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Si possono mettere a tema questioni complesse come l’identità, l’appartenenza, la soggettività e i modi della scrittura, le relazioni tra donne e il farsi di una comunità attraverso un’unica figura per molti versi esemplare? Sì, si può. Lo fanno in queste pagine curate da Edvige Giunta alcune scrittrici e critiche italo americane in un commosso, ricco, profondo e sincero omaggio all’amica, alla studiosa, alla memoirista Louise DeSalvo, ricordandola a un anno dalla sua morte. Esattamente 15 anni fa, Leggendaria aveva dedicato un suo numero (46-47/2004) alle Italiane d’America, mescolando brevi saggi, articoli e testi creativi per illuminare una scena molto poco conosciuta in Italia: quella della scrittura di autrici e studiose statunitensi di origine o di discendenza italiana che attraverso l’uso del memoir stavano portando alla luce l’esperienza e la memoria di vite segnate, in modo diverso, dal trauma dell’emigrazione. Dove i temi dell’appartenenza “etnica”, della lingua, del desiderio e della resistenza all’integrazione, delle relazioni familiari e generazionali giocano un ruolo rilevante – come peraltro in altri gruppi “minoritari” negli Stati Uniti e altrove. Che cosa vuol dire essere italiane/i, che cosa vuole dire essere americani/e, e cosa essere donne: l’intreccio di questi interrogativi crea uno scenario cangiante dalle mille sfumature, che fa emergere voci singolari nella loro complessità, nelle loro differenze ma anche nella contiguità di comuni esperienze. Ricordo ancora con molta emozione i giorni passati negli Stati Uniti per “accompagnare” quel fascicolo, presentarlo e discuterlo in luoghi dove incontrai alcune “comunità” italo americane della costa est, stranita dalla necessità di dover parlare in inglese a persone, donne e uomini, con cognomi – e spesso fattezze – palesemente italiani. Persone curiose di quella strana “creatura” che avevamo messo insieme – anche allora con il decisivo contributo di Edvige Giunta, e di Caterina Romeo – ma ancora più interessate a farsi raccontare che cosa era intanto diventata quell’Italia che loro o i loro genitori o nonni avevano lasciato. Ebbi, allora, la sensazione che ci fosse un solco profondo tra noi, una reciproca distorta percezione della “italianità”. E se oggi quella percezione appare in parte mutata è forse anche grazie al grande lavoro di scavo nella memoria e di ricostruzione di genealogie che autori e autrici italo americane hanno fatto in questi anni. E alla messa a punto di strumenti che ci consentono di “leggere” l’italianità anche quando parla un’altra lingua.


Anna Maria Crispino

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