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APERTURA / LA QUESTIONE

LA POSTA IN GIOCO

È un attacco squisitamente politico quello contro la Casa internazionale delle donne di Roma, sintomo evidente di una visione della società in cui non può e non deve esserci spazio per immaginare un altro mondo possibile, un altro ordine delle relazioni. Ma anche segno del fallimento di un progetto politico impermeabile ai bisogni e ai desideri di nuovi soggetti

di Anna Maria Crispino

La cronaca ci racconta quotidianamente di spazi sociali, luoghi autogestiti, piccole utopie realizzate che aprono e/o chiudono per le ragioni più diverse: esaurimento dell’esperienza o nuove forze messe al lavoro, sordità o invece buona disposizione dei poteri istituzionali, esigenze emergenti e vecchi problemi irrisolti. Potremmo considerarlo un processo fisiologico. Ma ci sono casi invece in cui si mette in atto un vero e proprio attacco, volontario e mirato, perseguito con metodo e ostinazione, contro realtà alternative e sperimentali.

Ci pare che quello che sta avvenendo a Roma, dal 2016 retta da una Giunta del Movimento 5 Stelle, nei confronti della Casa Internazionale delle Donne e di altri luoghi dell’attivismo sociale e culturale, rientri in questa casistica. Le scelte della Giunta e degli assessorati preposti non rispondono solo a una logica di razionalizzazione dell’uso del patrimonio immobiliare della capitale (processo già avviato dalla precedente Giunta Marino), sembrano piuttosto il sintomo e il segno di una battaglia tutta ideologica per fare tabula rasa delle esperienze riconducibili alla “sinistra” (in tutte le sue variabili e accezioni) e allo stesso tempo di non riconoscimento degli attori sociali. Tra questi, le donne, il femminismo.

E a nulla vale sottolineare che la sindaca e molte assessore sono appunto di sesso femminile, e che se sono lì in tante è anche perché almeno un paio di generazioni di donne prima di loro hanno fatto le loro battaglie. Evidentemente come per i pentastellati non esistono destra e sinistra, così risulta inaccettabile – incomprensibile? – l’idea che donne e uomini siano soggettività politiche portatrici di differenze. Anzi, le donne a 5 stelle pare facciano di tutto per dimostrarsi toste, tostissime, come gli uomini, peggio degli uomini, con un tratto persino di irrisione verso coloro che in questi lunghi mesi di (non) trattative hanno manifestato sotto il Campidoglio in appoggio alla Casa. Al momento in cui scriviamo, la posizione delle autorità capitoline è di non negoziare alcuna soluzione che possa consentire il proseguimento dell’esperienza: lasciare che la convenzione scada (2021) e intanto mettere a bando i servizi che la Casa fornisce, ben sapendo che l’attuale Consorzio che la gestisce non potrà partecipare perché legalmente “moroso”.

Allungando lo sguardo indietro, la lunga vicenda storica dell’edificio del Buon Pastore poi assegnato al Consorzio –  ce lo racconta Ivana Rinaldi – dà ragione di un cammino che approda a una collocazione che non potrebbe essere più piena di senso e significato – pratici esperienziali e simbolici – che ben poco hanno a che fare con la dimensione valoriale della “imprenditorialità”, bensì con quella dei “beni comuni”.  Tutta diversa l’esperienza della Casa delle Donne di Milano (Silvia Neonato), come pure quelle di altre realtà (Palermo, L’Aquila, Latina, Trieste etc.), ciascuna a suo modo, di cui Leggendaria ha dato conto in questi anni.

Allargando lo sguardo oltre i nostri confini – lo ha fatto per noi Alessandra Quattrocchi – si scopre che in Europa ci sono Case e Centri delle donne di tutti i tipi, per esigenze comuni ma anche diverse da Paese a Paese, con rapporti più o meno stretti con le istituzioni locali o nazionali: come se in ogni esperienza si rispecchiassero esigenze e desideri che hanno trovato una loro “forma” in relazione al contesto.

E dunque come darsi ragione del fatto che sia considerato “improduttivo” un luogo vivo e vitale come la Casa, dove per restare soli agli ultimi mesi, migliaia di persone – donne e uomini di ogni età, bambine e bambini – hanno riempito tutti i piani, le sale, i corridoi e il giardino nei quattro giorni della prima Fiera dell’editoria delle donne (8-11 marzo); dove in centinaia hanno assistito alla giornata dedicata a Virginia Woolf (9 giugno) o alle due serate teatrali dedicate a Caryl Churchill (15 e 16 giugno) o ancora al concerto di Paola Turci (20 giugno) e ai convegni, alla Festa delle Giornaliste e tanto altro, mentre nel frattempo sono continuate tutte le attività di servizio, i corsi, le consulenze e intanto si preparava il ricco programma della rassegna estiva (v. p. 6)? Frequentano la Casa circa 30.000 donne l’anno, di Roma ma anche dal resto d’Italia e dall’estero. Come stimare il “valore” e come collocare in un contesto dinamico e progettuale una utopia realizzata come questa (Bonsignori e Serughetti)? Un progetto che quotidianamente dimostra chi sono le donne, che cosa sono capaci di fare, pensare e immaginare, di che cosa hanno bisogno e desiderio da bambine, da giovani, da adulte, da vecchie. Ma forse è proprio di questo che i nuovi potenti hanno paura. Ed è (anche) da questo che dovrebbe partire ogni progetto per il futuro che superi l’idea di secondarietà e collateralità che ha segnato le politiche nei confronti di donne, giovani, migranti o seconde/terze generazioni: soggetti imprevisti, certo, ma molto molto reali e resilienti.

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Tema / La Questione

COPPIE VIRTUOSE

Un percorso narrativo attraverso la storia di alcune coppie donna-uomo che hanno unito le loro intelligenze e compiuto, grazie a ciò, imprese intellettuali nei più diversi campi dalla scienza, alla letteratura, al cinema, all’arte, alla fotografia

a cura di Barbara Mapelli

La riflessione che mi ha mosso a fare la proposta di questo tema nasce in primo luogo dalla famosa immagine evocata da Virginia Woolf di una donna e un uomo che salgono su un taxi. La scrittrice è alla finestra e li scorge mentre, insieme, entrano nell’auto: questo fatto semplice e banale suscita in lei una serie di pensieri e a partire da questa visione le considerazioni dell’autrice si concentrano sul tema della mente androgina. Ma va ricordato che l’androginia, condivisione di caratteristiche e qualità di ambedue i sessi, già era stata da lei trattata letterariamente nel romanzo Orlando.

Orlando vive una lunga vita, densa di avventure che lo/la accompagnano per alcuni secoli: una sorta di cammino nel tempo verso un ideale di perfezione. E l’eroe diviene donna, ma non perde e non rinnega nulla del suo passato, né delle sue virtù, fisiche e immateriali. Mantiene, e questo si chiarisce sempre di più nel procedere del romanzo, le sue qualità maschili, unendole a quelle femminili e Virginia Woolf ne trae considerazioni generali presenti ancora nel dibattito attuale.

Colei, dunque, che appartiene autorevolmente ai riferimenti del pensiero femminista come teorica della differenza, dopo aver descritto nella Stanza tutta per sé i motivi che penalizzano l’accesso alla cultura e il processo della scrittura femminile e che talvolta possono trasformarsi in vantaggi che ne stimolano la creatività, osserva però come sia la mente androgina la sintesi più alta della capacità intellettuale, Forse una mente puramente maschile non può creare, e lo stesso vale per una mente puramente femminile […] Evidentemente Coleridge, quando disse che una mente androgina è superiore […] voleva dire che la mente androgina è risonante e porosa; che trasmette emozioni senza ostacoli; che è naturalmente creatrice, incandescente e indivisa.

Il tema della differenza tra donne e uomini apre dunque per l’autrice, senza contraddizioni, a un passaggio più alto di intreccio, convivenza armoniosa tra virtù intellettuali femminili e maschili. Certo è necessario del tempo per questo percorso, molto tempo: Orlando impiega secoli per compiere la sua trasformazione…

A partire da queste considerazioni è nata la proposta di creare questo “Tema” che compia un percorso narrativo attraverso la proposizione di storie di alcune coppie donna-uomo che nel passato e nel presente hanno unito le loro intelligenze e compiuto, grazie a ciò, imprese intellettuali nei più diversi campi dalla scienza, alla letteratura, al cinema, all’arte, alla fotografia e ancora molto altro.

Sappiamo che le relazioni tra i due sessi si sono svolte nel tempo prevalentemente nelle forme della disuguaglianza e del dominio degli uni sulle altre. Eppure esistono, anche all’interno di questo quadro generale, alcuni esempi virtuosi di collaborazione senza sopraffazione, senza occultamenti o furti di idee. Credo sia bene ricordarli e trovarne anche nel presente perché credo – e spero crediamo – che la costruzione di un futuro di trasformazioni che renda le nostre vite migliori non possa che avvenire dallo stabilirsi di nuove alleanze tra i sessi, da un confluire – rispettoso di differenze e individualità – di intelligenze diverse che nel confronto, nel dialogo, nella messa in comune di conoscenze, emozioni e intuizioni aiutino tutti e tutte a procedere.

