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APERTURA / LA QUESTIONE

LA POSTA IN GIOCO

È un attacco squisitamente politico quello contro la Casa internazionale delle donne di Roma, sintomo evidente di una visione della società in cui non può e non deve esserci spazio per immaginare un altro mondo possibile, un altro ordine delle relazioni. Ma anche segno del fallimento di un progetto politico impermeabile ai bisogni e ai desideri di nuovi soggetti

di Anna Maria Crispino

La cronaca ci racconta quotidianamente di spazi sociali, luoghi autogestiti, piccole utopie realizzate che aprono e/o chiudono per le ragioni più diverse: esaurimento dell’esperienza o nuove forze messe al lavoro, sordità o invece buona disposizione dei poteri istituzionali, esigenze emergenti e vecchi problemi irrisolti. Potremmo considerarlo un processo fisiologico. Ma ci sono casi invece in cui si mette in atto un vero e proprio attacco, volontario e mirato, perseguito con metodo e ostinazione, contro realtà alternative e sperimentali.

Ci pare che quello che sta avvenendo a Roma, dal 2016 retta da una Giunta del Movimento 5 Stelle, nei confronti della Casa Internazionale delle Donne e di altri luoghi dell’attivismo sociale e culturale, rientri in questa casistica. Le scelte della Giunta e degli assessorati preposti non rispondono solo a una logica di razionalizzazione dell’uso del patrimonio immobiliare della capitale (processo già avviato dalla precedente Giunta Marino), sembrano piuttosto il sintomo e il segno di una battaglia tutta ideologica per fare tabula rasa delle esperienze riconducibili alla “sinistra” (in tutte le sue variabili e accezioni) e allo stesso tempo di non riconoscimento degli attori sociali. Tra questi, le donne, il femminismo.

E a nulla vale sottolineare che la sindaca e molte assessore sono appunto di sesso femminile, e che se sono lì in tante è anche perché almeno un paio di generazioni di donne prima di loro hanno fatto le loro battaglie. Evidentemente come per i pentastellati non esistono destra e sinistra, così risulta inaccettabile – incomprensibile? – l’idea che donne e uomini siano soggettività politiche portatrici di differenze. Anzi, le donne a 5 stelle pare facciano di tutto per dimostrarsi toste, tostissime, come gli uomini, peggio degli uomini, con un tratto persino di irrisione verso coloro che in questi lunghi mesi di (non) trattative hanno manifestato sotto il Campidoglio in appoggio alla Casa. Al momento in cui scriviamo, la posizione delle autorità capitoline è di non negoziare alcuna soluzione che possa consentire il proseguimento dell’esperienza: lasciare che la convenzione scada (2021) e intanto mettere a bando i servizi che la Casa fornisce, ben sapendo che l’attuale Consorzio che la gestisce non potrà partecipare perché legalmente “moroso”.

Allungando lo sguardo indietro, la lunga vicenda storica dell’edificio del Buon Pastore poi assegnato al Consorzio –  ce lo racconta Ivana Rinaldi – dà ragione di un cammino che approda a una collocazione che non potrebbe essere più piena di senso e significato – pratici esperienziali e simbolici – che ben poco hanno a che fare con la dimensione valoriale della “imprenditorialità”, bensì con quella dei “beni comuni”.  Tutta diversa l’esperienza della Casa delle Donne di Milano (Silvia Neonato), come pure quelle di altre realtà (Palermo, L’Aquila, Latina, Trieste etc.), ciascuna a suo modo, di cui Leggendaria ha dato conto in questi anni.

Allargando lo sguardo oltre i nostri confini – lo ha fatto per noi Alessandra Quattrocchi – si scopre che in Europa ci sono Case e Centri delle donne di tutti i tipi, per esigenze comuni ma anche diverse da Paese a Paese, con rapporti più o meno stretti con le istituzioni locali o nazionali: come se in ogni esperienza si rispecchiassero esigenze e desideri che hanno trovato una loro “forma” in relazione al contesto.

E dunque come darsi ragione del fatto che sia considerato “improduttivo” un luogo vivo e vitale come la Casa, dove per restare soli agli ultimi mesi, migliaia di persone – donne e uomini di ogni età, bambine e bambini – hanno riempito tutti i piani, le sale, i corridoi e il giardino nei quattro giorni della prima Fiera dell’editoria delle donne (8-11 marzo); dove in centinaia hanno assistito alla giornata dedicata a Virginia Woolf (9 giugno) o alle due serate teatrali dedicate a Caryl Churchill (15 e 16 giugno) o ancora al concerto di Paola Turci (20 giugno) e ai convegni, alla Festa delle Giornaliste e tanto altro, mentre nel frattempo sono continuate tutte le attività di servizio, i corsi, le consulenze e intanto si preparava il ricco programma della rassegna estiva (v. p. 6)? Frequentano la Casa circa 30.000 donne l’anno, di Roma ma anche dal resto d’Italia e dall’estero. Come stimare il “valore” e come collocare in un contesto dinamico e progettuale una utopia realizzata come questa (Bonsignori e Serughetti)? Un progetto che quotidianamente dimostra chi sono le donne, che cosa sono capaci di fare, pensare e immaginare, di che cosa hanno bisogno e desiderio da bambine, da giovani, da adulte, da vecchie. Ma forse è proprio di questo che i nuovi potenti hanno paura. Ed è (anche) da questo che dovrebbe partire ogni progetto per il futuro che superi l’idea di secondarietà e collateralità che ha segnato le politiche nei confronti di donne, giovani, migranti o seconde/terze generazioni: soggetti imprevisti, certo, ma molto molto reali e resilienti.

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