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Tema / Apertura

DUE QUESTIONI
SU NARRATIVA
E TRANSESSUALITÀ

di Giuliana Misserville

 

Quando viaggio porto sempre con me un libro da leggere tutte le sere per prendere sonno. Il libro è un letto di parole su cui addormentarsi. Edmond Jabès e Jorge Semprún dicevano che la lingua era la loro unica patria. Sono anch’io uno straniero con un libro tascabile sotto braccio. […] Nel mio viaggio, l’opera di Virginia Woolf è diventata una camera di carta. A causa del mio rapporto ambivalente con lei (la amo, anche se a volte è omofoba, spesso classista, instancabilmente pretenziosa e sempre impertinente), la sua scrittura è per me un giaciglio inospitale. Leggo il diario che Woolf scrisse mentre lavorava a Orlando. Capire in che modo ha eretto la costruzione narrativa di Orlando mi aiuta a pensare la fabbricazione di Paul. Cosa accade nella recitazione di una vita quando è possibile modificare il sesso del personaggio principale? Virginia parla dell’“estasi” che questa scrittura suscita in lei. Non nascondo di provare spesso un’emozione simile. Virginia osa definire Orlando una biografia. È una biografia disumana e prepersonale, frammentata nello spazio e nel tempo. Un viaggio.


celgo di cominciare così, con la scrittura di Paul Preciado che in un articolo del 9 luglio 2015 sulla rivista Internazionale cuce assieme narrativa e transessualità, proprio a partire da un testo che, pubblicato nel 1928, ci racconta una soggettività che resta se stessa anche nel passaggio del personaggio principale da un sesso a un altro.

Da tempo infatti la letteratura ha messo a tema la transessualità e personagge/i transgender hanno ruoli di primo piano in molti romanzi e/o racconti. Ma sembra mancare, per lo meno in Italia, la coscienza diffusa di quanto le figure transgender siano divenute una categoria (e potente) della contemporaneità, proprio per la ricchezza di significati connaturati con le ambivalenze e l’articolazione di vite così stratificate. Vite che parlano a tutti: è la tesi (e la prima questione) di questo “Tema” di Leggendaria, nato come prosecuzione delle discussioni di Abitare il corpo, uno dei workshop che hanno animato il convegno romano della Società italiana delle letterate nel 2017. E parlano sia attraverso racconti biografici che sempre sottintendono una presa di posizione politica sia attraverso narrazioni letterarie di assoluto rilievo.

Tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta del secolo scorso, sono apparsi due romanzi diversissimi e pure entrambi imperniati sulla transessualità. Mi riferisco all’Orlando di Virginia Woolf, già citato, pubblicato nel 1928 e Nightwood di Djuna Barnes, un romanzo che l’autrice americana terminò di scrivere nel 1932 anche se poi finì per essere pubblicato quattro anni più tardi e cioè nel ’36. Una manciata di anni e l’Europa cambia di rotta preparando la svolta totalitaria di destra che con la guerra di Spagna anticiperà gli orrori della Seconda guerra mondiale.

Orlando di Woolf e il dottor O’Connor di Barnes rappresentano i due punti estremi delle possibili narrazioni transgender, tanto il primo è lieve e favoloso, e uso l’aggettivo “favoloso” con un riferimento del tutto voluto alla favolosità tante volte raccontata da Porpora Marcasciano e che rimbalza fino a Pose, la serie tv sulle ball room newyorkesi degli anni Ottanta, qui affidata alla scrittura di Federica Fabbiani; tanto l’altro è abietto e emarginato – Noi non siamo che pelle intorno a un vento, i muscoli contratti nella lotta contro la mortalità. Dormiamo in una lunga polvere piena di rimprovero contro noi stessi. Siamo pieni fino al rigurgito dei nomi che diamo all’infelicità – estraneo alla società che lo respinge e isola in una soffitta sordida eppure aperta verso il cielo. È infatti a lui, in veste di guardiano, che viene indirizzata la domanda: a che punto è la notte?

Da quegli anni, la rappresentazione della transessualità è profondamente cambiata, è cambiata la società, si sono conquistati diritti, si è passati dal concetto di disforia di genere al riconoscimento che i generi possono essere più di due. Le vicende di Maura, protagonista della serie tv Transparent, ci hanno reso consapevoli che la transessualità è uscita dai ghetti ai quali era stata assegnata. E va ringraziata la maggiore visibilità guadagnata dall’azione politica dei movimenti che nelle varie parti del mondo si sono battuti per acquisire voce e diritti, come per l’Italia il Movimento identità transessuale (Mit). La strada da percorrere in tema di diritti e di riconoscimenti sociali è ancora lunga e poi la storia insegna che quello che è stato tolto può essere restituito ma anche che quello che è stato ottenuto può essere cancellato. «Viviamo in un’epoca di transito, di passaggio tra vecchio e nuovo»: quello che accennava una delle trans raccontate e intervistate da Marcasciano nel 2002 è ancora valido.