Nella sua versione del racconto di Ondina, la ninfa che divenne donna per amore, Ingeborg Bachmann, le mette sulle labbra parole di elogio verso gli uomini, perché non ci si separi in questo modo. Perché nulla si separi. Sono stati un bene, malgrado tutto, i vostri discorsi, il vostro girovagare, il vostro zelo e la vostra rinuncia alla verità totale perché venisse detta una mezza verità, perché venisse rischiarata quella metà del mondo che nel vostro zelo siete ancora riusciti a intravedere. Eravate talmente coraggiosi, coraggiosi di fronte agli altri – e naturalmente anche vili, e spesso coraggiosi per non apparire vili. Quando vedevate che da una lite nasceva la sventura, continuavate a litigare lo stesso impuntandovi sulle vostre parole, anche se a voi non ne veniva alcun guadagno. Vi siete battuti contro la proprietà e in favore della proprietà, per la non-violenza e in favore delle armi, per il vecchio e per il nuovo, per i fiumi e per la loro regolamentazione, per il giuramento e perché non si debba giurare. E pur sapendo che vi accanite contro il vostro silenzio, continuate lo stesso ad accanirvi. Questo, forse, merita un elogio.

Ondina, comunque, decide di andarsene e abbandonare il mondo degli uomini. Forse per noi ora non è più necessario e non lo è stato certamente per le coppie che qui vengono narrate. Coppie che non sono naturalmente solo quelle amorose o coniugali, possono essere fratello e sorella, padre e figlia, ma anche persone senza alcun vincolo particolare, accomunate dalla condivisione di passioni, studio e creatività e dall’ammirazione reciproca.

Propongo anch’io una coppia e vado a cercarla nel pozzo del tempo, nella favolistica tradizionale, le cui storie hanno origini oscure, sprofondate in un passato dai contorni incerti, indefinibili.

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TEMA / APERTURA

ACCORDI E DISACCORDI

La politica, le differenze, i linguaggi: sguardi sul femminismo italiano dal ’68 al #metoo

di Anna maria Crispino

“Feminist Wars”: no, non siamo improvvisamente preda di un delirio bellicista, ma questo ci è parso il titolo giusto – un po’ serio, un po’ ironico – per il nostro “Tema”, che tenta una messa a fuoco sullo stato dell’arte del femminismo (pensiero e pratiche) che mai come in questo ultimo periodo appare assai vivace e “battagliero”.

L’8 marzo quest’anno ci celebra con uno “sciopero internazionale” convocato dalle organizzazioni femministe – al momento in cui scriviamo si prevedono iniziative in oltre 150 Paesi (www.eldiario.es): una huelga o paro feminista che coinvolgerà tutta l’America Latina, a cominciare dall’Argentina (da dove è partito il movimento Ni Una Menos) fino al Kurdistan. Si prevede una forte mobilitazione negli Stati Uniti e in tutti i Paesi europei – in Irlanda si prepara anche la battaglia per il referendum sull’aborto previsto a fine maggio mentre in Polonia la questione resta prioritario per il movimento. In Italia la mobilitazione si annuncia imponente (https://nonunadimeno.wordpress.com/2018/02/18/8-marzo-2018-il-vademecum-per-lo-sciopero/) con decine di iniziative convocate in sintonia con il movimento globale NonUnaDiMeno (NUDM) con l’intento – dicono le organizzatrici italiane – di “politicizzare” il #metoo con l’hashtag #wetoogether. Il richiamo esplicito è al movimento nato dalle denunce contro le molestie sessuali che si sta diffondendo in maniera virale in tutto il mondo.

Al #metoo dedichiamo molte pagine di questo nostro “Tema” non tanto e non solo perché è un fenomeno recente e in progress – ultimo evento l’irruzione delle attiviste alla cerimonia dei premi Bafta a Londra lo scorso 14 febbraio dove circa duecento attrici e attiviste hanno firmato una lettera di sostegno alle “sorelle” americane di “Time’s Up” e costituito un fondo a sostegno delle donne molestate sui luoghi di lavoro. Ce ne occupiamo estesamente perché la discussione intorno al #metoo – e al suo corrispettivo italiano #quellavoltache – ha rimesso in campo e contribuito a rendere più esplicite differenze e conflitti all’interno del femminismo italiano. Femminismi, anzi, perché di un mondo composito, per orientamenti teorici, generazionali e di pratiche si tratta. Un mondo in cui le Wars sono in pieno corso su molte questioni scottanti: dalla GPA (gravidanza per altri, surrogata o utero in affitto) alla prostituzione, dal separatismo alle forme dell’appartenenza, con un linguaggio contrappositivo che non sempre e non per tutte ha assunto la forma dell’agire il conflitto come modalità del confronto, bensì quella del reciproco disconoscimento.

Scrive ad esempio Luisa Muraro, in un post del 9 febbraio sul sito della Libreria delle donne di Milano: «Abbiamo la fortuna di essere donne, viviamo un tempo straordinario di cambiamento nei rapporti fra donne e uomini, che vuol dire anche fra uomini e uomini, fra donne e donne, trans comprese. Il femminismo è preso in mezzo, com’è naturale che sia, perché tutte, da un mese, da un anno o da una vita, siamo impegnate a cambiare il mondo nel senso di una più grande e più condivisa libertà femminile. Non per questo andiamo d’amore e d’accordo. E anche questo è naturale, perché il femminismo è movimento delle donne e le donne non sono un gruppo sociale, non fanno partiti, non si muovono in maniera uniforme verso questo o quell’obiettivo, anzi non è neanche possibile fissare degli obiettivi, per le molte differenze che si sono tra noi, di ogni tipo. Ma, da questo movimento di donne esce un disegno sempre più vasto e leggibile, come nel racconto di Karen Blixen. Perciò dico: se riusciamo a trovarci d’accordo, meglio; se non riusciamo, accettiamo i conflitti. Ma che siano fatti bene, che vuol dire per me: con il sentimento che confliggere è praticamente necessario; con la fiducia che ne esca un disegno che comprende sempre più donne. Se qualcuna mi chiedesse qualche consiglio, ne darei due, uno maggiore e l’altro minore. Consiglio maggiore: farsi un’idea di quello che sta capitando. Consiglio minore: non aggredire ma spiegarsi, non reagire ma interagire».

E Sara De Simone (altra storia, altra generazione), sulla sua pagina FB il 2 febbraio: «In questi ultimi giorni ho pensato molto a quanto ormai sia diventato difficile essere in disaccordo. Avere opinioni diverse, dirselo, senza per questo smettere di ascoltarsi, o di provare stima. Infatti oggi l’opinione differente, o il gesto che un altro/a fa e io non avrei fatto, diventa intollerabile – offesa, ferita, tradimento, o elemento da ridicolizzare. Confrontarsi non è più possibile: o il confronto serve a convincere l’altro che deve pensarla come me, oppure è inutile. Non si può dare atto a qualcuno che – nonostante la pensi in maniera diversa, o faccia le cose diversamente da come le farei io – c’è del bene e del bello nel- la sua differenza. Qualcosa che posso guardare, che posso criticare, ma di cui posso avere rispetto e, mentre per certi versi proprio non mi convince, per altri posso addirittura (!!!) esserne grata. Ma davvero la stima e la gratitudine o sono totali o non esistono? E così, il disaccordo, o è distruttivo oppure non è disaccordo? […] Una cosa o è tutta bella o è tutta pessima? O merita un magnificat o va asfaltata? Ma non è più interessante, e più consolante, e più appassionante, mantenere il proprio disaccordo nell’incontro con l’altro/a e in quello scarto e in quella differenza invece di vedere una minaccia o un insulto al proprio io o alla propria storia per- sonale trovare qualcosa di nuovo, una energia antagonista ma non nemica, di quell’antagonismo che è la forza motrice delle leve? […]».

I conflitti si sono maggiormente evidenziali a partire dal dibattito seguito all’approvazione delle Unioni Civili (maggio 2016) e dall’entrata in scena di NUDM, ma è sul #metoo che la “guerra” si è allargata non solo tra donne e (molti) uomini (che minimizzano, ridicolizzano, invocano il diritto, denunciano la gogna, quando non insultano), ma anche tra donne ben al di là del mondo del femminismo. Sono emersi – veicolati dai media e soprattutto dai social – sospetti di misoginia, timori di una identificazione con un moralismo bacchettone, denunce di “giustizialismo”, richieste di “prove” e “nomi” per concedere credibilità a chi denuncia. Tuttavia, mentre progressivamente perde di consistenza la principale accusa a #metoo – quella di essere un movimento di donne privilegiate (attrici) in un Paese malato di political correctness (caccia  alle streghe,  moralismo, maccartismo), dato che il fenomeno si sta estendendo rapidamente anche in paesi impensabili come la Cina e l’Arabia Saudita – quello che sembra intollerabile per una parte del femminismo e per molte altre donne è la possibilità che le denunce risultino alla fine una mossa regressiva, che ripropongano la figura della donna come “vittima”, che non tengano conto della sostanziale ambivalenza del desiderio, che portino alla fine del magnifico gioco della seduzione che ancora a molte piace giocare. O che nel fenomeno diffuso delle molestie non si riconosca (anche) la subalternità femminile al modello di sessualità maschile dominante.

