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Tema / Apertura

DONNE E ’68:
STORIE DI CHI C’ERA
E ANCORA C’È

Nel cinquantenario dell’anno che ha segnato la storia di più generazioni, una serie di volumi a firma femminile testimoniano e riflettono sui cambiamenti avvenuti nella dialettica tra singole esistenze e movimenti collettivi.

Un mosaico ricchissimo composto da frammenti di vite e testi, esperienze e contesto, allargando lo sguardo anche al Sud spesso dimenticato.

di Anna Maria Crispino

 


Si è chiuso un altro anniversario del ’68: il cinquantesimo che, in una foga che qualcuno ha definito “reducista” (Marco Grispigni, 2009), ha visto moltiplicarsi la mole di testimonianze e ricostruzioni di quelli/quelle “che c’erano”, come era accaduto peraltro già nel decennale, ventennale, trentennale e così via. Nel trascorrere del tempo, quell’anno “mitico” sembra aver cambiato sempre più di segno, tanto che nella maggior parte dei casi ora, negli ambienti della grande stampa e della politica di ogni colore, se ne parla sempre più spesso come della madre di tutti i problemi del nostro presente: pernicioso anti-autoritarismo, brodo di cultura del terrorismo, dell’uso della droga e delle pratiche di promiscuità sessuale, innesco della crisi di valori nostalgicamente ritenuti consolidati: famiglia, istruzione, identità di genere, partiti e istituzioni. Come se davvero non si riuscisse a fare i conti fino in fondo con un anno, un periodo per la verità, specie in Italia, che ha profondamente svecchiato un Paese cresciuto economicamente ma molto in ritardo socialmente e culturalmente, portando alla ribalta, si è detto da più parti, due nuovi soggetti: i Giovani e le Donne. Categorie astratte e generalizzanti entrambe, ovviamente, perché se pure i movimenti coinvolsero più o meno direttamente un numero significativo di giovani donne e giovani uomini, in nessun momento furono tutti i giovani o tutte le donne: molti/e non se ne accorsero, altrettanti seguirono altre strade. E occorre tenere sempre conto del fatto che si trattò di appartenenti alle generazioni del boom demografico post-bellico, i/le cosiddette baby-boomers, nati/e nate grosso modo tra il 1945 e il 1955 – che erano purtuttavia soggetti singolari, ciascuno e ciascuna con una sua propria storia. Questo spiega probabilmente la profusione di testimonianze: un tentativo di dar conto del complesso articolarsi del rapporto tra l’io e il noi che così tanti scritti memoriali ci restituiscono, tra i soggetti e il contesto insomma.

Tenendo fermi il valore e l’importanza – per metodo, contenuti e bellezza – di un testo ineludibile sull’argomento, qual è A colpi di cuore. Storie del sessantotto di Anna Bravo (2008), una delle novità di questo cinquantennale è stata il numero di volumi e testi che hanno testimoniato e riflettuto sulla partecipazione delle donne ai movimenti. Si è spesso data per scontata una stretta relazione tra ’68 e femminismo, come se l’uno avesse “partorito” l’altro, mentre il rapporto non è (stato) né semplice né diretto. Si trattò al contrario di una relazione spesso problematica, generalmente convinta nella partecipazione ma, per molte donne, non sempre agevole. Un disagio – ben sintetizzata dall’espressione “angeli del ciclostile” – che emanava da quella stessa emancipazione che pur consentiva la partecipazione delle giovani donne alla politica dei loro coetanei – fatto certamente inedito nei numeri e nella varietà delle provenienze geografiche, sociali e culturali – ma che ben presto mise in luce una persistente disparità di collocazione, concreta e simbolica.

 


Le ragazze del ’68 sono state profondamente coinvolte in una radicale messa in discussione della “Politica” attraverso una presa di coscienza del proprio vissuto, che i loro coetanei non hanno voluto né saputo fare per sé. Ed è principalmente da quel “disagio dell’emancipata” (Maria Luisa Boccia) che le ragazze e le giovani donne del ’68 partirono per mettere in discussione la loro partecipazione in movimenti che le vedevano illusoriamente pari ai loro “compagni”, innescando la riflessione che pochi anni dopo avrebbe portato alla nuova ondata  del  femminismo di massa e alle sue innovative, dirompenti pratiche: l’autocoscienza nei piccoli gruppi, il partire da sé, il discorso sui ruoli familiari, la maternità e la sessualità, la riflessione sul rapporto tra personale e politico (più che su pubblico/ privato, come spesso  viene  riferito, facendo  confusione), il separatismo che, nella maggioranza dei casi, divenne pratica comune intorno alla metà degli anni Settanta, passando per crisi personali e clamorose fuoriusciste collettive dai gruppi extraparlamentari della sinistra (in particolare Lotta Continua e il manifesto – v. p. 25). Processo che si affiancò e intrecciò, non sempre senza attriti, con un filone – allora meno consistente, ma che presto si sarebbe rivelato decisivo – di pratiche separatiste e anti-autoritarie avviato da donne della generazione precedente già negli anni Sessanta, e poi alla riflessione più tardiva delle comuniste, una parte delle quali attardate in pratiche di doppia militanza.

