By

TEMA


Si possono mettere a tema questioni complesse come l’identità, l’appartenenza, la soggettività e i modi della scrittura, le relazioni tra donne e il farsi di una comunità attraverso un’unica figura per molti versi esemplare? Sì, si può. Lo fanno in queste pagine curate da Edvige Giunta alcune scrittrici e critiche italo americane in un commosso, ricco, profondo e sincero omaggio all’amica, alla studiosa, alla memoirista Louise DeSalvo, ricordandola a un anno dalla sua morte. Esattamente 15 anni fa, Leggendaria aveva dedicato un suo numero (46-47/2004) alle Italiane d’America, mescolando brevi saggi, articoli e testi creativi per illuminare una scena molto poco conosciuta in Italia: quella della scrittura di autrici e studiose statunitensi di origine o di discendenza italiana che attraverso l’uso del memoir stavano portando alla luce l’esperienza e la memoria di vite segnate, in modo diverso, dal trauma dell’emigrazione. Dove i temi dell’appartenenza “etnica”, della lingua, del desiderio e della resistenza all’integrazione, delle relazioni familiari e generazionali giocano un ruolo rilevante – come peraltro in altri gruppi “minoritari” negli Stati Uniti e altrove. Che cosa vuol dire essere italiane/i, che cosa vuole dire essere americani/e, e cosa essere donne: l’intreccio di questi interrogativi crea uno scenario cangiante dalle mille sfumature, che fa emergere voci singolari nella loro complessità, nelle loro differenze ma anche nella contiguità di comuni esperienze. Ricordo ancora con molta emozione i giorni passati negli Stati Uniti per “accompagnare” quel fascicolo, presentarlo e discuterlo in luoghi dove incontrai alcune “comunità” italo americane della costa est, stranita dalla necessità di dover parlare in inglese a persone, donne e uomini, con cognomi – e spesso fattezze – palesemente italiani. Persone curiose di quella strana “creatura” che avevamo messo insieme – anche allora con il decisivo contributo di Edvige Giunta, e di Caterina Romeo – ma ancora più interessate a farsi raccontare che cosa era intanto diventata quell’Italia che loro o i loro genitori o nonni avevano lasciato. Ebbi, allora, la sensazione che ci fosse un solco profondo tra noi, una reciproca distorta percezione della “italianità”. E se oggi quella percezione appare in parte mutata è forse anche grazie al grande lavoro di scavo nella memoria e di ricostruzione di genealogie che autori e autrici italo americane hanno fatto in questi anni. E alla messa a punto di strumenti che ci consentono di “leggere” l’italianità anche quando parla un’altra lingua.


Anna Maria Crispino

By

Tema / Tra Realtà e Desiderio

QUEL GESTO POLITICO CHE RIVELA IL POSSIBILE

Clarice Lispector, Audre Lorde, due scrittrici simbolo della pratica femminista che schiva il mondo della necessità collocandosi su un altro livello del linguaggio e della relazione. Perché la libertà scaturisce nel/dal desiderio

di Elvira Federici


Eppure amo il mio tempo perché è il tempo in cui tutto vien meno […] Tutto ciò che si parte per ritrovare, sia pure a rischio della vita, come la rosa di Belinda in pieno inverno. Tutto ciò che di volta in volta si nasconde sotto spoglie più impenetrabili, nel fondo di più orridi labirinti.

Cristina Campo


Senza dimenticare che ogni tempo ha i suoi orrori, non possiamo non riconoscerci nell’immagine che ci propone Cristina Campo, quando parla di un tempo in cui tutto vien meno. Così ci appare questo nostro tempo, incattivito e feroce verso ogni differenza, inselvatichito nello spazio dei social media, degradato fin nella comunicazione istituzionale, incapace di farsi carico della Terra e del vivente e, soprattutto, di accedere a una visione complessa, interconnessa, processuale della realtà. Incapace di coraggio e immaginazione. Un mondo da cui le donne appaiono assenti dalla realtà più visibile – sempre più assenti rispetto a quel che ci saremmo aspettate un po’ di tempo fa – assenti nel linguaggio, nei codici, più che nella rappresentanza.

Ma se ci limitassimo a questa constatazione cadremmo in un inganno: assumeremmo una piccola porzione a totalità, a orizzonte di senso. Non solo perché ignoreremmo ciò che si nasconde sotto spoglie più impenetrabili ma perché scotomizzeremmo quel processo di soggettivazione, che si coglie proprio negli strappi di questa trama: la possibilità, che continuamente apprendiamo dalle donne, nel loro misurarsi con un disordine simbolico che sembra voler travolgere tutto nel suo crollo, dove le donne hanno appreso la libertà non nonostante ma proprio in forza del loro essere donne.

Realtà, libertà e desiderio: eccole insieme queste tre parole, imbricate, perché la realtà è (in) ragione del desiderio e della libertà: non il dato su cui essere schiacciate ma il campo dell’agire, dell’immaginare, del desiderare. Il campo in cui mettiamo al mondo il mondo. Lo rendiamo reale per noi: la gioia non è altro che il sentimento della realtà, scrive Simone Weil. La libertà ha bisogno del desiderio e del resto le definizioni della filosofia politica libertà-da, libertà-di mostrano la loro neutra asfissia senza la forza del desiderio.

Iris Murdoch, romanziera e filosofa – il suggerimento è di Luisa Muraro ne La schivata – parla di «un’immaginazione volitiva capace di entrare in contatto con la realtà», un realismo delle persone libere che «vedono il mondo nella rispondenza fra quello che risulta e quello che di più e di meglio esso può essere» (mi viene in mente, qualunque cosa se ne pensi, la Capitana della Sea Watch Carola Rackete, il cui gesto libero, e nel paradigma della relazione, ha a che fare con l’estetica, almeno quanto l’arte e la letteratura, perché capace di farci vedere altro). E se la letteratura e l’arte più di ogni altra cosa spostano il peso della necessità (la pesanteur weiliana) sul piano aperto della possibilità, è nella scrittura di donne che nella necessità sono esiliate che soffia più forte il respiro del desiderio e l’insegnamento della libertà.

Clarice Lispector, Audre Lorde, due scritture della libertà e del desiderio tra le molte – romanziere, poete, filosofe – parte dell’infinito numero di donne, anche anonime, comuni, che hanno incarnato e inventano forme della libertà femminile. Muovono entrambe in spazi inquieti, in una terra di confine i cui bordi rischiosi tra realtà e irrealtà sono continuamente attraversati e risignificati in nome della possibilità e del divenire, di una libertà di desiderio che schiva la legge della necessità collocandosi su un altro livello del linguaggio e della relazione: vorremmo proporle come paradigmatiche di un gesto politico che riconosciamo nelle pratiche femministe, che non rinuncia a uno sguardo disincantato sulla realtà ma lascia intravedere l’altro possibile.

Clarice Lispector e Audre Lorde: diversissime tra loro, distanti meno di una generazione, portano entrambe il segno – come donne, ebrea ucraina, figlia di rifugiati in Brasile dai pogrom l’una; afro americana nera, lesbica, figlia di immigrati negli Usa l’altra – di una condizione, di un limite, di una necessità che sanno sontuosamente o rabbiosamente trasformare nella libertà che scaturisce nel desiderio. Libertà che esplora ogni confine – del linguaggio, della differenza, dell’abiezione o della malattia – e prende forme inaudite e non componibili: la ricerca di un estremo de-soggettivarsi per l’una, di una soggettivazione come sguardo sulla realtà all’incrocio del suo essere «donna nera, lesbica, madre, guerriera, poeta» per l’altra.

Della massima scrittrice brasiliana, di Clarice Lispector (1922-1977) autrice di riferimento per il femminismo europeo (vedi Leggendaria nn. 97-98/2013 “Speciale Brasile” e n. 120/2016) accostiamo il misterioso Acqua viva, uscito nel 1973, tradotto e pubblicato in Italia solo nel 2017 da Adelphi, vertiginoso esperimento di attraversamento dei limiti stessi del linguaggio, che si spinge fino al radicale scioglimento della soggettività:

gabbia, prigione e tuttavia condizione-per. La portata dell’esperimento di Lispector, che aveva già fatto prova di una consapevolezza dolorosa dell’angustia dell’io ne La passione secondo G.H., è tale da produrre un testo assolutamente inclassificabile, di una novità assoluta: un flusso che non possiamo chiamare di coscienza perché è la coscienza – l’io, appunto – che il desiderio sembra superare come una forza primordiale: il crepitare dell’acqua, lo sbocciare quasi aggressivo dei fiori, la rosa con cui scambia forza ed energia vitale, la resa e l’abbandono con cui smette di umanizzare il mondo animale e si restituisce alla creatura come flusso instancabile di desiderio, dentro un divenire che disfa – e infine ricrea come voce – la soggettività che chiamiamo IO, incardinata nelle strutture simboliche, nei ruoli sociali, nella lingua.