Scrive ad esempio Lea Melandri in un post sulla sua pagina di FB del 21 febbraio: «Mi chiedo perché, una volta portato allo scoperto il problema degli abusi di potere, ricatti, violenze o molestie che le donne subiscono nei luoghi di lavoro (per non parlare degli interni di famiglia), anziché avviare una campagna di denunce ad personam, non si affronta il problema con un’azione o pratica politica, che per me significa anche – come si dovrebbe fare anche per la violenza manifesta, il femminicidio – chiedersi perché un fenomeno tanto diffuso e per certi versi immaginabile, viene alla luce così tardi, che cosa ha impedito alle donne di parlarne prima. Non si può pensare che sia solo paura, necessità economica, insicurezza. Se non vogliamo chiamarla complicità, diciamoci almeno quanto le donne forzatamente hanno considerato “naturali” certi comportamenti maschili, quanto abbiano colluso, loro malgrado, con la sessualità e l’idea che gli uomini si sono fatti delle donne. Scalfire questi modelli dentro di sé è la strada sia pure lenta di una liberazione che costringe, senza bisogno di denunce, anche gli uomini a prendere atto di che cosa è stata la “virilità” e il dominio storico del loro sesso».

Complicità, dunque, è l’accusa: senza cogliere, come cerchiamo di argomentare nelle pagine che seguono – pur rispettano, come è nostro costume, le differenze e le diverse posizioni di enunciazione delle donne che hanno contribuito a questo numero – che denunciare, uscire dal silenzio, parlare di ciò che prima solo si sussurrava è un gesto di potenza pur se ammette la propria vulnerabilità. Perché potenza e vulnerabilità non sono termini dicotomici o necessariamente contrapposti. Come tenerle insieme – vulnerabilità e potenza- ci pare la sfida che la complessità del reale ci pone, sul piano del pensiero e su quello delle pratiche. E non solo a noi: sicuramente vulnerabili, ad esempio, sono i ragazzi e le ragazze che si autodefiniscono “sopravvissuti” all’ultima strage in una scuola della Florida ma potente è la loro protesta perché è una forma dell’agire, e dell’agire insieme.

Senza dimenticare, certo, che quanto il potere e la forza si esercitano in modo brutale come ad esempio nel caso delle studentesse rapite da Boko Haram in Nigeria, la vulnerabilità porta al mero annichilimento: mai dimenticare che nel mondo le “vittime” ci sono ancora, eccome. E non solo in Nigeria: la sequenza impressionante di femminicidi delle ultime settimane nel nostro Paese ci dice che gli uomini che odiano le donne sono tanti e pericolosi, che agiscono per rabbia, impotenza, incapacità di reggere ed elaborare il sentimento di perdita del potere che pensavano garantito per loro in virtù di un concetto di “virilità” che non sono in grado di decostruire e trasformare. I femminicidi sono la punta dell’iceberg di una crisi sistemica che si rivela in tutti i gangli delle nostre società: come giudicare ad esempio – giusto per restare in Italia – un giornalismo che titola “Prostituta a 9 anni” per riferire del caso della bambina del palermitano che i genitori vendevano a pedofili in cambio di poche decine di euro? O le domande indecenti degli avvocati della difesa dei carabinieri accusati dello stupro di due studentesse americane a Firenze? Ma gli esempi potrebbero riempire una lunga lista.

Occorre dunque a nostro avviso tenere insieme molti e diversi segnali, accettare che il giudizio e le risposte non sono mai né semplici né univoci, provare a esercitare uno sguardo largo sul mondo e lungo sul futuro che ci aspetta. Lavorando su di noi, per ritrovare il gusto dell’essere in accordo – possibilmente senza soffocante uniformità – ma anche in disaccordo, senza anatemi.

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SPECIALE

LA SCRITTURA

Per scrivere serve, apparentemente, assai poco: carta e penna e un luogo dove poterlo fare. Lo spazio di «due pollici d’avorio», diceva la grande Jane Austen. E chi oggi si reca in visita nella sua ultima abitazione, Chawton Cottage, nello Hampshire, può vedere quanto piccolo era il tavolo su cui concretamente hanno preso corpo Emma o Persuasione. Un secolo dopo – e molta scrittura a firma femminile passata intanto sotto i ponti – uno spazio così ridotto nel salotto di casa dove passano continuamente parenti e servitù evidentemente non bastava più: occorre «una stanza tutta per sé», perché scrivere non è un passatempo bensì un impegno, un’arte, una professione. Ha bisogno di spazio, di silenzio, di tempo di pensiero e di un buon attizzatoio per uccidere – o almeno tramortire – quell’angelo del focolare che spesso condiziona le donne richiamandole ai loro “doveri” e angustiandole con i sensi di colpa.

Il Novecento è stato un secolo di grandi scrittrici e grandi lettrici, oltre che di grandi letterate – come, dove e perché scrivere ce lo raccontano ad esempio le dodici autrici italiane convocate da Maria Rosa Cutrufelli in Quella febbre sotto le parole (Iacobellieditore, 2016). Urgenza del dire, desiderio di introspezione, irresistibile passione per l’affabulazione sul versante delle scrittici e, su quello della ricerca e della critica, lo scavo in un passato di figure rimaste nell’ombra, sottovalutate o dimenticate, insieme alla costruzione di genealogie verticali e reti di connessione orizzontali. “Lavorare” sulla letteratura – per passione e/o professione – è anche una pratica politica nella misura in cui sceglie un posizionamento, un punto di vista e una “scatola degli attrezzi” non canonici né compiacenti con le regole del mercato editoriale. Ultimo, lampante esempio il primo Festival delle scrittrici a Roma “inQuiete” che si è tenuto a Roma lo scorso settembre. Per non parlare della più che ventennale attività della Società italiana delle letterate (Sil) di cui si è appena celebrato il biennale Convegno internazionale.

È in questa direzione che ci è sembrata andare la scelta delle amiche di Lìbrati di promuove un concorso di racconti riservato alle donne. Dove il racconto non è banalmente una narrazione breve, un romanzo in sedicesimo: è un genere severo che impone dei limiti e sollecita una scrittura sorvegliata, ma è allo stesso tempo il territorio della sperimentazione per antonomasia, coi suoi confini porosi ed elastici, il suo centro mobile passibile di inesauribili variazioni come una sonata di Bach. Dove “donne” è il riconoscimento implicito ma fermo – perché prodotto di un pensiero e di pratiche ormai consolidate – di una singolarità portatrice di una differenza da illuminare, valorizzare, far circolare nel mondo senza la copertura del neutro. E infine il tema di questo concorso, “Trame d’infanzia” – non solo richiamo e omaggio a una grandissima del Novecento come Christa Wolf – che invita a scandagliare quel nocciolo duro che ci fa singolarità incarnate, ciascuna unica, ciascuna un sé che mette all’opera memoria e fantasia, frammenti di ricordi e sprazzi di indomita immaginazione.

E dunque Leggendaria non poteva che accogliere con gioia la proposta di pubblicare i racconti vincitori di questo concorso: ringraziando le libraie che l’hanno pensato, le componenti della giuria che hanno letto e valutato i testi pervenuti e tutte coloro che hanno scritto e spedito i loro racconti: chi è nella rosa dei tre giudicati migliori, chi ha ricevuto una menzione, ma anche tutte le altre che, ne siamo certe, continueranno a scrivere: su un tavolino minuscolo o in una stanza di cui sia possibile chiudere la porta per restarsi accanto e autorizzarsi a farlo. Buona lettura!

Anna Maria Crispino

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TEMA / LA QUESTIONE

DEPRESSE NON SI NASCE

I dati sono impressionanti: le donne si ammalano più del doppio degli uomini. Secondo Elvira Reale e le altre studiose, la depressione femminile è la risposta alle violenze subite, a tutto quello che impedisce a una donna di godersi autonomia, potere, autostima. Le piste dei tanti artisti e artiste che l’hanno vissuta e descritta

di Silvia Neonato

In principio fu l’isteria, con le sue paresi, le crisi epilettiche, la cecità – e Freud ne fece la patologia mentale femminile per antonomasia. Poi, nel Novecento, ha preso la scena un altro disturbo psichico – femminile e maschile – definito depressione, che è una sorta di implosione rabbiosa verso di sé e verso gli altri.

In Italia, nel 1964, è stato Giuseppe Berto per primo a raccontare ne Il male oscuro la propria esperienza di depresso cronico, rompendo il silenzio nel quale si barricava la società del tempo. A dire il vero Paola Masino, già nel 1938, nel romanzo in parte autobiografico Nascita e morte della massaia – censurato dal fascismo perché disfattista e cinico – aveva narrato la storia tragicomica di quella che oggi chiameremmo una casalinga maniaco depressiva, una personaggia che fin da bambina «va catalogando pensieri di morte». Ma è comunque Berto a imporsi nel dopoguerra quando, dopo la morte del padre con il quale aveva un rapporto molto difficile, scrive Il male oscuro spinto dal proprio psicanalista. Il titolo, ispirato alla definizione che della depressione aveva dato un altro scrittore, Carlo Emilio Gadda, contribuì al suo incredibile successo (è stato appena ristampato). Depressione era ancora una parola tabù, a malapena si ammetteva un “esaurimento nervoso” e ricorrere a psichiatri, farmaci e psicanalisti era vergognoso e sconveniente.

