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TEMA / LA QUESTIONE

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di A.M.C.

Un grande polverone è stato sollevato sulla questione della surrogacy – gestazione per altri/e – in tempi assai sospetti, vale a dire a pochi mesi dall’arrivo in parlamento per la discussione in aula del ddl Cirinnà sulle cosiddette “Unioni Civili” per regolamentare, anche su pressante sollecitazione dell’Unione Europea, le relazioni di convivenza delle persone, anche di quelle dello stesso sesso. Un provvedimento atteso da 30 anni. Il fronte che si oppone – che schiera il mondo cattolico e la destra, compresa la Lega, che è in primissima linea – com’è noto ha affermato che la cosiddetta stepchild adoption prevista nel provvedimento avrebbe “aperto la strada” alla possibilità di ricorrere alla surrogacy, di cui peraltro non si fa alcuna menzione nel disegno di legge. Va subito chiarito che la possibilità di adottare legalmente i figli già nati del/la partner in una coppia omosessuale è un provvedimento a tutela dei minori, che quindi, ragionevolmente, dovrebbe essere un fattore positivo per chi afferma di essere dalla parte di bambini. Ma non c’è niente di ragionevole nella battaglia ingaggiata dagli oppositori del ddl Cirinnà: pura ideologia conservatrice in nome della difesa della famiglia tradizionale – o presunta “naturale” – una posizione che resta cieca non solo ai diritti dei soggetti coinvolti – tutti, adulti e bambini – ma anche ai mutamenti già avvenuti nel costume e nella società. Ancora nei giorni in cui scriviamo, in vista dell’ennesimo Family Day, il Papa ha ribadito che non vanno “confuse” la famiglia tradizione e altri tipi di unioni, dopo il ben più esplicito pronunciamento del cardinal Ruini, ex presidente della Conferenza Episcopale, secondo il quale «La legge sulle unioni civili è inammissibile, la Chiesa continuerà a battersi affinché i figli abbiano padre e madre» (Il Corriere della Sera, 20 gen. 2016). D’altronde, il recente Sinodo sulla famiglia non aveva aperto alcuno spiraglio sulla materia (vedi Leggendaria n. 114/2015), quindi la presa di posizione della Chiesa cattolica era del tutto prevedibile. Specie considerando la virulenza della campagna contro la cosiddetta “ideologia del gender” in corso ormai da tempo (vedi Leggendaria n. 110/2015) che, alla luce di ciò che sta accadendo, a posteriori può anche essere interpretata come una iniziativa per “preparare il terreno”.

Le divisioni tuttavia sono trasversali, tra e dentro le forze politiche ma anche nel mondo del femminismo, come si legge negli interventi di questo nostro “Tema”. Indipendentemente dall’esito dell’iter parlamentare del provvedimento sulle Unioni Civili, le questioni aperte dai profondi mutamenti nella riproduzione umana – anche se poste qui ed ora in modo strumentale – sono da tempo all’ordine del giorno. Le tecniche che hanno reso possibile negli ultimi decenni la separazione della sessualità dalla riproduzione, l’invadenza sempre più massiccia della medicina sui corpi, la moltiplicazione dei soggetti in scena – le madri, in particolare, sui cui corpi e sul cui desiderio e capacità di autodeterminazione si gioca la partita, ma anche i padri, figure sempre più ai margini della scena riproduttiva – aprono interrogativi e pongono una necessità di riflessione per cui non esistono facili scorciatoie. Lo scenario è assai complesso, e in movimento. Nessuna regolamentazione sarà in grado di assecondare i cambiamenti se non in maniera plastica e rivedibile. Il futuro ci riserva ulteriori novità cui occorrerà far fronte tenendo la barra ben dritta: la prima parola e l’ultima è e deve restare alle donne. Tutte, anche quelle “convitate di pietra” – vale a dire le donne “portatrici”, specie quelle dei paesi più poveri – di cui giustamente si preoccupa Deborah Ardilli (Nazio ne Indiana, 24 gen. 2016), e sulle quali torneremo.

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