Ti farò una confessione: sono un po’ spaventata. È che non so dove mi condurrà questa mia libertà. […] Sono libera? C’è qualcosa che ancora mi lega. O sono io che mi lego a lei? […] mi sembra per la prima volta di sapere delle cose. (p. 33)

Il mio grafismo e le mie circonvoluzioni sono potenti e la libertà che soffia d’estate ha in sé la fatalità. L’erotismo proprio di ciò che è vivo è sparso nell’aria, nel mare, nelle piante, in noi, sparso nella veemenza della mia voce, io ti scrivo con la mia voce. (p. 40)


L’intonazione è poetica, il fluire della scrittura magico ma attingendo ad abissi filosofici che sfiorano l’impersonale weiliano e assumendo le forme di una meditazione concitata ed estatica; diventa godimento la libertà in cui l’io supera la sua angustia e trabocca nel nulla. «Dietro il pensiero raggiungo uno stato. Mi rifiuto di spezzarlo in parole… È questa forza del desiderio che scardina e libera che consente di dire: “mi prendo cura del mondo” e “Voglio l’incluso. Voglio il disordine profondo che fa presentire un ordine soggiacente. La grande potenza della potenzialità».

Di Audre Lorde (1934-1992) possiamo ora leggere in italiano, grazie al lavoro di traduzione del collettivo WiT (Women in Traslation), e con il testo a fronte, una scelta delle poesie degli anni centrali della sua produzione, sotto il titolo D’amore e di lotta. Come ci ricorda Loredana Magazzeni nell’introduzione, la platea di studiose e femministe che si occupano del pensiero di Audre Lorde cresce incessantemente in ampiezza e profondità di ricerca verso la vasta produzione poetica, saggistica e letteraria, soprattutto per il modo di incarnare la sua esperienza di emarginazione trasformandola in forza e visione, attraverso una poesia in cui la lotta, la denuncia, il reportage contro la violenza del maschio e la violenza bianca, si alimenta della genealogica, della sorellanza, del materno: «Non riesco a ricordarti delicata/ eppure attraverso il tuo pesante amore/ sono diventata/ immagine della tua carne un tempo fragile/ spaccata da falsi desideri» (Donna madre nera); della mitopoiesi: «non scrivere il mio nome nella polvere/ davanti all’altare del dio del vaiolo/ perché siamo tutti figli di Eshu/ dio del caso e dell’imprevedibile/ ognuno di noi indossa molti cambiamenti/ dentro la pelle» (Tra noi) e delle origini africane: «Sono nata nel ventre della Nerezza/ proprio da in mezzo alle cosce di mia madre/ le si ruppero le acque sul linoleum a fiori blu (Al poeta che si dà il caso sia nero e al poeta nero che si dà il caso sia donna).

Aderiscono, i suoi versi, alla realtà dell’esperienza, mostrando il cammino del suo soggettivarsi come donna, nera: «ho quattordici anni e la mia pelle mi ha tradita» (Fuoco sospeso); lesbica: «e io sapevo quando entravo in lei che ero/ vento forte nella sua cava di foresta […] e il mio respiro/ ululava nei suoi ingressi/ da polmoni di dolore» (Poesia d’amore) e, nelle ultime poesie, nella sfida guerriera con la malattia: «Non posso starmene semplicemente seduta qui/ a guardare la morte in faccia/ ammiccando e cercando un nome nuovo con cui salutarla […] Potrei mollare l’ancora e vagare […] srotolarmi nelle acque/ un vascello di luce radura di luna» (Oggi non è il giorno).

L’erotismo come resistenza, forza contro il potere, l’attenzione poetica come agire politico, capace di trasformazione e di cambiamento: «Sii chi sei e chi diventerai/ impara ad avere cura/ di quel turbolento Angelo Nero che ti porta/ un giorno su e un altro giù/ proteggere il luogo dove sorgono i tuoi poteri/ scorrendo come sangue caldo/ dalla stessa fonte/ del tuo dolore» (Per ciascuna di voi). In Lorde la realtà – che potremmo chiamare weilianamente sventura – ci appare come il terreno su cui agiscono, potenti, la libertà e il desiderio femminili.


 

By

Tema / La Questione

STORIE NELLA STORIA

di Anna Maria Crispino


Il romanzo storico va alla grande: chi non pratica il genere forse si farà prendere da lontane reminiscenze scolastiche e/o giovanili – I promessi sposi del Manzoni, ovviamente, ma anche Walter Scott e Alexander Dumas – ma siamo lontanissime/i da quegli esempi: oggi parliamo di storie e saghe che combinano contesti e personaggi/e in un mix inedito di ricerca e immaginazione. Qui la Storia dunque non funziona da mera cornice o sfondo di una trama, ma è elemento dinamico della stessa narrazione. E molti romanzi storici a firma femminile sembrano avere in più una cifra specifica, perché parlano del taciuto o del dimenticato, colmano e ingrandiscono quegli interstizi lasciati in ombra nelle grandi narrazioni, “inventano” personagge o riscrivono figure reali con dettagli di vita e sentimenti che molto devono all’accresciuta consapevolezza delle donne su di sé e sul proprio passato. Riscritte e/o inventate, parliamo di figure messe in pagina con l’antico espediente del verosimile, che presuppone un “patto” con la lettrice/lettore sulla sua credibilità. Non è solo questione di tecnica narrativa: si tratta di mettere a tema le domande dell’oggi attraverso storie che gettano nuova luce su vicende storiche il cui racconto finora ha privilegiato i protagonisti maschili – le loro guerre e i loro trattati, il loro potere, i loro vizi e virtù, le passioni e gli amori.

La fioritura di romanzi storici a firma di donne non deve però stupire: c’è già, per questo genere letterario in divenire, una forte genealogia femminile nel Novecento italiano: da Maria Bellonci ad Anna Banti, da Maria Corti a Elsa Morante fino a Rosetta Loy e Dacia Maraini. Ma molto ha anche contribuito l’attenzione delle studiose di Women’s studies, a partire da quel mini-romanzo storico sulla sorella di Shakespeare che Virginia Woolf inserì nel suo saggio Una stanza tutta per sé (1929), collocando appunto il personaggio fittizio di Judith nella ben nota storia del Bardo. «Il romanzo storico ha consentito alle scrittrici di esercitare la libertà di re-immaginare le vite non registrate delle donne, ma ha fatto molto più di questo», sostiene Diana Wallace, autrice di uno dei saggi di riferimento sulla questione (The Woman’s History Novel. British Women Writers, 1910-2000, Palgrave Macmillan 2005 – trad. mia).

Quel che è indubbio è che il genere è in piena fioritura, e l’industria editoriale – e quella della produzione televisiva e cinematografica (basta seguire ad esempio siti come www.willowandthatch.com, che segnala e recensisce le ultime novità nel campo dei cosiddetti Period Drama) – ne è ben consapevole: in Italia, editori come Newton Compton hanno messo a segno successi come la saga in quattro volumi de I Medici di Matteo Strukul (diventato subito anche una serie Tv e opzionato per il cinema) o quella sul mondo degli antichi romani con Andrea Frediani, autore da oltre un milione di copie vendute. Mentre la statunitense Alex Connor (vedi Leggendaria n. 132/2018) ambienta i suoi romanzi storici (con pennellate di thriller) nel mondo dell’arte (una trilogia su Caravaggio presto diventata bestseller e l’ultimo uscito nel 2019 Goya Enigma). Ma sono solo degli esempi: in realtà quasi tutti gli editori hanno romanzi storici nei loro cataloghi, commerciali o più raffinati come alcuni che vi segnaliamo nelle pagine di questo “Tema”, perché il genere, come si dice, “tira”. Come e quanto il giallo, meno forse della fantascienza pura, ma certo altrettanto popolare del fantasy, con il suo sterminato pubblico di Young Adults. Ed è certo segno dei tempi che ben due dei romanzi della cinquina del Premio Strega 2019 siano, appunto, romanzi storici (M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati e Il rumore del mondo di Benedetta Cibrario).

By

Tema / Letteratura

RADDOPPIARSI NELLE STORIE DELL’ALTRA

Se la scelta del doppio come topos letterario è prevalentemente maschile e autoreferenziale, quando le donne hanno cominciato a scrivere e a leggere è cominciato il grande gioco del riflesso.