Ciò che colpisce è il divario che esiste in Occidente tra uomini e donne nei disturbi depressivi. Secondo l’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, noi ci ammaliamo più del doppio degli uomini. Come scrive Paola Leonardi, citando svariate fonti nel suo nuovo saggio Depresse non si nasce, si diventa, i maschi si deprimono di più quando sono vedovi o celibi, mentre le depresse sono in stragrande maggioranza sposate e con figli. E già questa informazione ci aiuta a seguire Paola nel suo ragionamento: le depressioni femminili, in tutte le loro forme, corredate di stati ansiosi e crisi di panico, nascono dalle diseguaglianze tra uomo e donna, dalla violenza cui siamo sottoposte, dal voler piegare i nostri desideri a quelli maschili, dalla scarsa autostima indotta dalla società patriarcale. Per questo il suo nuovo testo, recensito qui di seguito puntualmente da Maria Castiglioni, e la sua scuola di Framura hanno ispirato Leggendaria a tornare su un tema che ci riguarda tanto da vicino.

«Il cuore sanguina, si perde il cuore…» scrive Patrizia Valduga. Anche il cuore maschile sanguina, ma in modo diverso, gli uomini generalmente non riconoscono di essere depressi e solo da poco cominciano a imparare a chiedere aiuto. Schematizzando possiamo dividere in questo modo i sintomi per genere: l’uomo depresso beve, si stordisce con gli stupefacenti, oppure diventa irritabile, nei casi estremi violento. La donna invece sostanzialmente si rannicchia, si annichilisce.

Emily Dickinson sentiva «un funerale nel cervello» (I felt a Funeral, in my Brain è il titolo di una sua poesia). Natalia Ginzburg, nel celebre Discorso sulle donne in cui dialogava con Alba De Cespedes1 spiegò che le stesse hanno la cattiva abitudine di «cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla. […] La tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata gli uomini non la conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi col lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne cominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide […]».

Gli uomini sono più padroni del proprio corpo e più liberi, nota lucidamente Ginzburg, mentre le donne si sentono sempre inadeguate. Conferma a Leggendaria Elvira Reale, psicoterapeuta e studiosa, che «la depressione femminile è completamente speculare alla violenza subita, è l’altro aspetto della violenza, è l’impedimento all’espansione vitale, al vivere con autonomia, con potere, con stima di sé». Per l’Oms questa è la patologia del secolo, spiega, ma non si dice abbastanza quanto per le donne nella fascia riproduttiva sia la prima causa del burden of desease (il carico di malattia), un indicatore di disabilità, ovvero degli anni di salute psicofisica perduti. «Il carico di malattia viaggia sulle gambe delle donne. È senza alcun dubbio un carico di genere»2. La depressione femminile, aggiunge Elvira Reale, «non è una malattia sociale. È un’epidemia sociale, come lo è la violenza sulle donne. Ma la comunità psichiatrica internazionale lo nega, affermando il carattere epidemico della depressione. In un gruppo internazionale dell’Oms in cui lavoravo è stato negato il mio approccio, facendo una sorta di pareggio tra depressione femminile e alcolismo maschile». Nell’ultimo secolo anche molte scrittrici e poete si sono misurate con il male oscuro narrando di sconforti e abbandoni amorosi, particolarmente traumatici per noi donne incardinate al destino matrimoniale da secoli. Del resto sembra che i traumi privati siano la maggior causa di dolore per tutti e tutte: lo psichiatra intervistato per noi da Maria Rosaria La Morgia chiarisce che più delle catastrofi naturali (come ad esempio i terremoti) ci turbano e ci devastano i danni causati dagli umani, la perdita di un amore o di un lavoro, e questo vale per uomini e donne.

Il suicidio del giovane Werther insegna e resta un classico. Ma sulla scena contemporanea sono anche le scrittrici a indagare i danni dell’abbandono: è indimenticabile e basilare per riflettere Una donna spezzata, il lungo racconto del 1967 di Simone de Beauvoir. È la storia di Monique, due figlie adulte e un marito cui ha dedicato la vita, che viene lasciata per un’altra, molto più giovane di lei. Terribile il suo annichilito strazio, il vuoto che la pervade, fino all’ultima frase del romanzo, la conclusione lapidaria, quando entra nella nuova casa in cui vivrà da sola: «Ho paura».

De Beauvoir ricorre alla narrativa per mettere in luce quale rischio corrono le donne che si annullano in un uomo, rinunciando alla propria vita, ai desideri, ai progetti, un tema ricorrente nei suoi memoir, nei romanzi e nei saggi. Ed è un’altra grande scrittrice, Elena Ferrante, che mezzo secolo dopo, con I giorni dell’abbandono, fa eco a una delle grandi madri del femminismo.

Lasciata dal marito con due figli piccoli e il cane, Olga passa dalla furia cieca alla disperazione, accudisce malamente i figli e il cane, si propone sessualmente a un vicino di casa, non si lava e finisce per inscenare una sfuriata manesca ai fedifraghi in mezzo alla strada. In tutto questo altalenarsi di sentimenti alienati e dolenti Olga/Ferrante cita espressamente La donna spezzata, che non ha scordato, dichiarando convinta di non voler finire come Monique, schiava di un ruolo sociale che evidentemente le sta ormai stretto: le moderne guerriere cadono ferite sul campo, ma si rialzano con rabbia e speranza.

Nel 1990 il noto scrittore americano William Styron ha avuto molto successo con Un’oscurità trasparente, un piccolo libro molto sincero, in cui narra di sé ormai sessantenne, atterrato da un dolore raccapricciante, un incubo che non riesce a descrivere malgrado gli sforzi per circoscriverlo almeno sulla pagina. Il desiderio violento di rinchiudersi in casa, il disinteresse verso la vita lo inducono a progettare il suicidio, nonostante la dedizione della moglie spesso citata: sarà solo un ricovero in ospedale a restituirlo alla vita.

Anche se riconosce le concause psichiche, Styron descrive la propria depressione come un disturbo essenzialmente organico, uno squilibrio biochimico a cui far fronte con i farmaci giusti, oltre che con la psicoterapia. Una domanda lo attanaglia e gli fornisce un appiglio vitale: c’è un nesso fra depressione e creatività artistica?

È lo stesso quesito che si pone in questo nostro “Tema” Maria Clelia Cardona ricordando che già per Aristotele i melanconici erano persone eccezionali. Oggi lo psichiatra Eugenio Borgna associa alla follia creativa soprattutto la soffe-renza, anche se può accadere che alcune schegge creat ive sfuggano al macigno del dolore. Scrive Cardona a proposito di quel che dice Borgna: «si tratta di un dolore che corrode la mente e resiste, refrattario a ogni lenimento, salvo le insorgenze incandescenti della scrittura, da cui si esce estatici e stremati».

Se si considera il numero di poeti o narratori colpiti da grave depressione e morti suicidi, ci accorgiamo – nota Cardona – che spesso si tratta di donne: da Marina Cvetaeva (1892-1941) a Virginia Woolf (1882-1941), da Antonia Pozzi (1912-1938) a Sylvia Plath (1932-1963), AnneSexton (1928-1974), Amelia Rosselli (1930-1996) e tante altre, l’elenco è impressionante.

Secondo la psicoanalista Claudia Zanardi, che ne scrive da anni e di cui ospitiamo un contributo, anche la figura della madre è centrale sia nella depressione sia nella malinconia, disturbi che lei distingue. La depressione, ovvero il senso di vuoto, può esser legato a una madre incapace di rispecchiare il Sé della figlia, di darle valore. Nella melanconia – che già Dürer nel 1514 rappresenta come una donna alata seduta, con il capo appoggiato al braccio sinistro, concentrata su un rovello interiore – la figlia ha invece avuto la madre, ma poi l’ha smarrita o ha sentito di perdere il suo amore prima di poter acquistare il senso di Sé. Di sicuro, riflette ancora Zanardi, il pozzo della malinconia appartiene all’esistenza femminile. Il nostro vivere è infatti un continuo tentativo di conciliare il tempo ciclico del corpo, che contiene l’origine della vita ma anche la ripetizione della perdita nel ciclo mestruale, con il tempo lineare storico. Questo conflitto tra i due tempi comporta una sintonia difficile tra le fasi della vita femminile e le richieste del mondo esterno che ignora e svalorizza, insieme alla donna tutta, anche specificamente il ciclo mestruale, la menopausa, il parto stesso.

Questo corpo, così immanente nella vita delle donne, può far ammalare la mente? Se lo chiede Nadia Tarantini ribaltando la prospettiva e parlandoci di come l’omeopatia e le medicine orientali per vincere le varie forme depressive medicano il fegato (“il generale delle emozioni”) oppure la milza e il pancreas, mentre lo yoga cura col respiro e anche i cibi possono contribuire al buon nutrimento della mente.

