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Focus / Louisa May Alcott

PICCOLE DONNE DEL TERZO MILLENNIO

La nuova versione cinematografica dei romanzi sulle sorelle March guarda alle nuove ragazze indicando ancora Jo come modello ma soprattutto la sua creatrice: perché Piccole donne è anche un romanzo sul denaro e la sua importanza per essere libere.


di Giovanna Pezzuoli


L’inizio del film è decisamente sorprendente con la regista, Greta Gerwig, 36 anni, nuova icona dell’intellighenzia newyorchese, abbigliata in modo casual, che si rivolge al pubblico in tono confidenziale: «Vi ringrazio per essere qui, per aver voluto accompagnarmi in un viaggio nel passato che possa ridefinire il futuro». Ammette di essere stata colpita da Jo March e dalla sua ambizione fino da quando aveva 13 anni, spiegando come il romanzo Piccole donne abbia trovato posto nella sua testa di bambina mentre i suoi personaggi iniziavano a danzarle nel cuore. Ma, con gli anni, qualcosa è cambiato. «Allora, avrei voluto essere come Jo. Oggi, mi auguro di poter essere come Louisa May Alcott». Attrice e sceneggiatrice, oltre che regista dell’incensato Lady Bird (cinque nomination ai premi Oscar 2018 e un Golden Globe vinto), Greta gioca dunque a carte scoperte, dichiarando una duplice identificazione, quasi a voler sottolineare il totale, amorevole coinvolgimento della sua rilettura.

Le sorprese in questa sesta versione cinematografica dell’amatissimo long seller uscito nel 1868 – e seguito, nel 1869, da Piccole donne crescono – non finiscono certamente qui. È Jo, la ribelle, l’anticonformista, il maschiaccio inquieto e irruente, role model per diverse generazioni di ragazze, ad aprire e chiudere il film, con un’entrata in scena, già adulta, mentre propone all’editore newyorchese Dashwood uno dei suoi sensazionalistici racconti brevi, fingendo di farlo per un’amica ma rivelando la sua passione di scrittrice nei polpastrelli macchiati d’inchiostro. Si comincia dunque quasi dalla fine, con Jo a New York e Amy, la più piccola delle sorelle e sua eterna antagonista, a Parigi a fare compagnia alla cinica e tirchia zia March, mettendo alla prova il suo modesto talento di pittrice.

Greta Gerwig per il suo Piccole donne, uscito il giorno di Natale negli Stati Uniti e il 9 gennaio in Italia, dopo un imponente lancio pubblicitario, attinge ai primi due romanzi (non sempre fedelmente) e ai diari della stessa Alcott, e soprattutto stravolge l’andamento lineare della storia, spezzandola attraverso continui andirivieni fra passato

e presente. Un’innovazione ardita che può fare storcere il naso a lettrici affezionate ma che rende la narrazione più vivace e attuale seppure meno coesa. Jo va a ritroso nel suo passato in cerca di ispirazione, avvolgendo con una patina di nostalgia i momenti incantati dell’adolescenza. Sono flash back scanditi dall’abile montaggio di Nick Houy, con scene di travolgente realismo, quasi singoli quadri di cui si compone l’universo femminile delle quattro ragazze March, rattristate ma mai domate dalle restrizioni economiche. Un cerchio magico, con il rito delle commedie ideate da Jo in cui solo l’amico Laurie può entrare, tra complicità e gesti caritatevoli suggeriti dall’adorata madre Marmee, abbracci e violente liti, con botte vere tra Jo e Amy, sempre intente a rincorrersi e a farsi dispetti.

È subito evidente che l’interesse principale della regista è l’ispirazione femminista del romanzo, di cui sono messi in luce gli aspetti anticipatori, la narrazione al femminile, la sorellanza, il bisogno di indipendenza, lo status sociale e finanziario con cui le donne sono costrette a misurarsi. Piccole donne, nell’interpretazione di Greta Gerwig, è soprattutto un libro sul denaro. Sulla difficoltà di una donna di essere libera se non ha denaro e, più in generale, sulla possibilità di conciliare arte e denaro. Che il matrimonio sia essenzialmente una questione economica viene ribadito più volte nel film ed è chiaro che la facoltosa zia March ha potuto evitare di sposarsi solo perché i soldi non le mancano. Ne è ben consapevole Amy, che alla fine sposerà il ricco Laurie del quale pure è innamorata, mentre Meg sceglie lo squattrinato John Brooke per amore, nonostante i tentativi di Jo di dissuaderla promettendo un appoggio totale alla sua sospirata carriera di attrice.

E Jo? Ha rifiutato l’innamoratissimo Laurie e ha sempre detto che non si sarebbe mai sposata (come del resto non si sposò Louisa May Alcott) ma è l’editore a esigere l’happy ending: ed ecco la scena finale del film con lei e lo spiantato professor Friedrick Bhaer allacciati sotto l’ombrello. Dopo aver contrattato con Dashwood le royalties e la questione dei diritti del romanzo, che restano a lei, Jo deve far sposare la protagonista perché il libro non venderebbe se lei restasse zitella. Sarà andata effettivamente così? Non a caso si intitola Good Wives il seguito di Little Women. E, a parte l’angelica Beth, che muore prematuramente, le sorelle March si sposano tutte. Certo, questo smascheramento finale dell’identificazione Jo-Alcott è un passaggio un po’ brusco che rischia di rompere l’incanto della storia.

Una rilettura originale e accattivante, dunque, con qualche zona d’ombra … [segue]

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