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Tema / Tra Realtà e Desiderio

QUEL GESTO POLITICO CHE RIVELA IL POSSIBILE

Clarice Lispector, Audre Lorde, due scrittrici simbolo della pratica femminista che schiva il mondo della necessità collocandosi su un altro livello del linguaggio e della relazione. Perché la libertà scaturisce nel/dal desiderio

di Elvira Federici


Eppure amo il mio tempo perché è il tempo in cui tutto vien meno […] Tutto ciò che si parte per ritrovare, sia pure a rischio della vita, come la rosa di Belinda in pieno inverno. Tutto ciò che di volta in volta si nasconde sotto spoglie più impenetrabili, nel fondo di più orridi labirinti.

Cristina Campo


Senza dimenticare che ogni tempo ha i suoi orrori, non possiamo non riconoscerci nell’immagine che ci propone Cristina Campo, quando parla di un tempo in cui tutto vien meno. Così ci appare questo nostro tempo, incattivito e feroce verso ogni differenza, inselvatichito nello spazio dei social media, degradato fin nella comunicazione istituzionale, incapace di farsi carico della Terra e del vivente e, soprattutto, di accedere a una visione complessa, interconnessa, processuale della realtà. Incapace di coraggio e immaginazione. Un mondo da cui le donne appaiono assenti dalla realtà più visibile – sempre più assenti rispetto a quel che ci saremmo aspettate un po’ di tempo fa – assenti nel linguaggio, nei codici, più che nella rappresentanza.

Ma se ci limitassimo a questa constatazione cadremmo in un inganno: assumeremmo una piccola porzione a totalità, a orizzonte di senso. Non solo perché ignoreremmo ciò che si nasconde sotto spoglie più impenetrabili ma perché scotomizzeremmo quel processo di soggettivazione, che si coglie proprio negli strappi di questa trama: la possibilità, che continuamente apprendiamo dalle donne, nel loro misurarsi con un disordine simbolico che sembra voler travolgere tutto nel suo crollo, dove le donne hanno appreso la libertà non nonostante ma proprio in forza del loro essere donne.

Realtà, libertà e desiderio: eccole insieme queste tre parole, imbricate, perché la realtà è (in) ragione del desiderio e della libertà: non il dato su cui essere schiacciate ma il campo dell’agire, dell’immaginare, del desiderare. Il campo in cui mettiamo al mondo il mondo. Lo rendiamo reale per noi: la gioia non è altro che il sentimento della realtà, scrive Simone Weil. La libertà ha bisogno del desiderio e del resto le definizioni della filosofia politica libertà-da, libertà-di mostrano la loro neutra asfissia senza la forza del desiderio.

Iris Murdoch, romanziera e filosofa – il suggerimento è di Luisa Muraro ne La schivata – parla di «un’immaginazione volitiva capace di entrare in contatto con la realtà», un realismo delle persone libere che «vedono il mondo nella rispondenza fra quello che risulta e quello che di più e di meglio esso può essere» (mi viene in mente, qualunque cosa se ne pensi, la Capitana della Sea Watch Carola Rackete, il cui gesto libero, e nel paradigma della relazione, ha a che fare con l’estetica, almeno quanto l’arte e la letteratura, perché capace di farci vedere altro). E se la letteratura e l’arte più di ogni altra cosa spostano il peso della necessità (la pesanteur weiliana) sul piano aperto della possibilità, è nella scrittura di donne che nella necessità sono esiliate che soffia più forte il respiro del desiderio e l’insegnamento della libertà.

Clarice Lispector, Audre Lorde, due scritture della libertà e del desiderio tra le molte – romanziere, poete, filosofe – parte dell’infinito numero di donne, anche anonime, comuni, che hanno incarnato e inventano forme della libertà femminile. Muovono entrambe in spazi inquieti, in una terra di confine i cui bordi rischiosi tra realtà e irrealtà sono continuamente attraversati e risignificati in nome della possibilità e del divenire, di una libertà di desiderio che schiva la legge della necessità collocandosi su un altro livello del linguaggio e della relazione: vorremmo proporle come paradigmatiche di un gesto politico che riconosciamo nelle pratiche femministe, che non rinuncia a uno sguardo disincantato sulla realtà ma lascia intravedere l’altro possibile.

Clarice Lispector e Audre Lorde: diversissime tra loro, distanti meno di una generazione, portano entrambe il segno – come donne, ebrea ucraina, figlia di rifugiati in Brasile dai pogrom l’una; afro americana nera, lesbica, figlia di immigrati negli Usa l’altra – di una condizione, di un limite, di una necessità che sanno sontuosamente o rabbiosamente trasformare nella libertà che scaturisce nel desiderio. Libertà che esplora ogni confine – del linguaggio, della differenza, dell’abiezione o della malattia – e prende forme inaudite e non componibili: la ricerca di un estremo de-soggettivarsi per l’una, di una soggettivazione come sguardo sulla realtà all’incrocio del suo essere «donna nera, lesbica, madre, guerriera, poeta» per l’altra.