Il doppio virtuoso scrittrice-lettrice.

di Barbara Mapelli


La figurazione e l’immaginario legati al Doppio hanno connotati prevalentemente maschi li, senz’altro in letteratura. Una storia inquietante di uomini affollata di ombre, specchi, ritratti, incubi, in cui le donne non ci sono o compaiono come figure minori, sostegno o amplificazione dell’io maschio che mantiene – pur nel dolore – la centralità della scena. Si tratta di un’illusione, tutta maschile, di autosufficienza, di solitudine di un soggetto che non solo ha “ingombrato” la storia, ma «ha ingombrato se stesso» (Paul Ricoeur, Gabriel Marcel), creando con la sua centralità e solitario protagonismo un vuoto, una mancanza di comunicazione e condivisione che ha pensato di poter continuare a riempire di sé. A partire dal primo, mitico doppio, Narciso. E Antonio Prete ci ricorda una possibile etimologia del nome: Narciso da nàrke, narcosi, l’incontro impossibile con un altro che non c’è «ricerca di un sé sfrangiato nell’iridescenza del riflesso che ogni passaggio di vento intorbida. O intorpida: narciso, nàrke, ha a che fare col torpore».

Questa illusione, che ha creato sofferenze e diseguaglianze non solo nei confronti delle donne ma allo stesso soggetto protagonista della sua solitudine, è ben descritta da Virginia Woolf, quando scrive di un suo passeggiare nel recinto immaginario di un college maschile, Oxbridge, precluso alle donne. «Mentre percorrevo le strade buie pensavo a questo e a quello, come si è soliti fare alla fine di una giornata di lavoro […] e pensavo com’è spiacevole rimanere chiusi fuori; e poi quanto deve essere peggio rimanere chiusi dentro». Chiusi dentro in un fortino con mura innalzate dalle proprie stesse mani.

Letteratura e psicanalisi si associano negli ultimi due secoli per descrivere le inquietudini e gli incubi che caratterizzano l’incedere del Doppio, la sua figurazione che spesso si fa portatrice di una rivelazione: la lotta, nell’interiorità del soggetto, tra il bene e il male. Questa la confessione del più famoso doppio letterario, il dottor Jekill.

Fu la natura prepotente delle mie aspirazioni, più che qualsiasi particolare degradazione nei miei errori, a rendermi quello che fui, e, con un abisso più profondo che nella moltitudine degli uomini, separò in me il dominio del bene dal dominio del male, che dividono e compongono la natura dualistica dell’uomo.

E ancora il Sosia di Dostoevskij, il Ritratto di Dorian Gray e decine di altre narrazioni, a partire, come accennavo, dalla vicenda di rispecchiamento e morte di Narciso.


Le donne sempre figure secondarie, ombre alle spalle o a fianco del grande Io. Tra le altre mi viene naturale – e ne ho scritto – pensare alla signora Maigret. Tanto per cominciare, chi ne sa il nome? È ricordata sempre e solo come la signora Maigret, che apre la porta di casa al commissario prima che lui bussi, che gli prepara cibi appetitosi, che lo consola quando è triste e gli raccomanda sciarpa e scarpe robuste quando piove. Eppure lo stesso Simenon, maestro di stereotipi sul femminile, in uno dei romanzi svela tutta la fragilità del grande commissario, il suo bisogno della moglie, della sua vicinanza che riconosce in lui il capo, la forza e l’intelligenza della coppia, ma non sempre… «forse questa volta non lo faceva con troppa convinzione, ma lui aspettava le sue parole come un bambino che ha bisogno di essere incoraggiato». E alla fine del racconto è la signora Maigret che scioglie il mistero della trama e risolve il caso al posto del grande marito, per poi immediatamente ritrarsi nella sua ombra.

E a proposito di un altro grande doppio, il Dorian Gray di Oscar Wilde, ne esiste una narrazione ironica e rovesciata a opera di Colette nel racconto Il ritratto. Due donne si ritrovano insieme nella casa di un uomo, fascinoso, famoso e bello, che ha disdegnato entrambe. Il protagonista della loro passione non è presente, loro sono amiche più che rivali, accomunate e non divise da quell’amore infelice per tutte e due. Ma alla fine del racconto accade qualcosa che le libera da questo legame a un uomo che le ha respinte. Nel salone della casa, a pianterreno, vi è un grande ritratto di quest’uomo, ma l’umidità, forse il tempo hanno compiuto

un disastro intelligente, un’opera di distruzione in cui il caso era l’arma di una malevolenza quasi miracolosa. Sul mento romano del grand’uomo, la muffa disegnava una barba biancastra da vegliardo trasandato. Delle bolle gonfiavano la carta sulla sommità delle guance, come due borse linfatiche. Un po’ di carboncino nero, scivolando dai capelli su tutto il ritratto, appesantivano di anni e rughe il viso da conquistatore…

E, uscendo dalla casa, una delle due saluta il ritratto, un addio per sempre, «povero vecchio!…».

Ma al di là di questa rivincita, alcune narrazioni del doppio femminile esistono, anche se meno numerose e meno note, e ci si chiede che caratteristiche abbiano, se anche lì, nelle figurazioni e racconti, non solo letterari, le donne vogliano o abbiano voluto rappresentare lo schema della lotta tra bene e male, o vi sia altro o di più che rappresenti storie, sensibilità, esperienze e vissuti differenti.

È una domanda infinita, cui si possono dare solo frammenti di risposte. Un accenno però mi appare significativo, un accenno alla scrittura, grande doppio del soggetto che scrive, per il significato e il valore differenti che ha avuto  nella storia delle donne e degli uomini. Le donne sono state le grandi assenti per secoli e millenni, salvo poche eccezioni, dalla scena letteraria: sono state scritte più che scrivere, strumenti utili al trionfo dei sentimenti dell’unico soggetto maschile: un doppio inerte, passivo. Ma arriva il tempo in cui le assenti iniziano a scrivere e, tramontato il mito della donna ignorante, oltre alle scrittrici iniziano a comparire le figure delle lettrici. Donne si specchiano nelle loro stesse parole, un fronte a fronte virtuoso, un Doppio che genera cambiamento. Che importa se non tutte sono Jane Austen e se l’amore continua a essere il centro e l’interesse principale delle narrazioni con prevedibili finali e altrettanto prevedibili protagoniste: intanto sono pagine di donne che si scambiano parole scritte tra loro e riconoscimenti reciproci. Sono gli stessi critici maschi a capire che qualcosa sta mutando, a impaurirsi, come sempre gli uomini quando temono invasioni femminili in terreni che hanno considerato solo propri. E mi è piaciuto leggere la risposta che Carolina Invernizio diede a un critico malevolo di un suo libro, peraltro di grande successo. La scrittrice si dice consapevole dei suoi limiti, ma si consola pensando che sul comodino della moglie del critico probabilmente c’è un suo romanzo.

L’ironia femminile che spezza in due il bastone della critica e la consapevolezza, che si specchia nel doppio virtuoso scrittrice-lettrice, che anche i limiti dell’esperienza femminile – la centralità dell’amore, competenza e gabbia al tempo stesso – sono l’avvio alla rottura del silenzio millenario delle assenti. La donna che legge riempie dei suoi contenuti, della sua storia, le pagine che la scrittrice ha composto, risuonano dentro di lei immagini che si avviano dall’ascolto ma a esso non si fermano, trovano rispondenza creativa nella mente e nel sentire di colei che legge. Un doppio generativo che si espande non al riconoscimento esclusivo del se medesimo, ma alla molteplicità.

E così per la letteratura e non solo naturalmente: si apre il terreno, come dicevo, a domande infinite che non chiudono mai a risposte univoche ma si fanno plurali nel procedere, e le riflessioni, che qui facciamo sul doppio al femminile, per questa volta ne sono una delle possibili chiavi.


 

By

Tema / Apertura

LA RABBIA DEGLI UOMINI. LE DONNE IN CAMPO

di Anna Maria Crispino


Senza voler ripescare il vecchio refrain della “guerra dei sessi”, questa volta vogliamo dirlo con molta chiarezza: siamo sotto attacco. Perché gli uomini – molti uomini – sono pieni di rabbia contro ciò che noi, le donne – molte donne – siamo diventate: soggetti pensanti dotate di parola propria, in grado di esistere anche senza di loro, più e meglio istruite, capaci di scegliere sulla maternità e le relazioni sentimentali, insomma libere. Donne che lottano contro le perduranti discriminazioni, la violenza e le molestie, il disprezzo e la marginalizzazione, il sessismo, il machismo, il razzismo e lo sfruttamento (parola desueta ma più attuale che mai).

