senso di Sé. Di sicuro, riflette ancora Zanardi, il pozzo della malinconia appartiene all’esistenza femminile. Il nostro vivere è infatti un continuo tentativo di conciliare il tempo ciclico del corpo, che contiene l’origine della vita ma anche la ripetizione della perdita nel ciclo mestruale, con il tempo lineare storico. Questo conflitto tra i due tempi comporta una sintonia difficile tra le fasi della vita femminile e le richieste del mondo esterno che ignora e svalorizza, insieme alla donna tutta, anche specificamente il ciclo mestruale, la menopausa, il parto stesso.

Questo corpo, così immanente nella vita delle donne, può far ammalare la mente? Se lo chiede Nadia Tarantini ribaltando la prospettiva e parlandoci di come l’omeopatia e le medicine orientali per vincere le varie forme depressive medicano il fegato (“il generale delle emozioni”) oppure la milza e il pancreas, mentre lo yoga cura col respiro e anche i cibi possono contribuire al buon nutrimento della mente.

Ancora ai cicli vitali del corpo femminile rimanda infine la riflessione di Giovanna Pezzuoli che ci racconta delle ambivalenze del materno al cinema e lo fa attraverso il lavoro di due registe italiane. Alina Marazzi che in due film autobiografici pone al centro della sua ricerca un tema intimo e difficile, dai possibili risvolti tragici, come la depressione post partum. E Cristina Comencini che ha lavorato sulla difficoltà di essere madre se la solitudine trasforma in un incubo un rapporto d’amore.

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• 1. Pubblicato per la prima volta nel 1948 sulla rivista Mercurio, ora è contenuto nella raccolta Un’assenza, Einaudi 2016.

• 2. Già a partire dal 1998 nelle donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni, la depressione è la prima causa di disabilità e carico di malattia, e la seconda causa nelle donne tra i 45 e i 59 anni. Per gli uomini invece la depressione è solo la terza causa di disabilità nella fascia di età 15-44, e l’ottava causa nella fascia successiva 45-59 anni. (The World Health Report 1999, Database).

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