Della massima scrittrice brasiliana, di Clarice Lispector (1922-1977) autrice di riferimento per il femminismo europeo (vedi Leggendaria nn. 97-98/2013 “Speciale Brasile” e n. 120/2016) accostiamo il misterioso Acqua viva, uscito nel 1973, tradotto e pubblicato in Italia solo nel 2017 da Adelphi, vertiginoso esperimento di attraversamento dei limiti stessi del linguaggio, che si spinge fino al radicale scioglimento della soggettività:

gabbia, prigione e tuttavia condizione-per. La portata dell’esperimento di Lispector, che aveva già fatto prova di una consapevolezza dolorosa dell’angustia dell’io ne La passione secondo G.H., è tale da produrre un testo assolutamente inclassificabile, di una novità assoluta: un flusso che non possiamo chiamare di coscienza perché è la coscienza – l’io, appunto – che il desiderio sembra superare come una forza primordiale: il crepitare dell’acqua, lo sbocciare quasi aggressivo dei fiori, la rosa con cui scambia forza ed energia vitale, la resa e l’abbandono con cui smette di umanizzare il mondo animale e si restituisce alla creatura come flusso instancabile di desiderio, dentro un divenire che disfa – e infine ricrea come voce – la soggettività che chiamiamo IO, incardinata nelle strutture simboliche, nei ruoli sociali, nella lingua.


Ti farò una confessione: sono un po’ spaventata. È che non so dove mi condurrà questa mia libertà. […] Sono libera? C’è qualcosa che ancora mi lega. O sono io che mi lego a lei? […] mi sembra per la prima volta di sapere delle cose. (p. 33)

Il mio grafismo e le mie circonvoluzioni sono potenti e la libertà che soffia d’estate ha in sé la fatalità. L’erotismo proprio di ciò che è vivo è sparso nell’aria, nel mare, nelle piante, in noi, sparso nella veemenza della mia voce, io ti scrivo con la mia voce. (p. 40)


L’intonazione è poetica, il fluire della scrittura magico ma attingendo ad abissi filosofici che sfiorano l’impersonale weiliano e assumendo le forme di una meditazione concitata ed estatica; diventa godimento la libertà in cui l’io supera la sua angustia e trabocca nel nulla. «Dietro il pensiero raggiungo uno stato. Mi rifiuto di spezzarlo in parole… È questa forza del desiderio che scardina e libera che consente di dire: “mi prendo cura del mondo” e “Voglio l’incluso. Voglio il disordine profondo che fa presentire un ordine soggiacente. La grande potenza della potenzialità».

Di Audre Lorde (1934-1992) possiamo ora leggere in italiano, grazie al lavoro di traduzione del collettivo WiT (Women in Traslation), e con il testo a fronte, una scelta delle poesie degli anni centrali della sua produzione, sotto il titolo D’amore e di lotta. Come ci ricorda Loredana Magazzeni nell’introduzione, la platea di studiose e femministe che si occupano del pensiero di Audre Lorde cresce incessantemente in ampiezza e profondità di ricerca verso la vasta produzione poetica, saggistica e letteraria, soprattutto per il modo di incarnare la sua esperienza di emarginazione trasformandola in forza e visione, attraverso una poesia in cui la lotta, la denuncia, il reportage contro la violenza del maschio e la violenza bianca, si alimenta della genealogica, della sorellanza, del materno: «Non riesco a ricordarti delicata/ eppure attraverso il tuo pesante amore/ sono diventata/ immagine della tua carne un tempo fragile/ spaccata da falsi desideri» (Donna madre nera); della mitopoiesi: «non scrivere il mio nome nella polvere/ davanti all’altare del dio del vaiolo/ perché siamo tutti figli di Eshu/ dio del caso e dell’imprevedibile/ ognuno di noi indossa molti cambiamenti/ dentro la pelle» (Tra noi) e delle origini africane: «Sono nata nel ventre della Nerezza/ proprio da in mezzo alle cosce di mia madre/ le si ruppero le acque sul linoleum a fiori blu (Al poeta che si dà il caso sia nero e al poeta nero che si dà il caso sia donna).

Aderiscono, i suoi versi, alla realtà dell’esperienza, mostrando il cammino del suo soggettivarsi come donna, nera: «ho quattordici anni e la mia pelle mi ha tradita» (Fuoco sospeso); lesbica: «e io sapevo quando entravo in lei che ero/ vento forte nella sua cava di foresta […] e il mio respiro/ ululava nei suoi ingressi/ da polmoni di dolore» (Poesia d’amore) e, nelle ultime poesie, nella sfida guerriera con la malattia: «Non posso starmene semplicemente seduta qui/ a guardare la morte in faccia/ ammiccando e cercando un nome nuovo con cui salutarla […] Potrei mollare l’ancora e vagare […] srotolarmi nelle acque/ un vascello di luce radura di luna» (Oggi non è il giorno).

L’erotismo come resistenza, forza contro il potere, l’attenzione poetica come agire politico, capace di trasformazione e di cambiamento: «Sii chi sei e chi diventerai/ impara ad avere cura/ di quel turbolento Angelo Nero che ti porta/ un giorno su e un altro giù/ proteggere il luogo dove sorgono i tuoi poteri/ scorrendo come sangue caldo/ dalla stessa fonte/ del tuo dolore» (Per ciascuna di voi). In Lorde la realtà – che potremmo chiamare weilianamente sventura – ci appare come il terreno su cui agiscono, potenti, la libertà e il desiderio femminili.


 

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