Gli uomini – molti uomini – odiano le donne? Sì, perché non siamo/sono più quelle creature – e quei corpi – docili e compiacenti che loro rimpiangono, e reagiscono con un senso di frustrazione e furia cieca, patendo una perdita che li mette in discussione proprio in quella idea di virilità inca- pace di autentica relazione che la cultura e la società hanno loro garantito come bene che pensavano immutabile. Colpa del femminismo, dicono. Che stravolge i capisaldi del loro potere: la famiglia tradizionale, l’idea proprietaria di mogli e figli/e, la subalternità/complementarietà delle donne nel lavoro, la storica divisione tra puttane e madonne, la certezza della differenza “naturale” tra maschile e femminile, l’uso del corpo delle donne a proprio piacimento. Tanto che, su proposta della Lega – ma con la compiacenza di tanti uomini, di destra e di sinistra – si tenterà di cancellare la legge Merlin e riaprire i bordelli.

Certo, uomini violenti e rabbiosi contro le donne ci sono sempre stati: la differenza è che ora questi sentimenti sembrano essere diventati legittimi, sono stati “sdoganati”, come si dice, sono componente rilevante e essenziale del discorso pubblico delle destre populiste e sovraniste che sembrano prevalere in Italia e sono in ascesa, o già al potere, in Europa e altrove nel mondo. E gli hate speech – i discorsi d’odio – si sprecano. In vista delle elezioni europee del prossimo maggio, ne parliamo ampiamente in questo nostro “Tema”, anche perché le loro idee si traducono in azioni politiche, provvedimenti legislativi e politiche sociali che sembrano riflettere il senso comune di una maggioranza un tempo silenziosa uscita allo scoperto con arroganza e senza remore. Non si tratta più di nicchie minoritarie – i sovranisti bianchi negli Usa e altrove, i fondamentalisti cristiani, i neofascisti e neonazisti in ascesa non solo nei sondaggi ma anche nelle urne in molti Paesi. Gestiscono potere e risorse, mezzi di comunicazione e consenso.

Ma non avranno gioco facile. In queste pagine, a questo torbido mare di rabbia contrapponiamo il protagonismo femminile, anche quello che non si dichiara esplicitamente femminista e che spesso si esprime in forme nuove: in azioni civiche e nella rappresentanza politica, nella resistenza militante e in proposte e pratiche alternative, nel discorso pubblico e, autorevolmente, nella cultura e nella scienza. È ciò di cui parla Leggendaria in tutti i suoi numeri ma che abbiamo voluto in maggiore evidenza in questo fascicolo – sacrificando a malincuore alcune pagine dedicate alle nostre rubriche – perché, colpevolmente, la grande stampa e le Tv, e a volte persino i social media, di tutto questo tacciono, lo oscurano o minimizzano quando non lo ridicolizzano. È capitato anche quest’anno, ad esempio, per l’annuncio dello Sciopero generale delle donne convocato – in sintonia con una estesa rete internazionale – da Non Una di Meno per l’8 marzo, come peraltro era accaduto nelle scarne cronache delle grandi manifestazioni dei due anni precedenti. E invece va detto forte, ad alta voce, senza timore – e fatto circolare. Perché in piazza per l’8 marzo le donne, di tutte le generazioni, saranno tantissime, ovunque nel mondo. Perché se soffia un forte vento di destra, misogino e illiberale, un vento altrettanto forte può contrastarlo: sarà una tempesta? Noi speriamo, contiamo, che sia femmina.

By

Tema / Apertura

DONNE E ’68:
STORIE DI CHI C’ERA
E ANCORA C’È

Nel cinquantenario dell’anno che ha segnato la storia di più generazioni, una serie di volumi a firma femminile testimoniano e riflettono sui cambiamenti avvenuti nella dialettica tra singole esistenze e movimenti collettivi.

Un mosaico ricchissimo composto da frammenti di vite e testi, esperienze e contesto, allargando lo sguardo anche al Sud spesso dimenticato.

di Anna Maria Crispino

 


Si è chiuso un altro anniversario del ’68: il cinquantesimo che, in una foga che qualcuno ha definito “reducista” (Marco Grispigni, 2009), ha visto moltiplicarsi la mole di testimonianze e ricostruzioni di quelli/quelle “che c’erano”, come era accaduto peraltro già nel decennale, ventennale, trentennale e così via. Nel trascorrere del tempo, quell’anno “mitico” sembra aver cambiato sempre più di segno, tanto che nella maggior parte dei casi ora, negli ambienti della grande stampa e della politica di ogni colore, se ne parla sempre più spesso come della madre di tutti i problemi del nostro presente: pernicioso anti-autoritarismo, brodo di cultura del terrorismo, dell’uso della droga e delle pratiche di promiscuità sessuale, innesco della crisi di valori nostalgicamente ritenuti consolidati: famiglia, istruzione, identità di genere, partiti e istituzioni. Come se davvero non si riuscisse a fare i conti fino in fondo con un anno, un periodo per la verità, specie in Italia, che ha profondamente svecchiato un Paese cresciuto economicamente ma molto in ritardo socialmente e culturalmente, portando alla ribalta, si è detto da più parti, due nuovi soggetti: i Giovani e le Donne. Categorie astratte e generalizzanti entrambe, ovviamente, perché se pure i movimenti coinvolsero più o meno direttamente un numero significativo di giovani donne e giovani uomini, in nessun momento furono tutti i giovani o tutte le donne: molti/e non se ne accorsero, altrettanti seguirono altre strade. E occorre tenere sempre conto del fatto che si trattò di appartenenti alle generazioni del boom demografico post-bellico, i/le cosiddette baby-boomers, nati/e nate grosso modo tra il 1945 e il 1955 – che erano purtuttavia soggetti singolari, ciascuno e ciascuna con una sua propria storia. Questo spiega probabilmente la profusione di testimonianze: un tentativo di dar conto del complesso articolarsi del rapporto tra l’io e il noi che così tanti scritti memoriali ci restituiscono, tra i soggetti e il contesto insomma.

Tenendo fermi il valore e l’importanza – per metodo, contenuti e bellezza – di un testo ineludibile sull’argomento, qual è A colpi di cuore. Storie del sessantotto di Anna Bravo (2008), una delle novità di questo cinquantennale è stata il numero di volumi e testi che hanno testimoniato e riflettuto sulla partecipazione delle donne ai movimenti. Si è spesso data per scontata una stretta relazione tra ’68 e femminismo, come se l’uno avesse “partorito” l’altro, mentre il rapporto non è (stato) né semplice né diretto. Si trattò al contrario di una relazione spesso problematica, generalmente convinta nella partecipazione ma, per molte donne, non sempre agevole. Un disagio – ben sintetizzata dall’espressione “angeli del ciclostile” – che emanava da quella stessa emancipazione che pur consentiva la partecipazione delle giovani donne alla politica dei loro coetanei – fatto certamente inedito nei numeri e nella varietà delle provenienze geografiche, sociali e culturali – ma che ben presto mise in luce una persistente disparità di collocazione, concreta e simbolica.

 


Le ragazze del ’68 sono state profondamente coinvolte in una radicale messa in discussione della “Politica” attraverso una presa di coscienza del proprio vissuto, che i loro coetanei non hanno voluto né saputo fare per sé. Ed è principalmente da quel “disagio dell’emancipata” (Maria Luisa Boccia) che le ragazze e le giovani donne del ’68 partirono per mettere in discussione la loro partecipazione in movimenti che le vedevano illusoriamente pari ai loro “compagni”, innescando la riflessione che pochi anni dopo avrebbe portato alla nuova ondata  del  femminismo di massa e alle sue innovative, dirompenti pratiche: l’autocoscienza nei piccoli gruppi, il partire da sé, il discorso sui ruoli familiari, la maternità e la sessualità, la riflessione sul rapporto tra personale e politico (più che su pubblico/ privato, come spesso  viene  riferito, facendo  confusione), il separatismo che, nella maggioranza dei casi, divenne pratica comune intorno alla metà degli anni Settanta, passando per crisi personali e clamorose fuoriusciste collettive dai gruppi extraparlamentari della sinistra (in particolare Lotta Continua e il manifesto – v. p. 25). Processo che si affiancò e intrecciò, non sempre senza attriti, con un filone – allora meno consistente, ma che presto si sarebbe rivelato decisivo – di pratiche separatiste e anti-autoritarie avviato da donne della generazione precedente già negli anni Sessanta, e poi alla riflessione più tardiva delle comuniste, una parte delle quali attardate in pratiche di doppia militanza.