I transiti che ci vengono in mente sono molti e, da ultimo, anche i transiti sui confini immaginari e reali su cui sta rischiando di slittare in questi mesi la democrazia nel nostro Paese. Ma i transiti che qui ci interessano sono quelli letterari, la cui valenza politica non viene meno se il racconto non è autobiografico perché la figura del/della transessuale ben si presta a rappresentarci tutti.

«Ma è proprio il percorso esperienziale, la presa di coscienza individuale del conflitto fra sé e il mondo esterno, tra sé e il proprio corpo, tra sex e gender (e preferenze sessuali) che rende il concetto di “trans” intrinsecamente sovversivo (rivoluzionario forse?) e incontrollabile per la sua peculiarità di transito, mutazione, movimento, e quindi pericoloso» asseriva Marcasciano nel 2002. E, aggiungo io, è proprio per queste sue caratteristiche “sovversive”, che il concetto di trans diviene estremamente interessante e fecondo, nella realtà e sul piano letterario.

Sovversione già rintracciabile nelle immagini di Lisetta Carmi, la fotografa genovese che negli anni Sessanta si trasferì a vivere nel quartiere maudit, il ghetto omosessuale. «Il travestimento era un reato, spesso venivano arrestati. La polizia avrebbe voluto arrestare anche me perché ero comunista» ricorda Carmi, che indagava su un mondo molto diverso da lei e che però la arricchiva: «Grazie a loro ho capito di essere una donna che rifiutava il ruolo femminile ma non la sua appartenenza a esso». Le foto di Lisetta Carmi presuppongono e segnano al tempo stesso un mutamento dello sguardo. Come scrive Porpora Marcasciano, il rapporto con la propria immagine, la sintonia con essa, può essere considerato a tutti gli effetti l’elemento centrale dell’esperienza transessuale. E precisa: «Penso alle foto segnaletiche delle questure, degli schedari dei manicomi, quelle scientifiche dei dottori, per finire a quelle della cronaca nera che per decenni hanno narrato di noi. Quale mondo ci hanno costruito intorno quelle foto?!? Quale montaggio storico e sociale sono riuscite a operare?!? […] Quelle foto hanno costruito la realtà transessuale che per anni è stata circoscritta a prostituzione, crimine, devianza e, quando andava bene, a spettacolo e folklore». Invece Lisetta Carmi «Non si ferma a ritrarre i personaggi, ma ci riporta il mondo visto da loro, lo sguardo del fotografo esce dalla verticalità ed entra nell’orizzonte degli eventi, favorendo – è sempre Marcasciano a scriverlo – una ricostruzione storica “nostra”».

Un rapido aggiornamento su ciò che lo sguardo “nostro” per la definizione di Marcasciano può produrre oggi sul rapporto tra immagini e transessualità ci viene offerto dalla rivista americana Aperture che dedica un numero al “Future Gender” in cui compaiono molte interviste a artist* tra cui anche Catherine Opie di cui qui ci parla Cristina Giudice. È Zackary Drucker, produttore di Transparent, a chiosare «Quando il genere è binario è un campo di battaglia. Quando si abbandona il binarismo, il genere diviene un terreno di gioco».


ome per le immagini, possiamo chiederci quale è il cambio di sguardo o di passo segnato dai romanzi che i contributi di questo “Tema” mettono a fuoco, dal momento che «il concetto di intersezionalità che considera gli ambiti del sociale, da classe e razza a genere e sessualità, come insieme di elementi interdipendenti ha ispirato critica e letteratura», scrive Lidia Curti che infatti allinea rapidamente le elaborazioni del Gender Trouble (1990) di Judith Butler rispetto alle teoriche femministe prima e queer poi5. E dalla rappresentazione dei corpi androgini si è passati alle identità mobili e plurali. «Un’apertura a nuove possibilità» la definisce Marina Vitale riprendendo, e utilizzandole come filtro per una splendida lettura di Angela Carter, le riflessioni di Valeria Gennero ne La manomissione del genere.

