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Tema / Letteratura

RADDOPPIARSI NELLE STORIE DELL’ALTRA

Se la scelta del doppio come topos letterario è prevalentemente maschile e autoreferenziale, quando le donne hanno cominciato a scrivere e a leggere è cominciato il grande gioco del riflesso.

Il doppio virtuoso scrittrice-lettrice.

di Barbara Mapelli


La figurazione e l’immaginario legati al Doppio hanno connotati prevalentemente maschi li, senz’altro in letteratura. Una storia inquietante di uomini affollata di ombre, specchi, ritratti, incubi, in cui le donne non ci sono o compaiono come figure minori, sostegno o amplificazione dell’io maschio che mantiene – pur nel dolore – la centralità della scena. Si tratta di un’illusione, tutta maschile, di autosufficienza, di solitudine di un soggetto che non solo ha “ingombrato” la storia, ma «ha ingombrato se stesso» (Paul Ricoeur, Gabriel Marcel), creando con la sua centralità e solitario protagonismo un vuoto, una mancanza di comunicazione e condivisione che ha pensato di poter continuare a riempire di sé. A partire dal primo, mitico doppio, Narciso. E Antonio Prete ci ricorda una possibile etimologia del nome: Narciso da nàrke, narcosi, l’incontro impossibile con un altro che non c’è «ricerca di un sé sfrangiato nell’iridescenza del riflesso che ogni passaggio di vento intorbida. O intorpida: narciso, nàrke, ha a che fare col torpore».

Questa illusione, che ha creato sofferenze e diseguaglianze non solo nei confronti delle donne ma allo stesso soggetto protagonista della sua solitudine, è ben descritta da Virginia Woolf, quando scrive di un suo passeggiare nel recinto immaginario di un college maschile, Oxbridge, precluso alle donne. «Mentre percorrevo le strade buie pensavo a questo e a quello, come si è soliti fare alla fine di una giornata di lavoro […] e pensavo com’è spiacevole rimanere chiusi fuori; e poi quanto deve essere peggio rimanere chiusi dentro». Chiusi dentro in un fortino con mura innalzate dalle proprie stesse mani.

Letteratura e psicanalisi si associano negli ultimi due secoli per descrivere le inquietudini e gli incubi che caratterizzano l’incedere del Doppio, la sua figurazione che spesso si fa portatrice di una rivelazione: la lotta, nell’interiorità del soggetto, tra il bene e il male. Questa la confessione del più famoso doppio letterario, il dottor Jekill.

Fu la natura prepotente delle mie aspirazioni, più che qualsiasi particolare degradazione nei miei errori, a rendermi quello che fui, e, con un abisso più profondo che nella moltitudine degli uomini, separò in me il dominio del bene dal dominio del male, che dividono e compongono la natura dualistica dell’uomo.

E ancora il Sosia di Dostoevskij, il Ritratto di Dorian Gray e decine di altre narrazioni, a partire, come accennavo, dalla vicenda di rispecchiamento e morte di Narciso.


Le donne sempre figure secondarie, ombre alle spalle o a fianco del grande Io. Tra le altre mi viene naturale – e ne ho scritto – pensare alla signora Maigret. Tanto per cominciare, chi ne sa il nome? È ricordata sempre e solo come la signora Maigret, che apre la porta di casa al commissario prima che lui bussi, che gli prepara cibi appetitosi, che lo consola quando è triste e gli raccomanda sciarpa e scarpe robuste quando piove. Eppure lo stesso Simenon, maestro di stereotipi sul femminile, in uno dei romanzi svela tutta la fragilità del grande commissario, il suo bisogno della moglie, della sua vicinanza che riconosce in lui il capo, la forza e l’intelligenza della coppia, ma non sempre… «forse questa volta non lo faceva con troppa convinzione, ma lui aspettava le sue parole come un bambino che ha bisogno di essere incoraggiato». E alla fine del racconto è la signora Maigret che scioglie il mistero della trama e risolve il caso al posto del grande marito, per poi immediatamente ritrarsi nella sua ombra.