 


IN SICILIA E AL SUD

Un’altra novità certamente rilevante riguarda la dimensione geografica, cartografica direi: le ricostruzioni del ’68, sia quelle di carattere generale sia quelle riguardanti le donne, si erano finora basate quasi esclusivamente sugli eventi in alcuni luoghi: Torino, Trento, Milano, Roma, Pisa… tutte città del centro nord, come se il Sud fosse rimasto nel frattempo addormentato, estraneo e lontano. Ben venga dunque un volume che raccoglie 11 testimonianze di donne siciliane o transitate nell’isola o nel Sud in quel periodo: La mamma milita, con quel “mamma” nel titolo a indicare che non di ragazze si tratta. Qui, le testimoni sono nate tra il 1935 e il 1947 (solo due sono degli anni Cinquanta) quindi già adulte, spesso laureate o laureande, a volte già madri, appunto.

Il progetto è stato promosso dalle sei fondatrici di Archivia-Donne in relazione, una realtà palermitana che si è concretizzata con la nascita di una associazione nel 2017, ed è arricchito da vignette di Anni Barazzetti della serie Topastro. «In Sicilia le nuove idee e soprattutto i tanti desideri sepolti – che fino a quel momento erano stati repressi provocando spesso malinconie croniche e depressioni – irrompevano su un tessuto femminile variamente composito, solo in parte toccato dall’emancipazione e in modo abbastanza diverso da quanto succedeva al centro e al nord d’Italia», scrive Angela Lanza nell’Introduzione. E di grande interesse – anche alla luce del dibattito odierno sulle migrazioni – è il testo di Toni Maraini, che il suo ’68 l’ha vissuto in Marocco, e che da quel particolare osservatorio ci consente di aggiungere un tassello importante di scenario: le relazioni tra le due sponde del Mediterraneo nel quadro della decolonizzazione.

Il secondo elemento subito in evidenza alla lettura del volume è che molti dei racconti ruotano più o meno direttamente intorno a un evento cruciale del 1968 che non ha nulla a che vedere con la scuola, l’università o la fabbrica: il terremoto nel Belìce. Una catastrofe che coinvolse tutta la Sicilia occidentale in un tempo in cui la creazione della Protezione civile era ancora al di là da venire e che dunque fu affrontata soprattutto da volontari e organizzazioni civili e religiose. Giovani, maschi e femmine, che quella esperienza – durata giorni, mesi o per alcuni/e anni – l’hanno nella memoria come essenziale e dirimente per la loro vita. Lo racconta bene Marta Garimberti nel testo d’apertura: nata a Roma ma laureata in architettura a Venezia, già madre di una bambina è stata per tre anni (1969-72) a Partanna per lavorare alla ricostruzione post-terremoto. Racconta delle ragioni della scelta (sua e del marito), dei dibatti politici intorno alla violenza/non violenza (a ridosso dell’esperienza di Danilo Dolci e Lorenzo Barbera), delle discussioni sulle crisi internazionali – la guerra in Vietnam in primo piano –, della vita quotidiana nelle baracche e dell’educazione dei bambini. Ma sfiora soltanto i temi che nel frattempo il nascente femminismo stava cominciando a porre all’ordine del giorno: «[…] le nostre azioni contro le autorità responsabili erano non-violente, però di fronte alla violenza nella vita privata che il corpo delle donne denunciava, noi non abbiamo fatto nulla. Non abbiamo proprio avuto un ruolo. Non l’abbiamo proprio affrontata».

Donatella Barazzetti – anche lei nordica, di Torino, anche lei architetta ma anche sociologa – scrive: «Il Sud è stato per me un nuovo ‘68»: arriva in Calabria nei primissimi anni Settanta, quando l’autunno caldo è già lontano, il “sogno” di cambiare il mondo mostra le prime crepe nell’irrigidimento delle strutture organizzative dei gruppi extra-parlamentari e nei segnali dell’imminente svolta di alcuni/e verso la lotta armata. E soltanto qualche anno dopo, il femminismo: «un’illuminazione. […] Era iniziato per me “un nuovo ‘68” più travolgente e radicale di tutti gli altri». In Calabria resterà poi come docente di sociologia (Politiche di Pari Opportunità e Teorie di genere all’Università di Arcavacata di Rende tra il 1992 e il 2014).

By

Tema / Apertura

DUE QUESTIONI
SU NARRATIVA
E TRANSESSUALITÀ

di Giuliana Misserville

 

Quando viaggio porto sempre con me un libro da leggere tutte le sere per prendere sonno. Il libro è un letto di parole su cui addormentarsi. Edmond Jabès e Jorge Semprún dicevano che la lingua era la loro unica patria. Sono anch’io uno straniero con un libro tascabile sotto braccio. […] Nel mio viaggio, l’opera di Virginia Woolf è diventata una camera di carta. A causa del mio rapporto ambivalente con lei (la amo, anche se a volte è omofoba, spesso classista, instancabilmente pretenziosa e sempre impertinente), la sua scrittura è per me un giaciglio inospitale. Leggo il diario che Woolf scrisse mentre lavorava a Orlando. Capire in che modo ha eretto la costruzione narrativa di Orlando mi aiuta a pensare la fabbricazione di Paul. Cosa accade nella recitazione di una vita quando è possibile modificare il sesso del personaggio principale? Virginia parla dell’“estasi” che questa scrittura suscita in lei. Non nascondo di provare spesso un’emozione simile. Virginia osa definire Orlando una biografia. È una biografia disumana e prepersonale, frammentata nello spazio e nel tempo. Un viaggio.


celgo di cominciare così, con la scrittura di Paul Preciado che in un articolo del 9 luglio 2015 sulla rivista Internazionale cuce assieme narrativa e transessualità, proprio a partire da un testo che, pubblicato nel 1928, ci racconta una soggettività che resta se stessa anche nel passaggio del personaggio principale da un sesso a un altro.

Da tempo infatti la letteratura ha messo a tema la transessualità e personagge/i transgender hanno ruoli di primo piano in molti romanzi e/o racconti. Ma sembra mancare, per lo meno in Italia, la coscienza diffusa di quanto le figure transgender siano divenute una categoria (e potente) della contemporaneità, proprio per la ricchezza di significati connaturati con le ambivalenze e l’articolazione di vite così stratificate. Vite che parlano a tutti: è la tesi (e la prima questione) di questo “Tema” di Leggendaria, nato come prosecuzione delle discussioni di Abitare il corpo, uno dei workshop che hanno animato il convegno romano della Società italiana delle letterate nel 2017. E parlano sia attraverso racconti biografici che sempre sottintendono una presa di posizione politica sia attraverso narrazioni letterarie di assoluto rilievo.

Tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta del secolo scorso, sono apparsi due romanzi diversissimi e pure entrambi imperniati sulla transessualità. Mi riferisco all’Orlando di Virginia Woolf, già citato, pubblicato nel 1928 e Nightwood di Djuna Barnes, un romanzo che l’autrice americana terminò di scrivere nel 1932 anche se poi finì per essere pubblicato quattro anni più tardi e cioè nel ’36. Una manciata di anni e l’Europa cambia di rotta preparando la svolta totalitaria di destra che con la guerra di Spagna anticiperà gli orrori della Seconda guerra mondiale.

Orlando di Woolf e il dottor O’Connor di Barnes rappresentano i due punti estremi delle possibili narrazioni transgender, tanto il primo è lieve e favoloso, e uso l’aggettivo “favoloso” con un riferimento del tutto voluto alla favolosità tante volte raccontata da Porpora Marcasciano e che rimbalza fino a Pose, la serie tv sulle ball room newyorkesi degli anni Ottanta, qui affidata alla scrittura di Federica Fabbiani; tanto l’altro è abietto e emarginato – Noi non siamo che pelle intorno a un vento, i muscoli contratti nella lotta contro la mortalità. Dormiamo in una lunga polvere piena di rimprovero contro noi stessi. Siamo pieni fino al rigurgito dei nomi che diamo all’infelicità – estraneo alla società che lo respinge e isola in una soffitta sordida eppure aperta verso il cielo. È infatti a lui, in veste di guardiano, che viene indirizzata la domanda: a che punto è la notte?

Da quegli anni, la rappresentazione della transessualità è profondamente cambiata, è cambiata la società, si sono conquistati diritti, si è passati dal concetto di disforia di genere al riconoscimento che i generi possono essere più di due. Le vicende di Maura, protagonista della serie tv Transparent, ci hanno reso consapevoli che la transessualità è uscita dai ghetti ai quali era stata assegnata. E va ringraziata la maggiore visibilità guadagnata dall’azione politica dei movimenti che nelle varie parti del mondo si sono battuti per acquisire voce e diritti, come per l’Italia il Movimento identità transessuale (Mit). La strada da percorrere in tema di diritti e di riconoscimenti sociali è ancora lunga e poi la storia insegna che quello che è stato tolto può essere restituito ma anche che quello che è stato ottenuto può essere cancellato. «Viviamo in un’epoca di transito, di passaggio tra vecchio e nuovo»: quello che accennava una delle trans raccontate e intervistate da Marcasciano nel 2002 è ancora valido.