Ancora ai cicli vitali del corpo femminile rimanda infine la riflessione di Giovanna Pezzuoli che ci racconta delle ambivalenze del materno al cinema e lo fa attraverso il lavoro di due registe italiane. Alina Marazzi che in due film autobiografici pone al centro della sua ricerca un tema intimo e difficile, dai possibili risvolti tragici, come la depressione post partum. E Cristina Comencini che ha lavorato sulla difficoltà di essere madre se la solitudine trasforma in un incubo un rapporto d’amore.

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• 1. Pubblicato per la prima volta nel 1948 sulla rivista Mercurio, ora è contenuto nella raccolta Un’assenza, Einaudi 2016.

• 2. Già a partire dal 1998 nelle donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni, la depressione è la prima causa di disabilità e carico di malattia, e la seconda causa nelle donne tra i 45 e i 59 anni. Per gli uomini invece la depressione è solo la terza causa di disabilità nella fascia di età 15-44, e l’ottava causa nella fascia successiva 45-59 anni. (The World Health Report 1999, Database).

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SPECIALE / POLITICA

DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI POLITICA?

di Annamaria Crispino

In un articolo sul New Yorker all’indomani della vittoria di Donald Trump alle elezioni americane, la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichi – autrice, tra l’altro, di Dovremmo essere tutti femministi – ha posto al campo democratico e progressista una domanda semplice: «Di che cosa stiamo davvero parlando?». Una domanda politica sullo stato del dibattito politico in corso negli Stati Uniti, dove lei da tempo vive e insegna. Dibattito che, a suo avviso, dovrebbe fare un salto di qualità imparando a migliorare la nostra capacità (l’arte, dice letteralmente) di porre delle domande. Perché «la vittoria non assolve» il vincitore e le «false equivalenze» tra le diverse posizioni in campo sono fuorvianti e dannose (oltre che il sintomo più vistoso della crisi del giornalismo). Bisogna, conclude, evitare in ogni modo che venga spostato il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, cedendo anche di poco alla retorica dei vincitori. Non lo dice nei nostri termini, ma quello che è in corso – negli Usa e in tutto l’Occidente – è uno scontro in cui se il campo progressista accetta di scendere sul terreno dell’avversario, assumendone contenuti e forme del discorso, si avvia a sicura sconfitta.

Fare domande: è, credo di poter dire, nel nostro piccolo, il filo più robusto e tenace che ha orientato le scelte e la riflessione di Leggendaria nei 20 anni di pubblicazioni che abbiamo alle spalle. Forse, proprio il tentativo di esercitare questa “arte” ci ha consentito di non essere una rivista “a tesi”, di scegliere sempre il dialogo invece che lo schieramento di posizione, di confrontarci nel rispetto delle differenze – sulla politica o sulla letteratura, non è diverso – a partire da quelle che esistono anche nella stessa redazione. Fare domande significa non accontentarsi delle risposte già date, cercare di spostare in avanti – o di lato, da un’altra prospettiva – ciò che si presenta come un nodo apparentemente inestricabile, tener conto dell’ambivalenza presente in ogni discorso (o pratica, o posizionamento) senza arrendersi all’idea che ci siano contraddizioni o contrapposizioni da tagliare con l’accetta – e soprattutto non rassegnarsi allo stato presente delle cose.

Fare domande – e riformularle continuamente mentre si ascolta l’Altro, gli Altri – è un modo per riconoscere il conflitto ma scegliere di agirlo in modo attivo e non reattivo? Forse, io personalmente credo di sì. Certo, è una pratica massimamente non ideologica e non conservativa, che ciascuna/o può modulare a partire da sé: da chi è, dove sta e cosa desidera sapere/fare/cambiare.

E patendo, come tutte e tutti, la crisi di senso che si manifesta in questa fase, a causa dei vorticosi mutamenti dello scenario politico, economico, culturale e simbolico, è da una domanda che siamo partite per lo Speciale di questo fascicolo: «Di che cosa parliamo quando parliamo di politica?». Una domanda che nasce dal disagio di molte per il modo in cui le donne – amiche, femministe, politiche, conoscenti e interlocutrici di lunga data – si sono divise nel dibattito sul referendum del 4 dicembre 2016 e che probabilmente torneranno a dividersi, lungo linee di appartenenza alla politica “generale”, nel prossimo referendum sui due quesiti posti dalla Cgil; per i conflitti che erano visibili sotto la coltre dell’unità nel corso della preparazione della manifestazione contro la violenza del 26 novembre 2016 e che in alcuni casi si sono esplicitati: sul separatismo, sulle alleanze, sulle priorità dell’agenda. E in vista di elezioni politiche generali che, indipendentemente da quando saranno convocate, hanno già – e non da ora – al centro il dibattito sul “populismo” e le sue molteplici implicazioni sulle forme e la sostanza della democrazia in un clima di generale sfiducia, diffidenza e ostilità verso la politica, i partiti, le istituzioni rappresentative.

Domanda che abbiamo posto in prima battuta a una decina di donne di diversa età, collocazione e orientamento politico nel campo che ci pertiene, quello del femminismo e della sinistra. Stessa domanda, stesso spazio di parola, piena libertà di taglio e argomentazione.

Scrivono per noi alcune delle componenti del collettivo redazionale, alcune collaboratrici molto vicine alla rivista, alcune interlocutrici meno assidue ma comunque in relazione con il nostro lavoro di ricerca e riflessione. Le loro risposte sono un primo nucleo di ragionamenti che speriamo possa allargarsi nei prossimi mesi, nel tentativo di configurare un “luogo” di confronto che resti fuori dall’ambiente tossico dei social media e consenta l’ascolto reciproco, intrecciandosi con altre pratiche e altri luoghi.

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APERTURA / FRANCESCA GUERISOLI

Legg.117-2016 Foto_ArtHome

SCARPE ROSSE CONTRO LA VIOLENZA

L’istallazione creata nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet per denunciare le migliaia di femminicidi a Ciudad Juárez, da processo creativo locale è diventato un fenomeno globale. Moltissime le iniziative anche in Italia. Ce lo racconta, con parole e immagini, la giovane storica dell’arte Francesca Guerisoli

di Carla Sanguineti

Le figlie nascono dove il vento porta i semi, dicevo a proposito delle nuove generazioni di femministe, ma le figlie muoiono anche, purtroppo, e uccise. Ni una más di Francesca Guerisoli è un “libro” che dà la vertigine, perché ci butta nella realtà del femminicidio, in paesi come il Messico (vedi Francesca Gargallo Celentani su Leggendaria n. 84/2010), ma anche il Guatemala e l’Ecuador, dove stato e istituzioni, tra corruzione, impotenza e collusione con gli autori dei crimini, negandone l’esistenza lo rendono lecito; dove media e stampa non hanno libertà; dove le vittime vengono colpevolizzate e chi denuncia o chiede giustizia rischia la vita.

La ricchezza di documentazione cui l’autrice ha attinto, attraverso inchieste di giornalisti che hanno poi dovuto espatriare, rapporti dell’ONU, di Amnesty International, di Human Rights Watch e soprattutto attraverso la ricostruzione dell’opera delle Madres e dei circoli di attivisti culturali e politici contro il femminicidio, è sconvolgente. La lunga disamina inizia con un capitolo agghiacciante su Ciudad Juárez, la città che uccide le donne come dicono i Messicani, perché dagli anni Novanta, ormai più di 4500 tra ragazze e bambine sono state stuprate e uccise nell’impunità più totale.

Nel febbraio scorso, a Ciudad Juárez, poco prima che Papa Francesco avanzasse tra la folla parlando in difesa dei migrantes e contro traffico di organi e droga, la polizia ricopriva le tante croci rosa che famigliari e attivisti avevano posto nei luoghi in cui erano stati ritrovati i cadaveri delle giovani donne scaricate in zone desertiche o buttate seminude per strada, con orrende mutilazioni. La polizia occultava e gli altri scoprivano e ridipingevano, aspettando dal Papa una parola che non è venuta. Ciudad Juárez è piena di croci rosa, il colore del Messico, di murales con le foto e i nomi delle scomparse, per lo più studentesse di scuole tecniche o lavoratrici precarie, operaie di maquiladoras, le fabbriche di assemblaggio di proprietà di multinazionali nate dopo l’entrata in vigore del NAFTA (l’accordo di libero commercio tra Messico Canada e USA, 1994). Ragazze in fuga dalla miseria delle campagne, accorse in massa in città per uno stipendio bassissimo, senza protezione alcuna, ammassate in periferie desolate e senza servizi, preda fin troppo facile di bande di narcotrafficanti in guerra tra loro per il controllo dell’80 per cento della cocaina che dalla Colombia va verso gli USA, dedite all’esibizione del proprio potere attraverso il sacrificio rituale di vittime, all’uccisione di donne come atto comunicativo, a riti satanici e traffico di organi.

