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TEMA / APERTURA

ACCORDI E DISACCORDI

La politica, le differenze, i linguaggi: sguardi sul femminismo italiano dal ’68 al #metoo

di Anna maria Crispino

“Feminist Wars”: no, non siamo improvvisamente preda di un delirio bellicista, ma questo ci è parso il titolo giusto – un po’ serio, un po’ ironico – per il nostro “Tema”, che tenta una messa a fuoco sullo stato dell’arte del femminismo (pensiero e pratiche) che mai come in questo ultimo periodo appare assai vivace e “battagliero”.

L’8 marzo quest’anno ci celebra con uno “sciopero internazionale” convocato dalle organizzazioni femministe – al momento in cui scriviamo si prevedono iniziative in oltre 150 Paesi (www.eldiario.es): una huelga o paro feminista che coinvolgerà tutta l’America Latina, a cominciare dall’Argentina (da dove è partito il movimento Ni Una Menos) fino al Kurdistan. Si prevede una forte mobilitazione negli Stati Uniti e in tutti i Paesi europei – in Irlanda si prepara anche la battaglia per il referendum sull’aborto previsto a fine maggio mentre in Polonia la questione resta prioritario per il movimento. In Italia la mobilitazione si annuncia imponente (https://nonunadimeno.wordpress.com/2018/02/18/8-marzo-2018-il-vademecum-per-lo-sciopero/) con decine di iniziative convocate in sintonia con il movimento globale NonUnaDiMeno (NUDM) con l’intento – dicono le organizzatrici italiane – di “politicizzare” il #metoo con l’hashtag #wetoogether. Il richiamo esplicito è al movimento nato dalle denunce contro le molestie sessuali che si sta diffondendo in maniera virale in tutto il mondo.

Al #metoo dedichiamo molte pagine di questo nostro “Tema” non tanto e non solo perché è un fenomeno recente e in progress – ultimo evento l’irruzione delle attiviste alla cerimonia dei premi Bafta a Londra lo scorso 14 febbraio dove circa duecento attrici e attiviste hanno firmato una lettera di sostegno alle “sorelle” americane di “Time’s Up” e costituito un fondo a sostegno delle donne molestate sui luoghi di lavoro. Ce ne occupiamo estesamente perché la discussione intorno al #metoo – e al suo corrispettivo italiano #quellavoltache – ha rimesso in campo e contribuito a rendere più esplicite differenze e conflitti all’interno del femminismo italiano. Femminismi, anzi, perché di un mondo composito, per orientamenti teorici, generazionali e di pratiche si tratta. Un mondo in cui le Wars sono in pieno corso su molte questioni scottanti: dalla GPA (gravidanza per altri, surrogata o utero in affitto) alla prostituzione, dal separatismo alle forme dell’appartenenza, con un linguaggio contrappositivo che non sempre e non per tutte ha assunto la forma dell’agire il conflitto come modalità del confronto, bensì quella del reciproco disconoscimento.

Scrive ad esempio Luisa Muraro, in un post del 9 febbraio sul sito della Libreria delle donne di Milano: «Abbiamo la fortuna di essere donne, viviamo un tempo straordinario di cambiamento nei rapporti fra donne e uomini, che vuol dire anche fra uomini e uomini, fra donne e donne, trans comprese. Il femminismo è preso in mezzo, com’è naturale che sia, perché tutte, da un mese, da un anno o da una vita, siamo impegnate a cambiare il mondo nel senso di una più grande e più condivisa libertà femminile. Non per questo andiamo d’amore e d’accordo. E anche questo è naturale, perché il femminismo è movimento delle donne e le donne non sono un gruppo sociale, non fanno partiti, non si muovono in maniera uniforme verso questo o quell’obiettivo, anzi non è neanche possibile fissare degli obiettivi, per le molte differenze che si sono tra noi, di ogni tipo. Ma, da questo movimento di donne esce un disegno sempre più vasto e leggibile, come nel racconto di Karen Blixen. Perciò dico: se riusciamo a trovarci d’accordo, meglio; se non riusciamo, accettiamo i conflitti. Ma che siano fatti bene, che vuol dire per me: con il sentimento che confliggere è praticamente necessario; con la fiducia che ne esca un disegno che comprende sempre più donne. Se qualcuna mi chiedesse qualche consiglio, ne darei due, uno maggiore e l’altro minore. Consiglio maggiore: farsi un’idea di quello che sta capitando. Consiglio minore: non aggredire ma spiegarsi, non reagire ma interagire».

E Sara De Simone (altra storia, altra generazione), sulla sua pagina FB il 2 febbraio: «In questi ultimi giorni ho pensato molto a quanto ormai sia diventato difficile essere in disaccordo. Avere opinioni diverse, dirselo, senza per questo smettere di ascoltarsi, o di provare stima. Infatti oggi l’opinione differente, o il gesto che un altro/a fa e io non avrei fatto, diventa intollerabile – offesa, ferita, tradimento, o elemento da ridicolizzare. Confrontarsi non è più possibile: o il confronto serve a convincere l’altro che deve pensarla come me, oppure è inutile. Non si può dare atto a qualcuno che – nonostante la pensi in maniera diversa, o faccia le cose diversamente da come le farei io – c’è del bene e del bello nel- la sua differenza. Qualcosa che posso guardare, che posso criticare, ma di cui posso avere rispetto e, mentre per certi versi proprio non mi convince, per altri posso addirittura (!!!) esserne grata. Ma davvero la stima e la gratitudine o sono totali o non esistono? E così, il disaccordo, o è distruttivo oppure non è disaccordo? […] Una cosa o è tutta bella o è tutta pessima? O merita un magnificat o va asfaltata? Ma non è più interessante, e più consolante, e più appassionante, mantenere il proprio disaccordo nell’incontro con l’altro/a e in quello scarto e in quella differenza invece di vedere una minaccia o un insulto al proprio io o alla propria storia per- sonale trovare qualcosa di nuovo, una energia antagonista ma non nemica, di quell’antagonismo che è la forza motrice delle leve? […]».