I transiti che ci vengono in mente sono molti e, da ultimo, anche i transiti sui confini immaginari e reali su cui sta rischiando di slittare in questi mesi la democrazia nel nostro Paese. Ma i transiti che qui ci interessano sono quelli letterari, la cui valenza politica non viene meno se il racconto non è autobiografico perché la figura del/della transessuale ben si presta a rappresentarci tutti.

«Ma è proprio il percorso esperienziale, la presa di coscienza individuale del conflitto fra sé e il mondo esterno, tra sé e il proprio corpo, tra sex e gender (e preferenze sessuali) che rende il concetto di “trans” intrinsecamente sovversivo (rivoluzionario forse?) e incontrollabile per la sua peculiarità di transito, mutazione, movimento, e quindi pericoloso» asseriva Marcasciano nel 2002. E, aggiungo io, è proprio per queste sue caratteristiche “sovversive”, che il concetto di trans diviene estremamente interessante e fecondo, nella realtà e sul piano letterario.

Sovversione già rintracciabile nelle immagini di Lisetta Carmi, la fotografa genovese che negli anni Sessanta si trasferì a vivere nel quartiere maudit, il ghetto omosessuale. «Il travestimento era un reato, spesso venivano arrestati. La polizia avrebbe voluto arrestare anche me perché ero comunista» ricorda Carmi, che indagava su un mondo molto diverso da lei e che però la arricchiva: «Grazie a loro ho capito di essere una donna che rifiutava il ruolo femminile ma non la sua appartenenza a esso». Le foto di Lisetta Carmi presuppongono e segnano al tempo stesso un mutamento dello sguardo. Come scrive Porpora Marcasciano, il rapporto con la propria immagine, la sintonia con essa, può essere considerato a tutti gli effetti l’elemento centrale dell’esperienza transessuale. E precisa: «Penso alle foto segnaletiche delle questure, degli schedari dei manicomi, quelle scientifiche dei dottori, per finire a quelle della cronaca nera che per decenni hanno narrato di noi. Quale mondo ci hanno costruito intorno quelle foto?!? Quale montaggio storico e sociale sono riuscite a operare?!? […] Quelle foto hanno costruito la realtà transessuale che per anni è stata circoscritta a prostituzione, crimine, devianza e, quando andava bene, a spettacolo e folklore». Invece Lisetta Carmi «Non si ferma a ritrarre i personaggi, ma ci riporta il mondo visto da loro, lo sguardo del fotografo esce dalla verticalità ed entra nell’orizzonte degli eventi, favorendo – è sempre Marcasciano a scriverlo – una ricostruzione storica “nostra”».

Un rapido aggiornamento su ciò che lo sguardo “nostro” per la definizione di Marcasciano può produrre oggi sul rapporto tra immagini e transessualità ci viene offerto dalla rivista americana Aperture che dedica un numero al “Future Gender” in cui compaiono molte interviste a artist* tra cui anche Catherine Opie di cui qui ci parla Cristina Giudice. È Zackary Drucker, produttore di Transparent, a chiosare «Quando il genere è binario è un campo di battaglia. Quando si abbandona il binarismo, il genere diviene un terreno di gioco».


ome per le immagini, possiamo chiederci quale è il cambio di sguardo o di passo segnato dai romanzi che i contributi di questo “Tema” mettono a fuoco, dal momento che «il concetto di intersezionalità che considera gli ambiti del sociale, da classe e razza a genere e sessualità, come insieme di elementi interdipendenti ha ispirato critica e letteratura», scrive Lidia Curti che infatti allinea rapidamente le elaborazioni del Gender Trouble (1990) di Judith Butler rispetto alle teoriche femministe prima e queer poi5. E dalla rappresentazione dei corpi androgini si è passati alle identità mobili e plurali. «Un’apertura a nuove possibilità» la definisce Marina Vitale riprendendo, e utilizzandole come filtro per una splendida lettura di Angela Carter, le riflessioni di Valeria Gennero ne La manomissione del genere.

Middlesex di Jeffrey Eugenides ci viene restituito da Paola Bono nella versione dei Motus e di Silvia Calderoni (attrice e autrice della drammaturgia in questo caso); Bono ricorda come la verità a teatro sia pur sempre una costruzione, costruzione che in questo caso si con/fonde con la trasformazione di Cal/Calliope.

Il teatro è uno spazio privilegiato per immaginare identità resistenti alla norma eterosessuale, sottolinea Serena Guarracino, a proposito di Caryl Churchill; il suo Porci e cani racconta di identità sociali a vario titolo transessuali mostrando «la filiazione diretta dell’omofobia in Africa dal discorso nazionale ed eteronormativo europeo» poiché «il lavoro culturale messo in scena da Churchill mostra che quello che viene esportato lungo le rotte della colonizzazione non sono le pratiche sessuali bensì le leggi che le reprimono». Passando dall’Africa all’Asia, Monica Luongo ci consegna un racconto in prima persona di come in Pakistan la transessualità viene percepita e vissuta, facendo le opportune distinzioni rispetto a quello che accade in India, sfondo in cui si colloca il corpo mutante di Aftab/Anjum, protagonista di Arundhati Roy.

In Italia solo di recente si vanno moltiplicando le narrazioni con al centro figure transgender. Narrazioni anche autobiografiche, ché finalmente c’è una presa di parola “letteraria” da parte di persone trans o invece è vero che l’attenzione sul tema è più all’erta di prima. Autrici come Barbara Buoso di cui scrive Luisa Ricaldone, i versi di Giovanna Cristina Vivinetto e di Loredana Magazzeni di cui ci parla Gabriella Musetti, hanno prodotto opere assai interessanti e nuove per un mercato editoriale che sembra essersi improvvisamente svegliato. La madre di Eva, di Silvia Ferreri è imperniato sul cambio di sesso di un’adolescente; e sulla questione assai controversa dei trattamenti ormonali under-18 abbiamo potuto vedere di recente nelle sale cinematografiche un film, Girl di Lukas Dhont, di cui scrive Federica Fabbiani non nascondendo alcune riserve connesse a un richiamo forte della sceneggiatura al «corpo sbagliato da correggere»; malgrado la bellezza abbagliante dei corpi di Girl, ci sembra come d’essere riportate indietro, dalle parti del corpo sbagliato del dottor O’Connor di Djuna Barnes e/o verso le narrazioni mediatiche mainstream che ancora oggi (per es. Storie del genere, la recente trasmissione condotta da Sabrina Ferilli su Rai3 ) ripropongono «la stessa retorica vittimizzante dello sbaglio di natura» come sottolinea Porpora Marcasciano nell’intervista qui rilasciata a Elisa Coco.


isalendo nel tempo è d’obbligo almeno un accenno a Giuseppe Patroni Griffi e al suo Scende giù per Toledo del 1975. Un romanzo che ritrae una femminiella, secondo la definizione della studiosa di etnografia Maria Carolina Vesce che a questa figura narrata anche da Curzio Malaparte ha dedicato vari lavori, indagandone la storia e la ritualità particolarissima come quella della “figliata” ripresa anche nell’ultimo film di Ferzan Ozpetek Napoli velata (2017).

Perché il rapporto tra narrativa e vita è proprio quello individuato da Preciado: la costruzione narrativa di Orlando mi aiuta a pensare la fabbricazione di Paul. Di Paul Preciado (anzi di Paul Beatriz Preciado come ha chiesto di essere registrato all’anagrafe per mantenere anche nel nome il segno del suo transito), tra i maggiori teorici del transfemminismo queer e transgender, Liana Borghi ci restituisce un magnifico collage di frasi e discorsi con il desiderio di condividere quanto questi siano stati importanti lungo un paio di decenni.

Dicevamo del rapporto tra narrativa e vita accennato da Preciado, la circolarità di un tragitto che incarna l’esperienza transgender in una narrazione letteraria e poi ancora che riversa il senso della narrazione letteraria su una vita; la verità di questa circolarità costituisce la seconda questione posta da questo “Tema” che tuttavia è solo un primo passo senza alcuna pretesa di esaustività, una prima mossa di apertura della discussione. Ricorro ancora a Marcasciano: «Il transessualismo è una realtà complessa, che può essere vista e descritta da svariati punti di vista; prenderne in considerazione qualcuno e non tutti è fuorviante e fondamentalmente scorretto».