Qui, come in Argentina e in Cile è nato il movimento delle Madres, anche se «qui alle Madres si spara – ha detto Francesca Guerisoli presente a Firenze per la mostra “Arte e Femminismo negli Anni ‘70” – come è accaduto a Marisela Escobedo, durante un sit-in davanti al palazzo del Governatore dello stato mentre chiedeva giustizia per la propria figlia uccisa nel 2009, a 17 anni. Come è accaduto a Norma Andrade, sopravvissuta a due attentati, colpevole di aver fondato con Marisela Ortiz un’associazione per far luce sulle sparizioni e gli assassini delle ragazze di Juárez, di cui una, Lilia Aleandra, è stata uccisa nel 2001 dopo orrende sevizie e mutilazioni all’età di 17 anni. O a Susana Chávez, la poetessa trentaseienne autrice del motto “Ni una muerta mas!” – i cui versi venivano letti nelle manifestazioni in onore delle vittime – uccisa il 6 gennaio 2011 e il cui corpo è stato gettato seminudo per strada, con la testa avvolta in un sacchetto di plastica nero e mutilata della mano sinistra. Un turbine di orrori.

Ma altrettanto inimmaginabile è la sublimità delle azioni solidali e eroiche dei tanti collettivi antiviolenza e antifemminicidio sorti nella città, supportati, anche economicamente, da giornalisti, avvocati, investigatori, docenti, musicisti, cantanti, attori, registi (Bordertown di Gregory Nava 2006 e Senorita extraviada di Lourdes Portillo 2001), scrittori (2666 di Roberto Bolano 2004). E soprattutto a C.J. operano artiste che hanno come una bandiera le lotte e le rivendicazioni del primo femminismo riprendendo anche visivamente temi e stili degli anni Settanta. Tornano le sfilate di donne a lutto contro lo stupro come era stato in Mourning and in Rage di Susan Lazy e Leslie Labovitz a Los Angeles nel 1977 quando per la prima volta si portava allo scoperto quanto era stato sempre tenuto nascosto e si dichiarava che il privato è politico.

Giovani donne vogliono rivivere sul proprio corpo le ingiurie e le mutilazioni subite da altre e si espongono nude e indifese allo sguardo di tutti. Ana Mendieta, coperta di sangue, mimava uno stupro nell’Università di Iowa nel ‘73, e oggi Regina José Galindo rivive, su letti di contenzione e obitori, le torture e le sevizie subite dalle donne in Guatemala autoinfliggendosele. Ema Villanueva si offre al pubblico nuda, legata imbavagliata, citando le performance di Yoko Ono nel 1964 e di Marina Abramovic nel 1974. Lorena Wolffer, usando i materiali dei rapporti forensi, pratica sul suo corpo nudo con un pennarello i segni delle mutilazioni, dei tagli e dei colpi d’arma da fuoco inferti alle vittime, nominandole una per una (Mientre dormiamos 2002). Musei e gallerie d’arte di tutto il mondo, dagli USA all’Asia e all’Europa, hanno visto arrivare casse di terra del deserto dove venivano scaricati corpi di ragazze uccise, mattoni di un muro coi segni dei proiettili di esecuzioni, muri di targhe ricamate da migliaia di persone coi nomi delle vittime con e senza nome, contenitori dell’aria degli obitori, flaconi di sangue umano e resti organici, abiti di ragazze buttati nel cemento…

Questa l’arte sulla realtà del femminicidio di Ciudad Juárez, contro lo stupro, contro la militarizzazione, contro la guerra, contro le istituzioni del crimine.

Vorrei sapere quali esperienze di vita hanno portato Francesca Guerisoli, classe 1980, storica dell’arte e attivista dei diritti delle donne, autrice di questo straordinario lavoro e curatrice di Zapatos Rojos, così lontano e per vie così pericolose. Le pongo varie domande, parliamo.

Come sei arrivata al femminismo? le chiedo, e la risposta mi spiazza e al tempo stesso mi esalta.

Mi sono avvicinata al femminismo attraverso alcuni testi. È stata Carla Lonzi la mia chiave d’accesso, con il suo Autoritratto (1969), che ho trovato illuminante. Un modo tutto diverso di fare critica d’arte, che rompeva con i canoni precedenti e introduceva con determinazione il rapporto personale, la soggettività. Quel libro mi ha aperto le porte al femminismo: ho quindi analizzato il Manifesto di Rivolta Femminile

E come hai scoperto il dibattito intorno al termine “femminicidio”?

Avvicinandomi al problema del femminicidio di Ciudad Juárez, attraverso il progetto d’arte partecipativa Zapatos Rojos (2009-in corso) dell’artista Elina Chauvet. Là è nato il concetto di femminicidio: l’antropologa femminista e deputata messicana Marcela Lagarde lo ha introdotto nel 1997 – ampliando il termine “femicide” coniato alcuni anni prima da Diana Russell per definire gli omicidi di donna “in quanto donna” – riferendosi proprio agli omicidi di donne nella città di frontiera, caratterizzati da diffusa impunità e omertà. Lo Stato, nel concetto di femminicidio teorizzato da Lagarde, è responsabile di questi delitti per non aver garantito la vita delle donne nonostante fosse a conoscenza del problema. Il termine, dunque, non è una mera categoria giornalistica, come spesso si è pensato e ancora alcuni pensano in Italia, ma il nome di un preciso crimine che denota un problema strutturale, che comprende misoginia, superiorità dell’uomo sulla donna e responsabilità dello Stato. Nominare un problema specifico è il primo, imprescindibile, modo per poterlo affrontare.

Sei andata a Ciudad Juárez?

Avrei voluto intraprendere quel viaggio, sarei stata guidata e accompagnata in città da attiviste e giornalisti locali e di El Paso (la città statunitense che confina con Juárez) con cui sono in contatto. Quando fai ricerca su un contesto specifico vorresti essere là, poter studiare il contesto dall’interno, incontrare chi lo abita, attraversare i luoghi visti in fotografia, descritti e immaginati, far parte della vita del posto, anche se per un periodo limitato. Purtroppo non ho potuto farlo. Non sono andata a Ciudad Juárez perché è troppo pericoloso, quel viaggio mi è stato sconsigliato da più parti, in particolar modo da alcuni membri della Sezione America Latina di Amnesty International, in quanto il problema della violenza nelle strade è alle stelle: «È meglio che ne scrivi da qui, piuttosto che andare là e rischiare di non poterne più scrivere», mi disse l’ex coordinatrice.

Come curatrice, hai lavorato con altre artiste sul tema della violenza contro le donne?

Ne ho avuto l’occasione a Milano, alle Colonne di San Lorenzo, a novembre 2012. Si trattava di un progetto curatoriale sostenuto dal Comune di Milano in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Al centro del progetto vi erano due elementi: l’intervento artistico nello spazio urbano, che intercettasse, dunque, cittadine e cittadini e non solo chi frequenta l’arte contemporanea; e la considerazione della donna non come vittima da commiserare ma come soggetto attivo, capace di innescare un cambiamento attraverso forme di resilienza. Nello stesso spazio pubblico cittadino, avvenivano le azioni di Chiara Mu, Stigma; Marta Lodola, Senza Titolo; e l’installazione di Elina Chauvet, Zapatos Rojos. Tre lavori molto diversi l’uno dall’altro che, attraverso dinamiche relazionali proprie, erano volti alla sensibilizzazione della cittadinanza.

E infine parliamo di Zapatos Rojos, questa installazione che è diventata un simbolo contro il femminicidio, e che, sorpresa finale, ha trovato in Italia il più alto numero di esecuzioni e grandissima partecipazione.

Zapatos rojos, in spagnolo. Scarpe rosse, in italiano. Un oggetto d’uso comune e un aggettivo che ne qualifica il colore. Eppure oggi le scarpe rosse non sono più semplicemente una cosa, come erano prima che le utilizzasse un’artista messicana per una singolare installazione in uno spazio pubblico: una marcia di scarpe rosse lungo una strada di Ciudad Juárez. Da allora, non sarebbero mai più state solo scarpe di colore rosso. Le scarpe rosse sono divenute, infatti, Zapatos Rojos: un progetto d’arte partecipativa contro il femminicidio che nella sua fase finale prende la forma di un’installazione di centinaia di calzature femminili rosse, disposte ordinatamente a tracciare un percorso, una marcia nello spazio della città. Realizzato a Ciudad Juárez nel 2009 ad opera dell’artista Elina Chauvet (Casas Grandes, Chiuhauha, 1959 – vive a Mazatlan, Sinaloa), Zapatos Rojos è un processo creativo che veicola contenuti politici; è un motore di aggregazione, di consapevolezza e di azione culturale e sociale. Il progetto ha una dimensione locale, in quanto denuncia il sistema politico e giudiziario di Ciudad Juárez, in merito al fenomeno del femminicidio, e allo stesso tempo globale, perché tratta il problema diffuso internazionalmente della violenza contro le donne per il solo fatto di essere donne. Principale caratteristica di Zapatos Rojos è la sua natura processuale, incentrata sulla costruzione di una rete di solidarietà e di relazioni tra singoli, soggetti pubblici e organizzazioni no profit che condividono la stessa battaglia culturale della lotta alla violenza alle donne, sia sulla diffusione della conoscenza del fenomeno del femminicidio di Juárez. Questa peculiarità del progetto, manifesta chiaramente la volontà di generare una pressione sul governo locale e federale messicano, affinché siano applicate le leggi che puniscono il reato, assicurando i colpevoli alla giustizia.