E a proposito di un altro grande doppio, il Dorian Gray di Oscar Wilde, ne esiste una narrazione ironica e rovesciata a opera di Colette nel racconto Il ritratto. Due donne si ritrovano insieme nella casa di un uomo, fascinoso, famoso e bello, che ha disdegnato entrambe. Il protagonista della loro passione non è presente, loro sono amiche più che rivali, accomunate e non divise da quell’amore infelice per tutte e due. Ma alla fine del racconto accade qualcosa che le libera da questo legame a un uomo che le ha respinte. Nel salone della casa, a pianterreno, vi è un grande ritratto di quest’uomo, ma l’umidità, forse il tempo hanno compiuto

un disastro intelligente, un’opera di distruzione in cui il caso era l’arma di una malevolenza quasi miracolosa. Sul mento romano del grand’uomo, la muffa disegnava una barba biancastra da vegliardo trasandato. Delle bolle gonfiavano la carta sulla sommità delle guance, come due borse linfatiche. Un po’ di carboncino nero, scivolando dai capelli su tutto il ritratto, appesantivano di anni e rughe il viso da conquistatore…

E, uscendo dalla casa, una delle due saluta il ritratto, un addio per sempre, «povero vecchio!…».

Ma al di là di questa rivincita, alcune narrazioni del doppio femminile esistono, anche se meno numerose e meno note, e ci si chiede che caratteristiche abbiano, se anche lì, nelle figurazioni e racconti, non solo letterari, le donne vogliano o abbiano voluto rappresentare lo schema della lotta tra bene e male, o vi sia altro o di più che rappresenti storie, sensibilità, esperienze e vissuti differenti.

È una domanda infinita, cui si possono dare solo frammenti di risposte. Un accenno però mi appare significativo, un accenno alla scrittura, grande doppio del soggetto che scrive, per il significato e il valore differenti che ha avuto  nella storia delle donne e degli uomini. Le donne sono state le grandi assenti per secoli e millenni, salvo poche eccezioni, dalla scena letteraria: sono state scritte più che scrivere, strumenti utili al trionfo dei sentimenti dell’unico soggetto maschile: un doppio inerte, passivo. Ma arriva il tempo in cui le assenti iniziano a scrivere e, tramontato il mito della donna ignorante, oltre alle scrittrici iniziano a comparire le figure delle lettrici. Donne si specchiano nelle loro stesse parole, un fronte a fronte virtuoso, un Doppio che genera cambiamento. Che importa se non tutte sono Jane Austen e se l’amore continua a essere il centro e l’interesse principale delle narrazioni con prevedibili finali e altrettanto prevedibili protagoniste: intanto sono pagine di donne che si scambiano parole scritte tra loro e riconoscimenti reciproci. Sono gli stessi critici maschi a capire che qualcosa sta mutando, a impaurirsi, come sempre gli uomini quando temono invasioni femminili in terreni che hanno considerato solo propri. E mi è piaciuto leggere la risposta che Carolina Invernizio diede a un critico malevolo di un suo libro, peraltro di grande successo. La scrittrice si dice consapevole dei suoi limiti, ma si consola pensando che sul comodino della moglie del critico probabilmente c’è un suo romanzo.

L’ironia femminile che spezza in due il bastone della critica e la consapevolezza, che si specchia nel doppio virtuoso scrittrice-lettrice, che anche i limiti dell’esperienza femminile – la centralità dell’amore, competenza e gabbia al tempo stesso – sono l’avvio alla rottura del silenzio millenario delle assenti. La donna che legge riempie dei suoi contenuti, della sua storia, le pagine che la scrittrice ha composto, risuonano dentro di lei immagini che si avviano dall’ascolto ma a esso non si fermano, trovano rispondenza creativa nella mente e nel sentire di colei che legge. Un doppio generativo che si espande non al riconoscimento esclusivo del se medesimo, ma alla molteplicità.

E così per la letteratura e non solo naturalmente: si apre il terreno, come dicevo, a domande infinite che non chiudono mai a risposte univoche ma si fanno plurali nel procedere, e le riflessioni, che qui facciamo sul doppio al femminile, per questa volta ne sono una delle possibili chiavi.


 

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