La verità di noi stess* è un sentiero stretto che percorriamo tutt* tra pulsioni sessuali e bisogni identitari, e potremmo anche dire, con Marjorie Garber, che questo è il senso che cerchiamo lungo tutta l’esistenza.

By

Tema / Praticare l’Utopia

DONNE POLITICA UTOPIA

Le donne trasformano la politica? Quando, dove, come e perché possono farlo? Guardando indietro, ma anche ai tempi che verranno

a cura di Lorenza Perini e Bruna Mura

Quando nel 2008 Alisa Del Re ha dato vita al Centro interdipartimentale di Ricerca per gli Studi di Genere (CIRSG) presso l’Università di Padova, si è trattato di una vera novità. Noi giovani studiose, studentesse e ricercatrici interessate agli studi di genere e agli approcci femministi, finalmente avevamo trovato uno spazio interdisciplinare, riconosciuto, “dentro” l’istituzione, ma che allo stesso tempo era aperto e accogliente. Se da un lato Padova è storicamente nota per essere una città vivace e per certi versi anche tumultuosa rispetto all’esperienza politica delle donne, dall’altro l’Università ha sempre faticato a riconoscere e istituzionalizzare luoghi e spazi di ricerca e di discussione sulle tematiche del femminismo e degli studi di genere.

Una delle prime attività – la prima forse – in cui Alisa Del Re ci ha coinvolte è stata l’organizzazione di un importante convegno dal titolo “Donne Politica Utopia” che si è tenuto nel 2009 e che ha visto la partecipazione di studiose e studiosi internazionali tra cui Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Rada Ivekovic´, Adone Brandalise, Etienne Balibar, Eleni Varikas, Mario Tronti, e tante altre e altri. A seguito di quelle intense giornate di discussione e di confronto sugli orizzonti di una sinistra che storicamente ha sempre trovato difficoltà a dialogare costruttivamente con le istanze femministe, ma soprattutto a seguito del dibattito che il tema appassionato e controverso ha suscitato durante il convegno e anche dopo, in fitti scambi di mail, è nato un libro che Alisa ha curato e nella cui introduzione scrive:

La seconda ondata di femminismo ha fatto emergere con forza come la sfera personale sia una dimensione intrinsecamente politica, e probabilmente è su questa “politica” che bisogna tornare per riscoprire nuove forme di autodeterminazione non negoziabili. È impossibile ridursi al cielo grigio della contrattazione individuale dei propri spazi di libertà; è necessario e imprescindibile avere alle spalle la costruzione di un orizzonte collettivo, luogo di cambiamento radicale della propria collocazione sociale. Forse il femminismo degli anni Settanta è finito, forse la parità, non ancora ottenuta, si è rivelata un obiettivo riduttivo, ma il conflitto posto in essere dall’autonomia delle donne nello spazio pubblico, in tutte le forme, richiedendo di occupare tutti gli spazi e persino gli interstizi negati, non ha ancora finito di produrre domanda politica (Del Re, 2010).

Rilette oggi, dopo quasi dieci anni, queste parole ci hanno colpito per la loro attualità evocando questioni forse ancor più complesse e aperte di allora. Abbiamo quindi deciso che era venuto il momento di fare due cose: la prima condividere le nostre riflessioni con altre persone; la seconda fare un “regalo” ad Alisa. È venuta così l’idea di chiedere “ospitalità” a una rivista. E la scelta è caduta su Leggendaria, che da sempre si occupa di dare voce, spazio e diffusione alla riflessione femminista. Dopo un veloce scambio di mail con la redazione si è concretizzata l’idea che questo “Omaggio ad Alisa Del Re” si sarebbe tradotto in una “call for articles” – “Una call leggendaria” l’abbiamo chiamata.

Provando a riprendere le riflessioni che “Donne Politica Utopia” aveva sollecitato e attualizzandole alla luce delle trasformazioni indotte dalla crisi socio-economica dell’ultimo decennio e dalle misure di austerità c Murales femminista he sono seguite, ci siamo interrogate essenzialmente su tre punti: per prima cosa il senso della partecipazione delle donne alla politica locale nell’ultimo decennio; poi le trasformazioni del mercato del lavoro e le conseguenze dal punto di vista del welfare e dei diritti; infine sulla nascita in tutte le parti del mondo da Nord a Sud, di movimenti femministi nazionali e internazionali contro la violenza di genere che mirano a intaccare l’intero impianto delle strutture patriarcali.

Nel tentativo di restituire ad Alisa le voci di alcune delle studiose/i che lei stessa aveva riunito a discutere nel 2009 e aggiungendo a questo “nucleo” voci diverse, che attraversano più momenti della sua storia personale e accademica intersecando più generazioni, abbiamo posto queste tre domande:

In che modo possiamo considerare ancora trasformativo l’approccio di genere in politica?

Quale impatto sulla partecipazione politica delle donne stanno avendo i meccanismi di “riequilibrio” della rappresentanza (locale e nazionale) introdotti in Italia?

Come si interseca questa riflessione con il protagonismo femminile che sta emergendo dalle recenti mobilitazioni in Italia e nel mondo? (ad es. manifestazioni anti-Trump, Ni una menos, sciopero femminista internazionale dell’8 marzo, manifestazioni per la libera scelta sull’aborto in Polonia e Irlanda, ecc.)?

Diciamo subito che chi ha accettato di rispondere l’ha fatto innanzitutto con molto affetto. In modi del tutto diversi, interpretando a proprio modo le domande che a noi erano servite da guida, oppure oltrepassandole, rispondendo a nuove e diverse suggestioni, mostrando come sia necessario “farsi passare addosso” la riflessione sul femminismo per poter portare avanti qualsiasi analisi. Alcune/i hanno scelto il registro del ricordo e del dare valore a una storia d’amicizia coltivata per decenni; altre/i hanno scelto un registro più scientifico, quasi a rendere evidente un tributo intellettuale al suo pensiero e ai suoi temi di ricerca. Nella necessità di sistematizzare i contributi, abbiamo scelto di seguire un percorso ad arco, che parte da una riflessione sulle politiche gender mainstreaming per arrivare all’attuale dibattito sul ruolo del femminismo oggi nei movimenti urbani, in una sorta di dialogo a distanza tra diverse generazioni.

By

APERTURA / LA QUESTIONE

LA POSTA IN GIOCO

È un attacco squisitamente politico quello contro la Casa internazionale delle donne di Roma, sintomo evidente di una visione della società in cui non può e non deve esserci spazio per immaginare un altro mondo possibile, un altro ordine delle relazioni. Ma anche segno del fallimento di un progetto politico impermeabile ai bisogni e ai desideri di nuovi soggetti

di Anna Maria Crispino

La cronaca ci racconta quotidianamente di spazi sociali, luoghi autogestiti, piccole utopie realizzate che aprono e/o chiudono per le ragioni più diverse: esaurimento dell’esperienza o nuove forze messe al lavoro, sordità o invece buona disposizione dei poteri istituzionali, esigenze emergenti e vecchi problemi irrisolti. Potremmo considerarlo un processo fisiologico. Ma ci sono casi invece in cui si mette in atto un vero e proprio attacco, volontario e mirato, perseguito con metodo e ostinazione, contro realtà alternative e sperimentali.

Ci pare che quello che sta avvenendo a Roma, dal 2016 retta da una Giunta del Movimento 5 Stelle, nei confronti della Casa Internazionale delle Donne e di altri luoghi dell’attivismo sociale e culturale, rientri in questa casistica. Le scelte della Giunta e degli assessorati preposti non rispondono solo a una logica di razionalizzazione dell’uso del patrimonio immobiliare della capitale (processo già avviato dalla precedente Giunta Marino), sembrano piuttosto il sintomo e il segno di una battaglia tutta ideologica per fare tabula rasa delle esperienze riconducibili alla “sinistra” (in tutte le sue variabili e accezioni) e allo stesso tempo di non riconoscimento degli attori sociali. Tra questi, le donne, il femminismo.

E a nulla vale sottolineare che la sindaca e molte assessore sono appunto di sesso femminile, e che se sono lì in tante è anche perché almeno un paio di generazioni di donne prima di loro hanno fatto le loro battaglie. Evidentemente come per i pentastellati non esistono destra e sinistra, così risulta inaccettabile – incomprensibile? – l’idea che donne e uomini siano soggettività politiche portatrici di differenze. Anzi, le donne a 5 stelle pare facciano di tutto per dimostrarsi toste, tostissime, come gli uomini, peggio degli uomini, con un tratto persino di irrisione verso coloro che in questi lunghi mesi di (non) trattative hanno manifestato sotto il Campidoglio in appoggio alla Casa. Al momento in cui scriviamo, la posizione delle autorità capitoline è di non negoziare alcuna soluzione che possa consentire il proseguimento dell’esperienza: lasciare che la convenzione scada (2021) e intanto mettere a bando i servizi che la Casa fornisce, ben sapendo che l’attuale Consorzio che la gestisce non potrà partecipare perché legalmente “moroso”.