 


IN SICILIA E AL SUD

Un’altra novità certamente rilevante riguarda la dimensione geografica, cartografica direi: le ricostruzioni del ’68, sia quelle di carattere generale sia quelle riguardanti le donne, si erano finora basate quasi esclusivamente sugli eventi in alcuni luoghi: Torino, Trento, Milano, Roma, Pisa… tutte città del centro nord, come se il Sud fosse rimasto nel frattempo addormentato, estraneo e lontano. Ben venga dunque un volume che raccoglie 11 testimonianze di donne siciliane o transitate nell’isola o nel Sud in quel periodo: La mamma milita, con quel “mamma” nel titolo a indicare che non di ragazze si tratta. Qui, le testimoni sono nate tra il 1935 e il 1947 (solo due sono degli anni Cinquanta) quindi già adulte, spesso laureate o laureande, a volte già madri, appunto.

Il progetto è stato promosso dalle sei fondatrici di Archivia-Donne in relazione, una realtà palermitana che si è concretizzata con la nascita di una associazione nel 2017, ed è arricchito da vignette di Anni Barazzetti della serie Topastro. «In Sicilia le nuove idee e soprattutto i tanti desideri sepolti – che fino a quel momento erano stati repressi provocando spesso malinconie croniche e depressioni – irrompevano su un tessuto femminile variamente composito, solo in parte toccato dall’emancipazione e in modo abbastanza diverso da quanto succedeva al centro e al nord d’Italia», scrive Angela Lanza nell’Introduzione. E di grande interesse – anche alla luce del dibattito odierno sulle migrazioni – è il testo di Toni Maraini, che il suo ’68 l’ha vissuto in Marocco, e che da quel particolare osservatorio ci consente di aggiungere un tassello importante di scenario: le relazioni tra le due sponde del Mediterraneo nel quadro della decolonizzazione.

Il secondo elemento subito in evidenza alla lettura del volume è che molti dei racconti ruotano più o meno direttamente intorno a un evento cruciale del 1968 che non ha nulla a che vedere con la scuola, l’università o la fabbrica: il terremoto nel Belìce. Una catastrofe che coinvolse tutta la Sicilia occidentale in un tempo in cui la creazione della Protezione civile era ancora al di là da venire e che dunque fu affrontata soprattutto da volontari e organizzazioni civili e religiose. Giovani, maschi e femmine, che quella esperienza – durata giorni, mesi o per alcuni/e anni – l’hanno nella memoria come essenziale e dirimente per la loro vita. Lo racconta bene Marta Garimberti nel testo d’apertura: nata a Roma ma laureata in architettura a Venezia, già madre di una bambina è stata per tre anni (1969-72) a Partanna per lavorare alla ricostruzione post-terremoto. Racconta delle ragioni della scelta (sua e del marito), dei dibatti politici intorno alla violenza/non violenza (a ridosso dell’esperienza di Danilo Dolci e Lorenzo Barbera), delle discussioni sulle crisi internazionali – la guerra in Vietnam in primo piano –, della vita quotidiana nelle baracche e dell’educazione dei bambini. Ma sfiora soltanto i temi che nel frattempo il nascente femminismo stava cominciando a porre all’ordine del giorno: «[…] le nostre azioni contro le autorità responsabili erano non-violente, però di fronte alla violenza nella vita privata che il corpo delle donne denunciava, noi non abbiamo fatto nulla. Non abbiamo proprio avuto un ruolo. Non l’abbiamo proprio affrontata».

Donatella Barazzetti – anche lei nordica, di Torino, anche lei architetta ma anche sociologa – scrive: «Il Sud è stato per me un nuovo ‘68»: arriva in Calabria nei primissimi anni Settanta, quando l’autunno caldo è già lontano, il “sogno” di cambiare il mondo mostra le prime crepe nell’irrigidimento delle strutture organizzative dei gruppi extra-parlamentari e nei segnali dell’imminente svolta di alcuni/e verso la lotta armata. E soltanto qualche anno dopo, il femminismo: «un’illuminazione. […] Era iniziato per me “un nuovo ‘68” più travolgente e radicale di tutti gli altri». In Calabria resterà poi come docente di sociologia (Politiche di Pari Opportunità e Teorie di genere all’Università di Arcavacata di Rende tra il 1992 e il 2014).

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