E in Italia dove le donne sono sottoposte a un continuo femminicidio simbolico incitate come sono a considerare la seduzione come l’unico mezzo di accettazione sociale, Zapatos Rojos ha avuto il più elevato numero di realizzazioni, nelle città ma anche in paesi e zone periferiche, si è trasformato in un evento virale. Ha favorito l’elaborazione del lutto attraverso il gioco dell’assenza (le scarpe vuote) e della memoria (la colorazione di rosso del cuore e del sangue), i gesti liturgici (il posizionamento delle scarpe) e la condivisione del dolore. Partito nel 2009 dalla “città che uccide le donne”, si è fatto grido di denuncia nel nostro Paese e si sta espandendo nel mondo, pur non avendo un’organizzazione strutturata che lo sorregge, pur non potendo contare su finanziamenti, ma basandosi unicamente su comunità temporanee che il progetto genera, aggregando donne e uomini che si uniscono al coro «Ni una más, Ni una más, Ni una más…».
Questa la vertigine che le giovani generazioni di femministe ci sanno dare, uno spaccato di mondo in cui sembrano concentrarsi tutto il male ma anche tutto il bene di cui siamo capaci trasformando «l’arte in strumento per contrastare silenzio e omertà » come ha dichiarato Amnesty International dando il proprio patrocinio al libro di Francesca Guerisoli.

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TEMA / APERTURA

Legg.116-2016 Foto_ArtHome

COSÌ VICINE, COSÌ LONTANE

Così vicine, perché condividiamo le stesse strade delle stesse città. Così lontane perché dalle sponde opposte del Mediterraneo condividiamo una storia parallela ma dalle narrazioni spesso contrastanti, in nome di un unico Dio che continua a dividere le tre grandi religioni monoteiste

di Luciana Dimauro e Giovanna Pezzuoli

… … … 

Ci siamo accostate a un tema così complesso timidamente, consapevoli di quanto poco sappiamo della storia, della cultura, nonché dei costumi, delle donne che vivono o provengono dai paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, dal Nord Africa al Medio Oriente. Una storia parallela ma dalle narrazioni spesso contrastanti. Ci siamo fatte aiutare da altre donne, molto più esperte di noi, nella speranza di contribuire ad andare oltre il velo del pregiudizio.

Abbiamo colto piccoli cambiamenti, lenti, faticosi ma (si spera) inarrestabili. Sicuramente ha una valenza simbolica il fatto che in Arabia Saudita, la monarchia assoluta di stampo islamista più repressiva di tutto il Medio Oriente, almeno 20 donne siano state elette nelle elezioni municipali che si sono tenute il 12 dicembre 2015, le prime nella storia aperte al sesso femminile, che ha conquistato l’1 per cento dei seggi. Elette ma con quale potere effettivo? Le donne non potranno partecipare alle riunioni se saranno presenti degli uomini, né potranno avere delle vere relazioni politiche con gli altri membri della municipalità. «Candidate fantasma», ha sostenuto il Saudi Gazette, ricordando che gli unici strumenti a loro disposizione per fare campagna elettorale sono stati Internet e i social media.

Saudite segregate e ribelli, come scrive Silvia Neonato raccontando una polifonia di voci femminili in Nonostante il velo, il libro della giornalista Michela Fontana che ha vissuto due anni e mezzo a Riad. E sottolinea le contraddizioni di un Paese dove il prestigio delle famiglie si basa soprattutto sull’onore e la reputazione delle donne, la parte più vitale della società nonostante la loro esistenza sia costellata di divieti proibizioni e ingressi separati.

Come dicevamo, passi in avanti, piccoli, piccoli. Altre elezioni in Iran, venerdì 26 febbraio 2016, con forse più significativi segnali di cambiamento. Sono 15 le donne che entrano in Parlamento: un record dalla fondazione della Repubblica islamica dopo la rivoluzione khomeinista del 1979. Se hanno vinto i moderati del presidente Hassan Rouhani, sostenuti dai riformisti, è sicuramente merito della partecipazione di donne e giovani. Che hanno votato per le speranze trasmesse dalle deputate e dai deputati della “nuova generazione” su questioni che vanno dalla libertà di espressione alla possibilità di negoziare regole islamiche, come il fatto che la testimonianza di una donna in tribunale valga la metà di quella di un uomo o che non ci sia parità di diritti nell’eredità.

Per noi è importante vedere e comprendere i mutamenti in corso, come osserva Claudia Mancina nella sua riflessione sui fatti di Colonia, perché è evidente che le donne musulmane stanno seguendo, nei loro modi e nei loro tempi, un percorso di autoaffermazione. Altrettanto importante però è difendere, senza mitizzarle, le conquiste civili e morali che trovano la loro origine nella tradizione occidentale.

Ma quale atteggiamento abbiamo noi femministe occidentali nei confronti del “femminismo islamico” contemporaneo, di quel movimento di donne che separano il patriarcato dagli ideali e dai testi sacri, combattendo per un’emancipazione femminile all’interno del paradigma religioso? Due islamologhe, Roberta Pepicelli e Anna Vanzan, ci invitano a guardare a questi movimenti senza pregiudizi, valutando la forza che possono rappresentare per una visione dell’Islam democratica e pluralista.

Sulla “questione femminile” nel mondo islamico riflette anche Biancamaria Scarcia Amoretti introducendo il libro Il protagonismo delle donne in terra d’Islam. E ripercorre la divisione tra lo spazio harem (protetto, inviolabile) e lo spazio in cui i due sessi s’incontrano (ad esempio il mercato) sottolineando come paradossalmente – se considerate con i nostri parametri – le vere recluse siano le donne dei ceti abbienti che non necessitano di avere contatti con i maschi nello spazio pubblico. Ma per scoprire forme inattese di protagonismo, basta ricordare come dal diritto a gestire il proprio patrimonio, senza condividerlo con il consorte, derivi una straordinaria opera di mecenatismo, la cui rilevanza economica e sociale si inizia a comprendere solo da poco tempo.

Uno sguardo senza pregiudizi. Se Monica Luongo capovolge il punto di vista, raccontando la sua esperienza di femminista occidentale, sempre coperta da shalwaar kamiz e dupatta, in un paese come il Pakistan, l’oscillazione tra due mondi cappratterizza l’esperienza delle giovani musulmane in Italia. Sono percorsi biografici complessi, spiega Nadia Tarantini, riflettendo sul libro curato da Ivana Acocella e Renata Pepicelli: attratte dalla diversità in cui vivono, ma a volte respinte dalla nostra stessa intolleranza verso un ritorno alle radici spesso foriero di amare delusioni.

Passi significativi anche da parte della comunità islamica in Italia. Dal 5 marzo scorso, grazie al Caim (Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Monza-Brianza) gli imam saranno formati per parlare ai fedeli, padri mariti fratelli, di rispetto delle donne, nei sermoni del venerdì. Un’iniziativa voluta dalle giovani di seconda generazione impegnate nel “Progetto Aisha”, ideato da Sumaya Abdel Qader, di origine palestinese nata a Perugia e cresciuta a Milano, sociologa, madre di tre bambini, che indossa l’hijab e pone tra gli intenti del progetto il superamento della segregazione femminile, persistente in alcuni ambienti della comunità islamica in Italia.

Se fissiamo lo sguardo sull’universo femminile arabo emergono enormi distanze e forti contrasti non esenti da ambiguità. A partire dagli interrogativi che Monica Ruocco pone nel suo articolo sulle scrittrici arabofone. Che cosa accumuna Fatima Naoot, la scrittrice egiziana accusata di oltraggio all’Islam per aver criticato l’uccisione di animali durante una festività religiosa, e Mariah Idrissi, alla modella marocchina-pakistana, che ha inaugurato la collezione “velata” di H&M, scelta anche da Dolce&Gabbana per la linea Abaya? O cosa accomuna l’egiziana Mona Eltahawy, che invoca una rivoluzione sessuale nel mondo arabo, alle seguaci di Munirah al-Quabaysiche, la siriana fondatrice di un movimento revivalista e pietista tra i più seguiti?

Interrogativi che ne evocano altri. Per esempio, che senso avrebbe la rivendicazione «il privato è politico», in Paesi in cui la sfera pubblica e quella privata sono spesso intrecciate e le regole del clan sono spesso più forti per l’individuo di quelle pubbliche. Forse sì, aiuterebbe, a leggere i dati che riferisce Mona Eltahawy nel suo libro Perché ci odiano. Un’inchiesta del 2013 delle Nazioni Unite da cui risulta che il 99,3 per cento delle egiziane ha subito molestie sessuali nei luoghi pubblici. E un’altra inchiesta, condotta dall’Egyptian Center for Women’s Rights nel 2008, da cui emergeva che il 60 per cento degli uomini ammette di molestare le donne e l’80 per cento delle donne dichiara di essere stata molestata.