Middlesex di Jeffrey Eugenides ci viene restituito da Paola Bono nella versione dei Motus e di Silvia Calderoni (attrice e autrice della drammaturgia in questo caso); Bono ricorda come la verità a teatro sia pur sempre una costruzione, costruzione che in questo caso si con/fonde con la trasformazione di Cal/Calliope.

Il teatro è uno spazio privilegiato per immaginare identità resistenti alla norma eterosessuale, sottolinea Serena Guarracino, a proposito di Caryl Churchill; il suo Porci e cani racconta di identità sociali a vario titolo transessuali mostrando «la filiazione diretta dell’omofobia in Africa dal discorso nazionale ed eteronormativo europeo» poiché «il lavoro culturale messo in scena da Churchill mostra che quello che viene esportato lungo le rotte della colonizzazione non sono le pratiche sessuali bensì le leggi che le reprimono». Passando dall’Africa all’Asia, Monica Luongo ci consegna un racconto in prima persona di come in Pakistan la transessualità viene percepita e vissuta, facendo le opportune distinzioni rispetto a quello che accade in India, sfondo in cui si colloca il corpo mutante di Aftab/Anjum, protagonista di Arundhati Roy.

In Italia solo di recente si vanno moltiplicando le narrazioni con al centro figure transgender. Narrazioni anche autobiografiche, ché finalmente c’è una presa di parola “letteraria” da parte di persone trans o invece è vero che l’attenzione sul tema è più all’erta di prima. Autrici come Barbara Buoso di cui scrive Luisa Ricaldone, i versi di Giovanna Cristina Vivinetto e di Loredana Magazzeni di cui ci parla Gabriella Musetti, hanno prodotto opere assai interessanti e nuove per un mercato editoriale che sembra essersi improvvisamente svegliato. La madre di Eva, di Silvia Ferreri è imperniato sul cambio di sesso di un’adolescente; e sulla questione assai controversa dei trattamenti ormonali under-18 abbiamo potuto vedere di recente nelle sale cinematografiche un film, Girl di Lukas Dhont, di cui scrive Federica Fabbiani non nascondendo alcune riserve connesse a un richiamo forte della sceneggiatura al «corpo sbagliato da correggere»; malgrado la bellezza abbagliante dei corpi di Girl, ci sembra come d’essere riportate indietro, dalle parti del corpo sbagliato del dottor O’Connor di Djuna Barnes e/o verso le narrazioni mediatiche mainstream che ancora oggi (per es. Storie del genere, la recente trasmissione condotta da Sabrina Ferilli su Rai3 ) ripropongono «la stessa retorica vittimizzante dello sbaglio di natura» come sottolinea Porpora Marcasciano nell’intervista qui rilasciata a Elisa Coco.


isalendo nel tempo è d’obbligo almeno un accenno a Giuseppe Patroni Griffi e al suo Scende giù per Toledo del 1975. Un romanzo che ritrae una femminiella, secondo la definizione della studiosa di etnografia Maria Carolina Vesce che a questa figura narrata anche da Curzio Malaparte ha dedicato vari lavori, indagandone la storia e la ritualità particolarissima come quella della “figliata” ripresa anche nell’ultimo film di Ferzan Ozpetek Napoli velata (2017).

Perché il rapporto tra narrativa e vita è proprio quello individuato da Preciado: la costruzione narrativa di Orlando mi aiuta a pensare la fabbricazione di Paul. Di Paul Preciado (anzi di Paul Beatriz Preciado come ha chiesto di essere registrato all’anagrafe per mantenere anche nel nome il segno del suo transito), tra i maggiori teorici del transfemminismo queer e transgender, Liana Borghi ci restituisce un magnifico collage di frasi e discorsi con il desiderio di condividere quanto questi siano stati importanti lungo un paio di decenni.

Dicevamo del rapporto tra narrativa e vita accennato da Preciado, la circolarità di un tragitto che incarna l’esperienza transgender in una narrazione letteraria e poi ancora che riversa il senso della narrazione letteraria su una vita; la verità di questa circolarità costituisce la seconda questione posta da questo “Tema” che tuttavia è solo un primo passo senza alcuna pretesa di esaustività, una prima mossa di apertura della discussione. Ricorro ancora a Marcasciano: «Il transessualismo è una realtà complessa, che può essere vista e descritta da svariati punti di vista; prenderne in considerazione qualcuno e non tutti è fuorviante e fondamentalmente scorretto».

La verità di noi stess* è un sentiero stretto che percorriamo tutt* tra pulsioni sessuali e bisogni identitari, e potremmo anche dire, con Marjorie Garber, che questo è il senso che cerchiamo lungo tutta l’esistenza.

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