I conflitti si sono maggiormente evidenziali a partire dal dibattito seguito all’approvazione delle Unioni Civili (maggio 2016) e dall’entrata in scena di NUDM, ma è sul #metoo che la “guerra” si è allargata non solo tra donne e (molti) uomini (che minimizzano, ridicolizzano, invocano il diritto, denunciano la gogna, quando non insultano), ma anche tra donne ben al di là del mondo del femminismo. Sono emersi – veicolati dai media e soprattutto dai social – sospetti di misoginia, timori di una identificazione con un moralismo bacchettone, denunce di “giustizialismo”, richieste di “prove” e “nomi” per concedere credibilità a chi denuncia. Tuttavia, mentre progressivamente perde di consistenza la principale accusa a #metoo – quella di essere un movimento di donne privilegiate (attrici) in un Paese malato di political correctness (caccia  alle streghe,  moralismo, maccartismo), dato che il fenomeno si sta estendendo rapidamente anche in paesi impensabili come la Cina e l’Arabia Saudita – quello che sembra intollerabile per una parte del femminismo e per molte altre donne è la possibilità che le denunce risultino alla fine una mossa regressiva, che ripropongano la figura della donna come “vittima”, che non tengano conto della sostanziale ambivalenza del desiderio, che portino alla fine del magnifico gioco della seduzione che ancora a molte piace giocare. O che nel fenomeno diffuso delle molestie non si riconosca (anche) la subalternità femminile al modello di sessualità maschile dominante.

Scrive ad esempio Lea Melandri in un post sulla sua pagina di FB del 21 febbraio: «Mi chiedo perché, una volta portato allo scoperto il problema degli abusi di potere, ricatti, violenze o molestie che le donne subiscono nei luoghi di lavoro (per non parlare degli interni di famiglia), anziché avviare una campagna di denunce ad personam, non si affronta il problema con un’azione o pratica politica, che per me significa anche – come si dovrebbe fare anche per la violenza manifesta, il femminicidio – chiedersi perché un fenomeno tanto diffuso e per certi versi immaginabile, viene alla luce così tardi, che cosa ha impedito alle donne di parlarne prima. Non si può pensare che sia solo paura, necessità economica, insicurezza. Se non vogliamo chiamarla complicità, diciamoci almeno quanto le donne forzatamente hanno considerato “naturali” certi comportamenti maschili, quanto abbiano colluso, loro malgrado, con la sessualità e l’idea che gli uomini si sono fatti delle donne. Scalfire questi modelli dentro di sé è la strada sia pure lenta di una liberazione che costringe, senza bisogno di denunce, anche gli uomini a prendere atto di che cosa è stata la “virilità” e il dominio storico del loro sesso».

Complicità, dunque, è l’accusa: senza cogliere, come cerchiamo di argomentare nelle pagine che seguono – pur rispettano, come è nostro costume, le differenze e le diverse posizioni di enunciazione delle donne che hanno contribuito a questo numero – che denunciare, uscire dal silenzio, parlare di ciò che prima solo si sussurrava è un gesto di potenza pur se ammette la propria vulnerabilità. Perché potenza e vulnerabilità non sono termini dicotomici o necessariamente contrapposti. Come tenerle insieme – vulnerabilità e potenza- ci pare la sfida che la complessità del reale ci pone, sul piano del pensiero e su quello delle pratiche. E non solo a noi: sicuramente vulnerabili, ad esempio, sono i ragazzi e le ragazze che si autodefiniscono “sopravvissuti” all’ultima strage in una scuola della Florida ma potente è la loro protesta perché è una forma dell’agire, e dell’agire insieme.

Senza dimenticare, certo, che quanto il potere e la forza si esercitano in modo brutale come ad esempio nel caso delle studentesse rapite da Boko Haram in Nigeria, la vulnerabilità porta al mero annichilimento: mai dimenticare che nel mondo le “vittime” ci sono ancora, eccome. E non solo in Nigeria: la sequenza impressionante di femminicidi delle ultime settimane nel nostro Paese ci dice che gli uomini che odiano le donne sono tanti e pericolosi, che agiscono per rabbia, impotenza, incapacità di reggere ed elaborare il sentimento di perdita del potere che pensavano garantito per loro in virtù di un concetto di “virilità” che non sono in grado di decostruire e trasformare. I femminicidi sono la punta dell’iceberg di una crisi sistemica che si rivela in tutti i gangli delle nostre società: come giudicare ad esempio – giusto per restare in Italia – un giornalismo che titola “Prostituta a 9 anni” per riferire del caso della bambina del palermitano che i genitori vendevano a pedofili in cambio di poche decine di euro? O le domande indecenti degli avvocati della difesa dei carabinieri accusati dello stupro di due studentesse americane a Firenze? Ma gli esempi potrebbero riempire una lunga lista.

Occorre dunque a nostro avviso tenere insieme molti e diversi segnali, accettare che il giudizio e le risposte non sono mai né semplici né univoci, provare a esercitare uno sguardo largo sul mondo e lungo sul futuro che ci aspetta. Lavorando su di noi, per ritrovare il gusto dell’essere in accordo – possibilmente senza soffocante uniformità – ma anche in disaccordo, senza anatemi.

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