Nel variegato mondo arabo (sono 22 i Paesi aderenti alla Lega araba) si assiste alla netta divisione tra chi sostiene una partecipazione al dibattito pubblico e culturale fondata sui principi religiosi (è anche il caso delle femministe islamiche) e chi, al contrario, invoca una distinzione tra la sfera pubblica e quella religiosa. Si colloca decisamente tra questi ultimi il poeta siriano Adonis nel suo Violenza e Islam – Conversazioni con Houria Abdelouahed, che invita i musulmani «a ripensare i fondamenti della nostra religione: le donne, la schiavitù, l’adozione, la filiazione», in pratica tutta la costruzione sociale. Così come la scrittrice marocchina, psichiatra e antropologa, Rita El Kayat, che nel suo articolo sull’essere artiste nel mondo arabo, arriva a sostenere, contro ogni vague islamista, che la colonizzazione ha rappresentato un fattore di liberazione per le donne musulmane.

Con gli articoli di Marina Vitale, che presenta estrapolazioni da testi di Fatema Mernissi e Assia Djebar, ci affacciamo sui fermenti che hanno agitato e agitano le autrici di lingua araba e non, sia che vivano in patria, sia nei paesi di immigrazione. Sono sguardi incrociati tra Oriente e Occidente con la sociologa e narratrice marocchina che dimostra come la “taglia 42” – sul piano simbolico se non ovviamente su quello concreto e reale nei suoi effetti – sia l’equivalente occidentale, sessista e umiliante, del velo islamico; mentre la scrittrice algerina in L’amore e la guerra ricostruisce l’irresistibile fascinazione reciproca fra dominati e dominatori.

Marta Cariello, esplorando testi di poete anglofone come Nathalie Handal, Micaela Raen e Mohja Kahf, ci suggerisce un attraversamento della doppia identità linguistica, «la lingua dell’altro per scrivere e respirare» di cui parla Djebar, per approdare a un «multilinguismo radicale», una strategia per costruire identità femminili complesse e mobili.

Una carrellata sul cinema di mano femminile, dalla Turchia all’Iran, dalla Tunisia all’Arabia Saudita, ci consegna ritratti inediti di donne e ragazze, dai sogni spezzati o realizzati, che anelano alla libertà. Per contro la trilogia di Marek Halter dedicata alle donne del profeta, Kadija Fatima e Aisha, ci precipita nell’alto Medioevo orientale. Osserviamo i meccani girare intorno alla Pietra Nera e idolatrare i loro 360 idoli. Attraversiamo le aride dune del deserto che saranno terreno di battaglia tra i convertiti di Allah e i miscredenti, e vedranno l’affermazione dell’Islam.

Maria Vittoria Vittori ci parla, infine, di Ballando con Averroè racconti, composti tra il 2014 e il 2015, di Toni Maraini che narrano di «confluenze Mediterranee» di ieri e di oggi. Un invito a tornare ad Averroè, studioso che «ha collocato la religione e la filosofia su due piani ben distinti» e ha collegato le due sponde del Mediterraneo con i fili intrecciati della conoscenza e del dialogo.

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TEMA / LA QUESTIONE

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di A.M.C.

Un grande polverone è stato sollevato sulla questione della surrogacy – gestazione per altri/e – in tempi assai sospetti, vale a dire a pochi mesi dall’arrivo in parlamento per la discussione in aula del ddl Cirinnà sulle cosiddette “Unioni Civili” per regolamentare, anche su pressante sollecitazione dell’Unione Europea, le relazioni di convivenza delle persone, anche di quelle dello stesso sesso. Un provvedimento atteso da 30 anni. Il fronte che si oppone – che schiera il mondo cattolico e la destra, compresa la Lega, che è in primissima linea – com’è noto ha affermato che la cosiddetta stepchild adoption prevista nel provvedimento avrebbe “aperto la strada” alla possibilità di ricorrere alla surrogacy, di cui peraltro non si fa alcuna menzione nel disegno di legge. Va subito chiarito che la possibilità di adottare legalmente i figli già nati del/la partner in una coppia omosessuale è un provvedimento a tutela dei minori, che quindi, ragionevolmente, dovrebbe essere un fattore positivo per chi afferma di essere dalla parte di bambini. Ma non c’è niente di ragionevole nella battaglia ingaggiata dagli oppositori del ddl Cirinnà: pura ideologia conservatrice in nome della difesa della famiglia tradizionale – o presunta “naturale” – una posizione che resta cieca non solo ai diritti dei soggetti coinvolti – tutti, adulti e bambini – ma anche ai mutamenti già avvenuti nel costume e nella società. Ancora nei giorni in cui scriviamo, in vista dell’ennesimo Family Day, il Papa ha ribadito che non vanno “confuse” la famiglia tradizione e altri tipi di unioni, dopo il ben più esplicito pronunciamento del cardinal Ruini, ex presidente della Conferenza Episcopale, secondo il quale «La legge sulle unioni civili è inammissibile, la Chiesa continuerà a battersi affinché i figli abbiano padre e madre» (Il Corriere della Sera, 20 gen. 2016). D’altronde, il recente Sinodo sulla famiglia non aveva aperto alcuno spiraglio sulla materia (vedi Leggendaria n. 114/2015), quindi la presa di posizione della Chiesa cattolica era del tutto prevedibile. Specie considerando la virulenza della campagna contro la cosiddetta “ideologia del gender” in corso ormai da tempo (vedi Leggendaria n. 110/2015) che, alla luce di ciò che sta accadendo, a posteriori può anche essere interpretata come una iniziativa per “preparare il terreno”.

Le divisioni tuttavia sono trasversali, tra e dentro le forze politiche ma anche nel mondo del femminismo, come si legge negli interventi di questo nostro “Tema”. Indipendentemente dall’esito dell’iter parlamentare del provvedimento sulle Unioni Civili, le questioni aperte dai profondi mutamenti nella riproduzione umana – anche se poste qui ed ora in modo strumentale – sono da tempo all’ordine del giorno. Le tecniche che hanno reso possibile negli ultimi decenni la separazione della sessualità dalla riproduzione, l’invadenza sempre più massiccia della medicina sui corpi, la moltiplicazione dei soggetti in scena – le madri, in particolare, sui cui corpi e sul cui desiderio e capacità di autodeterminazione si gioca la partita, ma anche i padri, figure sempre più ai margini della scena riproduttiva – aprono interrogativi e pongono una necessità di riflessione per cui non esistono facili scorciatoie. Lo scenario è assai complesso, e in movimento. Nessuna regolamentazione sarà in grado di assecondare i cambiamenti se non in maniera plastica e rivedibile. Il futuro ci riserva ulteriori novità cui occorrerà far fronte tenendo la barra ben dritta: la prima parola e l’ultima è e deve restare alle donne. Tutte, anche quelle “convitate di pietra” – vale a dire le donne “portatrici”, specie quelle dei paesi più poveri – di cui giustamente si preoccupa Deborah Ardilli (Nazio ne Indiana, 24 gen. 2016), e sulle quali torneremo.

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TEMA / LA QUESTIONE

 

Migrazioni Miniatura

di B.S.

L’estate del 2015 rimarrà nel ricordo come quella in cui gli abitanti dell’Europa compresero che i migranti non li avrebbero più abbandonati. La fila che si ingrossava sempre più, visibile perfino dal satellite, che passo dopo passo si avvicinava a un confine e che quando era respinta ripassava a un altro, ma non spariva, anzi prendeva le bandiere dell’Europa e chiedeva attenzione, non si può dimenticare. Sempre in quell’estate appena alle nostre spalle fu chiaro che bisognava pensarci su, sui migranti, che la questione non si risolveva con le chiacchiere con le colf e le badanti che sono nelle nostre case. E neppure con la solidarietà di cuore, con i buoni sentimenti. Che non solo era una questione politica, ma ci voleva una politica. Non che non si sapesse, ma si lasciava correre. Non certo dalle parti di Salvini, o di Marine Le Pen, come di tutti i partiti europei di estrema destra che sull’odio per gli stranieri hanno costruito la loro fortuna. Uno di loro ha appena vinto le elezioni, in Polonia. Farà buona compagnia all’Ungheria di Viktor Orban.

Insomma, volevamo parlarne, noi di Leggendaria. Ci siamo prese il lusso di non parlare di donne, per una volta. Abbiamo guardato la questione nel suo insieme. Proponiamo quindi un quadro di riferimento. Soprattutto abbiamo scelto di raccontare storie. Di ascoltarle. Non si dovrebbe mai dimenticare, qualunque sia l’età, le condizioni, la provenienza, che i migranti sono persone che hanno subito una perdita. Hanno lasciato tutto. La casa, gli affetti, l’origine. Di solito è più facile non pensarci. E abbiamo scelto di dire di quella rete di attività, progetti, soluzioni che sono vive in tutta Italia. Luoghi come il Baobab a Roma, che in totale solitudine, sulla base di puro volontariato, ha fornito assistenza e accoglienza in questi mesi in una città diffidente, provata dalle rivelazioni di Mafia Capitale, che mostrano come anche le cooperative sociali possano essere fonte di corruzione e arricchimento. I migranti, le migranti entrano nelle nostre case, nelle nostre vite. Non sempre ci si capisce, ma è sempre possibile riprovarci.