Allungando lo sguardo indietro, la lunga vicenda storica dell’edificio del Buon Pastore poi assegnato al Consorzio –  ce lo racconta Ivana Rinaldi – dà ragione di un cammino che approda a una collocazione che non potrebbe essere più piena di senso e significato – pratici esperienziali e simbolici – che ben poco hanno a che fare con la dimensione valoriale della “imprenditorialità”, bensì con quella dei “beni comuni”.  Tutta diversa l’esperienza della Casa delle Donne di Milano (Silvia Neonato), come pure quelle di altre realtà (Palermo, L’Aquila, Latina, Trieste etc.), ciascuna a suo modo, di cui Leggendaria ha dato conto in questi anni.

Allargando lo sguardo oltre i nostri confini – lo ha fatto per noi Alessandra Quattrocchi – si scopre che in Europa ci sono Case e Centri delle donne di tutti i tipi, per esigenze comuni ma anche diverse da Paese a Paese, con rapporti più o meno stretti con le istituzioni locali o nazionali: come se in ogni esperienza si rispecchiassero esigenze e desideri che hanno trovato una loro “forma” in relazione al contesto.

E dunque come darsi ragione del fatto che sia considerato “improduttivo” un luogo vivo e vitale come la Casa, dove per restare soli agli ultimi mesi, migliaia di persone – donne e uomini di ogni età, bambine e bambini – hanno riempito tutti i piani, le sale, i corridoi e il giardino nei quattro giorni della prima Fiera dell’editoria delle donne (8-11 marzo); dove in centinaia hanno assistito alla giornata dedicata a Virginia Woolf (9 giugno) o alle due serate teatrali dedicate a Caryl Churchill (15 e 16 giugno) o ancora al concerto di Paola Turci (20 giugno) e ai convegni, alla Festa delle Giornaliste e tanto altro, mentre nel frattempo sono continuate tutte le attività di servizio, i corsi, le consulenze e intanto si preparava il ricco programma della rassegna estiva (v. p. 6)? Frequentano la Casa circa 30.000 donne l’anno, di Roma ma anche dal resto d’Italia e dall’estero. Come stimare il “valore” e come collocare in un contesto dinamico e progettuale una utopia realizzata come questa (Bonsignori e Serughetti)? Un progetto che quotidianamente dimostra chi sono le donne, che cosa sono capaci di fare, pensare e immaginare, di che cosa hanno bisogno e desiderio da bambine, da giovani, da adulte, da vecchie. Ma forse è proprio di questo che i nuovi potenti hanno paura. Ed è (anche) da questo che dovrebbe partire ogni progetto per il futuro che superi l’idea di secondarietà e collateralità che ha segnato le politiche nei confronti di donne, giovani, migranti o seconde/terze generazioni: soggetti imprevisti, certo, ma molto molto reali e resilienti.

By

Tema / La Questione

COPPIE VIRTUOSE

Un percorso narrativo attraverso la storia di alcune coppie donna-uomo che hanno unito le loro intelligenze e compiuto, grazie a ciò, imprese intellettuali nei più diversi campi dalla scienza, alla letteratura, al cinema, all’arte, alla fotografia

a cura di Barbara Mapelli

La riflessione che mi ha mosso a fare la proposta di questo tema nasce in primo luogo dalla famosa immagine evocata da Virginia Woolf di una donna e un uomo che salgono su un taxi. La scrittrice è alla finestra e li scorge mentre, insieme, entrano nell’auto: questo fatto semplice e banale suscita in lei una serie di pensieri e a partire da questa visione le considerazioni dell’autrice si concentrano sul tema della mente androgina. Ma va ricordato che l’androginia, condivisione di caratteristiche e qualità di ambedue i sessi, già era stata da lei trattata letterariamente nel romanzo Orlando.

Orlando vive una lunga vita, densa di avventure che lo/la accompagnano per alcuni secoli: una sorta di cammino nel tempo verso un ideale di perfezione. E l’eroe diviene donna, ma non perde e non rinnega nulla del suo passato, né delle sue virtù, fisiche e immateriali. Mantiene, e questo si chiarisce sempre di più nel procedere del romanzo, le sue qualità maschili, unendole a quelle femminili e Virginia Woolf ne trae considerazioni generali presenti ancora nel dibattito attuale.

Colei, dunque, che appartiene autorevolmente ai riferimenti del pensiero femminista come teorica della differenza, dopo aver descritto nella Stanza tutta per sé i motivi che penalizzano l’accesso alla cultura e il processo della scrittura femminile e che talvolta possono trasformarsi in vantaggi che ne stimolano la creatività, osserva però come sia la mente androgina la sintesi più alta della capacità intellettuale, Forse una mente puramente maschile non può creare, e lo stesso vale per una mente puramente femminile […] Evidentemente Coleridge, quando disse che una mente androgina è superiore […] voleva dire che la mente androgina è risonante e porosa; che trasmette emozioni senza ostacoli; che è naturalmente creatrice, incandescente e indivisa.

Il tema della differenza tra donne e uomini apre dunque per l’autrice, senza contraddizioni, a un passaggio più alto di intreccio, convivenza armoniosa tra virtù intellettuali femminili e maschili. Certo è necessario del tempo per questo percorso, molto tempo: Orlando impiega secoli per compiere la sua trasformazione…

A partire da queste considerazioni è nata la proposta di creare questo “Tema” che compia un percorso narrativo attraverso la proposizione di storie di alcune coppie donna-uomo che nel passato e nel presente hanno unito le loro intelligenze e compiuto, grazie a ciò, imprese intellettuali nei più diversi campi dalla scienza, alla letteratura, al cinema, all’arte, alla fotografia e ancora molto altro.

Sappiamo che le relazioni tra i due sessi si sono svolte nel tempo prevalentemente nelle forme della disuguaglianza e del dominio degli uni sulle altre. Eppure esistono, anche all’interno di questo quadro generale, alcuni esempi virtuosi di collaborazione senza sopraffazione, senza occultamenti o furti di idee. Credo sia bene ricordarli e trovarne anche nel presente perché credo – e spero crediamo – che la costruzione di un futuro di trasformazioni che renda le nostre vite migliori non possa che avvenire dallo stabilirsi di nuove alleanze tra i sessi, da un confluire – rispettoso di differenze e individualità – di intelligenze diverse che nel confronto, nel dialogo, nella messa in comune di conoscenze, emozioni e intuizioni aiutino tutti e tutte a procedere.

Nella sua versione del racconto di Ondina, la ninfa che divenne donna per amore, Ingeborg Bachmann, le mette sulle labbra parole di elogio verso gli uomini, perché non ci si separi in questo modo. Perché nulla si separi. Sono stati un bene, malgrado tutto, i vostri discorsi, il vostro girovagare, il vostro zelo e la vostra rinuncia alla verità totale perché venisse detta una mezza verità, perché venisse rischiarata quella metà del mondo che nel vostro zelo siete ancora riusciti a intravedere. Eravate talmente coraggiosi, coraggiosi di fronte agli altri – e naturalmente anche vili, e spesso coraggiosi per non apparire vili. Quando vedevate che da una lite nasceva la sventura, continuavate a litigare lo stesso impuntandovi sulle vostre parole, anche se a voi non ne veniva alcun guadagno. Vi siete battuti contro la proprietà e in favore della proprietà, per la non-violenza e in favore delle armi, per il vecchio e per il nuovo, per i fiumi e per la loro regolamentazione, per il giuramento e perché non si debba giurare. E pur sapendo che vi accanite contro il vostro silenzio, continuate lo stesso ad accanirvi. Questo, forse, merita un elogio.

Ondina, comunque, decide di andarsene e abbandonare il mondo degli uomini. Forse per noi ora non è più necessario e non lo è stato certamente per le coppie che qui vengono narrate. Coppie che non sono naturalmente solo quelle amorose o coniugali, possono essere fratello e sorella, padre e figlia, ma anche persone senza alcun vincolo particolare, accomunate dalla condivisione di passioni, studio e creatività e dall’ammirazione reciproca.

Propongo anch’io una coppia e vado a cercarla nel pozzo del tempo, nella favolistica tradizionale, le cui storie hanno origini oscure, sprofondate in un passato dai contorni incerti, indefinibili.